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sabato 4 luglio 2020

Contro Agamben, 1 (Infallibilismo)

Nel suo post intitolato "Sul vero e il falso" Agamben ci invita a "una parola vera” in tema di coronavirus. Si tratta forse di un'autocritica per avere precedentemente parlato dell'invenzione di un'epidemia? Niente affatto. Fedele al ruolo autoassegnato di filosofo-profeta, Agamben non corregge le proprie affermazioni nemmeno quando si rivelano errate.
Un esempio? Nella sua rubrica sul sito della casa editrice Quodlibet, Agamben ha fatto riferimento in almeno tre post a un’intervista del 2 aprile al presidente dell’ISTAT Gian Carlo Blangiardo nella quale si legge che “il numero dei decessi per il Covid 19 risulta inferiore a quello dei decessi per malattie respiratorie nei due anni precedenti."
Il dato è autorevole, in quanto proveniente dalla massima autorità italiana in fatto di statistica, ancorché non incontrovertibile: come tutti i dati empirici dipende dalla sua raccolta, ed è potenzialmente soggetto a errore, revisioni, ecc. Ma come dice lo stesso Agamben, non abbiamo ragione di dubitare di un dato Istat, “fino a prova contraria”, aggiungerei, e soprattutto in mancanza di una possibilità alternativa di raccogliere dati sul territorio nazionale.
Tuttavia, i dati statistici non ci parlano semplicemente e per capirli occorre utilizzare dei modelli matematici sofisticati e, ovviamente, avere le adeguate conoscenze statistiche. Una condizione necessaria che difetta alla maggior parte di noi, ma che sembra spesso non essere considerata importante per comprendere ciò di cui si parla.
Lo stesso Agamben non fa che richiamarsi all’autorevolezza della sua fonte, imbastendo su di essa il suo ragionamento. Ciò che colpisce Agamben, in particolare, sono le due righe che ho citato più su:
“il numero dei decessi per il Covid 19 risulta inferiore a quello dei decessi per malattie respiratorie nei due anni precedenti." Si noti: questa frase verrà citata ripetutamente da Agamben, come un mantra sufficiente a dare fondamento alla tesi antigovernamentale (le misure sono ingiustificate, il governo pratica lo stato di eccezione).
Si potrebbe qui discutere del senso e dell’intenzione comunicativa di questa frase pronunciata da Blangiardo (subito giudicata bizzarra e sostanzialmente in contraddizione con il resto dell’articolo) ma quello che mi importa è soprattutto l’uso che Agamben fa di questa frase, senza alcuna cautela metodologica: ipse dixit, ERGO si può dedurre che l’epidemia non sia preoccupante come invece ci viene detto (per presunti scopi di cui discuterò in altri post).
Chiunque abbia letto i (commenti ai) dati dell'Istat sulla mortalità in Italia nei primi mesi del 2020 ha ormai agevolmente capito (se, come Agamben, non ha motivi per dubitare della verità empirica dei dati Istat) che nei mesi di picco dell'epidemia la mortalità in Italia è salita di oltre il 50% sul territorio nazionale, con picchi del 188% in Lombardia. Dunque, chi ha sostenuto come ha fatto Agamben, che le misure di sicurezza fossero ingiustificate, dovrebbe infine affermare che invece sì, le misure erano giustificate dai numeri. Ma Agamben non è mai ritornato sulla sua posizione (non ci sono post successivi all’11 maggio): avendo detto una volta che i dati non giustificavano il lockdown, per lui sarà eternamente vero che i dati non avranno giustificato il lockdown.

Poiché qui non parliamo di questa o quella verità empirica, bensì del metodo attraverso il quale giungere all'accertamento della verità e alla sua enunciazione, va notato che l'errore di Agamben si poteva accertare fin dall’inizio, poiché nella premessa dell’intervista a Blangiardo si leggeva: "Noi ci esprimiamo con i numeri che riusciamo a raccogliere e a validare. Quando affermiamo che nei primi 21 giorni di marzo al Nord i decessi sono più che raddoppiati rispetto alla media 2015-19 non è una impressione, ma un dato." Un dato che però sembra essere completamente sfuggito ad Agamben, nella sua estrapolazione della frase a lui necessaria per sostenere la sua tesi. Sembra semplicemente che, nella sua ricerca di "una parola vera", ottenebrato dalla volontà di vedere più chiaramente di altri, Agamben abbia preso il primo dato che gli sia parso favorevole alla sua tesi e lo abbia poi citato senza cautele epistemologiche di alcun tipo. Poiché la posizione di Agamben ha suscitato un certo dibattito, in Italia e non solo, ci si aspetterebbe, prima o poi, un'ammissione dell'errore contenuto nel post. Ma per Agamben il controllo delle ipotesi sembra non avere alcuna importanza teorica e pratica.
In che cosa consiste dunque l'essenza di ciò che il filosofo del biopotere chiama "una parola vera"? E innanzitutto: di quale verità si parla? Di sicuro di nulla che possa anche solo lontanamente aspirare a confrontarsi con un punto di vista scientifico. In effetti il pensiero di Agamben è totalmente alieno dalla scienza, o per meglio dire, come argomenterò successivamente, Agamben ignora a bella posta i presupposti più elementari delle scienze naturali, nonché l’ABC del metodo della scienza “galileiana” (Chomsky).
Anche nel post che sto analizzando, la questione della verità è impostata su un piano esclusivamente sociologico e politico: "La pubblicità ci aveva abituato da tempo a dei discorsi che agivano tanto più efficacemente in quanto non pretendevano di essere veri. E da tempo anche il consenso politico si prestava senza una convinzione profonda, dando in qualche modo per scontato che nei discorsi elettorali la verità non fosse in questione" (italico mio, EA).
Agamben ci invita a dissipare la cappa di falsità propria della società dello spettacolo, o quanto meno a prenderne coscienza, e tuttavia il filosofo dello stato di eccezione parla della verità senza specificare a quale attuali teorie filosofiche della verità egli si riferisca: probabilmente non ne considera nessuna degna di essere da lui illustrata e discussa, lasciando così al lettore la curiosità di sapere se il riferimento implicito sia piuttosto a Heidegger, alle manipolazioni foucaultiane del concetto politico di verità, o all’aforisma post-hegeliano di Debord, citato in chiusura, secondo cui “il vero è un momento del falso”.

PRIMA CONCLUSIONE SOMMARIA: La verità non è per Agamben una questione scientifica, logica o filosofica ma innanzitutto e perlopiù una questione (bio)politica.

martedì 30 giugno 2020

Persone che lascian lì le cose rotte (Intuizione 61)

Ci sono persone che di fronte alla rottura di un loro oggetto non intervengono: non lo buttano via, non lo riparano, non lo nascondono.
Si ripromettono di occuparsene in futuro, ma non lo fanno mai perchè di fronte alla distruzione la loro azione si paralizza ed essi devono rimuovere l'evento stesso: poiché vivono in un eterno presente, rifiutano l'idea che un ente possa passare dall'essere al nulla.

martedì 23 giugno 2020

Contro Agamben, Introduzione

Devo scrivere qualcosa su Agamben.
Non credevo che un giorno sarebbe diventato il mio nemico n.1, sostituendo Recalcati.
Conosco Agamben da più di vent'anni, anche se l'ho incontrato personalmente soltanto una volta. Quando lo scoprii mi sembrò un pensatore di grande forza e fascino eccezionale. Lo è, in effetti, ma l'emergenza pandemica mette tutti a dura prova, e ha fatto emergere la deriva irrazionalista di Agamben. Una deriva che credo sia sempre esistita: ma era necessaria una crisi, per farla emergere, portando così alla luce una serie di sintomi propri non solo del Nostro, ma di buona parte della filosofia che possiamo forse ancora chiamare "continentale". In ogni caso dei suoi adepti italiani, i cui nomi sarebbe vano nominare poiché campeggiano frequentemente su tutte le più importanti testate giornalistiche, e non di rado si epifanizzano nelle immagini televisive e su internet.

Articolerò il mio contro in una serie di post a cui vorrei poi dare forma più organica, per la semplice ragione che affronterò un certo numero di questioni concettuali fondamentali per la serietà e la coerenza del pensiero contemporaneo.
Non mi si giudichi oltracotante, mi sono semplicemente incaricato (con tutta la modestia necessaria alla mia debolezza di volontà) di un lavoro possibile per qualunque studioso di filosofia, ma che pochi, forse, avrebbero voglia di fare: comparare la struttura concettuale di un certo gioco linguistico "continentale" globalizzato (Agamben è tradotto e apprezzato in tutto il mondo) alla struttura concettuale universale della filosofia analitica (dal punto di vista di un italiano non molto esperto di filosofia analitica).
L'obiettivo è, come sempre, la (auto)chiarificazione.

Creatori di una sola opera (Intuizione 60)

Nel corso della loro vita, i geni della produzione artistica e intellettuale creano numerose opere d'arte, più o meno raggruppabili in serie, per analogie e differenze, temi, idee, stile, ecc.
Poi ci sono i bravi mestieranti che, per motivi diversi, nel corso della loro vita producono poche cose notevoli, magari soltanto una anche molto bella: im vengono in mente Albinoni, Bruno Martino, Pachelbel, Alain-Fournier...

Potessi almeno creare un'opera bella come questi creatori di opere uniche!

sabato 6 giugno 2020

Consumatori di tempo altrui (Intuizione, 59)

Stando da soli ci si rende conto di quanto la presenza altrui consumi il nostro tempo, la nostra vita: una giornata sembra più lunga se trascorsa in perfetta solitudine, e anche senza contarlo il tempo viene occupato da una più numerosa serie di eventi e azioni (spazio liscio).
Il con-essere consuma inevitabilmente il tempo dell'Esserci. Partendo da questo presupposto, sembra dunque del tutto impossibile un con-essere "autentico", cioè proprio, poiché gli altri ci es-propriano con la loro semplice presenza dell'uso del nostro tempo.

mercoledì 27 maggio 2020

Intuizione 58: Musica elettronica e cognitivismo musicale.

Ascoltando Autechre mi rendo conto che grazie al cognitivismo ho pensato per qualche anno di poter teorizzare la comprensione umana della musica attraverso semplici modelli formali.
Ma era un progetto impossibile e insensato, come voler fare una mappa del mondo 1:1.

giovedì 30 aprile 2020

Philodemic, 3: Espressioni (pseudo)filosofiche utili per il frangente.

L'accadere epocale dell'Evento.
 
Essere fedeli all'Evento.
 
La voce della coscienza.
 
La Chiamata.
 
Divenire-isolati.
 
Stoss razionalizzante.

Riduzione di complessità.

Agire strategico.

lunedì 20 aprile 2020

Appunti su Mike Ehrmantraut come padre

Uno dei motivi più drammatici di Better call Saul è la morte del figlio di Mike Ehrmantraut.

Pur avendo giustiziato gli assassini di suo figlio, Mike non può non sentirsi in colpa per la morte del figlio, che aveva scoperto che suo padre era un poliziotto corrotto.

Quando Mike affronta la vedova, le urla più volte che suo figlio non era corrotto (“sporco”): la situazione è paradossale perché lui, il padre, era effettivamente corrotto.
Com’è possibile difendere l’onestà del proprio figlio, essendo un padre disonesto?
<Il padre attribuisce al piccolo Altro il valore del grande Altro>
Vedo in questa situazione, oltremodo dialettica, qualcosa di profondissimo: il figlio non somiglia al padre, ma il padre ha riconosciuto nel figlio un valore più alto (addirittura opposto) al proprio, e lo difende persino contro se stesso.
è vero che questo avviene in maniera postuma, il che permette di dubitare di ciò che il padre corrotto avrebbe sostenuto quando ancora il figlio onesto era in vita. Tuttavia appare chiaro che di fronte alla morte del figlio (quell’evento paradossale e letteralmente impensabile, per un padre), il padre assume la giusta posizione dialettica: il Vero apparteneva al figlio, non al padre.
C’è qui una commovente remissione del padre al figlio: il padre si arrende al piccolo Altro, divenuto ormai grande Altro.

Sono poche le situazioni estreme che possono portare a un simile rivolgimento dialettico, ma Better call Saul ne inscena una di grande bellezza, nel personaggio di Mike e nella narrazione del figlio morto.

C’è naturalmente da considerare la vendetta di Mike: egli uccide gli assassini del figlio.
è una vendetta assolutamente inaccettabile per il nostro senso morale.
Eppure, nella finzione narrativa, perché siamo inesorabilmente portati a stare dalla sua parte? (La domanda è più generale, e andrebbe posta a Enrico Terrone: perché, nei film, parteggiamo per i criminali e gli assassini “giusti”?)

Mike aveva confessato a suo figlio di essere corrotto: come può un padre sopportare di non essere il padre ideale?

sabato 18 aprile 2020

Concetti pandem(on)ici (raccolta di articoli, in aggiornamento progressivo)

Questioni giuridiche.




Questioni filosofiche.

G. Agamben:







M. Ferraris: 








martedì 14 aprile 2020

Happydemic, 3

La Donna che ci hanno inviato non rende affatto più semplice la nostra situazione.
Come ho già detto, passa tutto il tempo in telechiamata, non capisco di che cosa parli, perché usa due o tre lingue a me incomprensibili, ma certamente porta avanti un lavoro scientifico di gruppo.
È una Scienziata.
Ma perché l'hanno inviata da noi? Il nuovo blocpartamento non è molto grande, anche se ha due piani, e lei non fa nulla per la casa. Anzi, non è vero: ogni tanto lava i panni e li stende. Un giorno ha persino dimostrato di saper cucinare e cucire, cosa che ha sbalordito parecchio mio figlio. Tuttavia non si intrattiene mai con noi, e quando non è in telechiamata guarda degli strani video comici che non mi fanno per niente ridere.
È del tutto disinteressata ai nostri noogiuochi, e non sono nemmeno riuscito a farla interessare alla Psicodidattica.
Ho pensato che possano averla mandata per spiarmi, ma non riesco a credere che il Governo possa avere tanto timore di me. Ultimamente non ho più espresso opinioni politiche,  e con i miei psicofollowers ho parlato esclusivamente di questioni ludiche.
Forse il Governo vuole capire quanto io sia compatibile con una Donna? Non staranno per caso progettando di farmi andare a vivere in Città in una casa di Donne? Potrebbero volermi convertire in un Istruttore femminile?  Non mi pare plausibile: con tutti i candidati che ci sono non vedo perché pensare a me.

Mio figlio e io usciamo di rado. Facciamo qualche giro dell'unica spaziopista autorizzata, quella intorno all'edificio dove si trova il blocpartamento, spariamo qualche colpo con le armi laser (intorno all'edificio ci sono diversi rottami di automobili abbandonate) e poi ritorniamo dentro: la Donna non ci segue mai.
Senza i noogiuochi la nostra permanenza qui sarebbe molto più pesante,  e in ogni caso qui non corriamo nessuno dei pericoli che ci aspetterebbero in città.
Per quanto durerà questa situazione? La Donna non ne sa nulla, o almeno non ha risposto a nessuna delle mie domande dirette. Per la verità non mi ascolta quasi mai ed è rarissimo che mi risponda.
Devo provare a riprendere contatto con Egido: anche se non ha più incarichi governativi potrebbe avere qualche valida informazione. Dove sarà finito, lui?