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martedì 23 maggio 2017

École Normale Supérieure (Roman nouveau, 6)


École Normale Supérieure

Un paio di giorni dopo avveniva infatti la proclamazione dei futuri normalisti. Mi recai in Rue d'Ulm al mattino presto e mi feci dire a che ora ci sarebbe stata l'informale cerimonia (una pubblicazione di risultati). Poi andai ad aspettare in un caffè lì vicino.
Prolungai la colazione fino al momento che mi parve opportuno per avvicinarmi a quel tempio del sapere scolastico, nel quale avrei trovato la mia divinità vivente: il professor Alain Badiou, allievo di Althusser, uno che da giovane parlava con Lacan e Foucault e contestava Deleuze!
Entrai all'Ecole Normale facendomi strada tra ragazzi e ragazze sovreccitati (essere ammessi là dentro come studenti significa rischiare di vedere il proprio destino pesantemente realizzato, o più prosaicamente: significa avviarsi a far parte della classe dirigente, di cui peraltro quasi tutti i normalisti sono già figli). Chiesi di Badiou, e qualcuno mi disse che lo avrei trovato nel cortile. Non sapevo bene che faccia avesse, non l'avevo mai visto prima. Sui suoi libri non c'erano fotografie e nel 1997 internet quasi non esisteva (anche se usavo l'email già nel 1993 per corrispondere con la fidanzata andata a Roma per il dottorato) e soprattutto non c'erano le immagini on-line, quindi non potevi verificare sui due piedi che faccia ha un tizio famoso qualsiasi.
Vidi un uomo di mezza età attorniato da alcuni giovani deferenti e qualche adulto e capii che si trattava di lui. Mi avvicinai e aspettai che finisse di parlare col suo interlocutore.
- Buongiorno, mi scusi, è lei monsieur le professeur Badiou? chiesi io con un rispettosissimo sorriso.
- Absolument, rispose Badiou.
Questo "assolutamente" mi parve brillantissimo. “Sono assolutamente io” è una frase bizzarra, sembra sarcastica e priva di senso: invece secondo la teoria matematica delle categorie un oggetto x può essere più o meno simile a se stesso. La specificità di Badiou è in effetti il suo mescolare creativamente matematica e filosofia, in un modo incomprensibile e fastidioso per i matematici, e intimidente per i filosofi digiuni di matematica. Badiou parla d'amore e di politica attraverso formule simboliche più o meno fantasiose. Ha ereditato questo stile formulare da Jacques Lacan, di cui seguiva i Seminari a Parigi negli anni Settanta e Ottanta, e dal quale è stato influenzato moltissimo, come tutti i filosofi della sua generazione.
Nella sua ultima filosofia, che stava elaborando all'epoca in cui arrivai a Parigi, Badiou mutua i suoi concetti ontologici dalla teoria delle categorie, o topoi, di Eilenberg e MacLane. In questa teoria un oggetto x formalizzato in un mondo o trascendentale ha un certo grado di somiglianza con un oggetto y: se il grado di somiglianza è massimo, x e y coincidono, e l'identità (x=x) è un caso particolare di somiglianza categoriale.
Al nostro primo incontro, insomma, Badiou mi diede una lezione che non potevo comprendere, perché quando arrivai a Parigi non sapevo quasi nulla di matematica, e tanto meno di teoria delle categorie.
- Io sono lo studente italiano – gli enunciai cercando di sembrare quanto più possibile diverso da uno scocciatore – che l'ha cercata per l'iscrizione al D.E.A. Mi scusi se la disturbo proprio oggi, in questo contesto e in questa situazione particolare, ma le ho telefonato molte volte e non l'ho mai trovata...
- Ah sì – disse il grand'uomo. E non disse altro.
- Ecco, ripresi allora io, dovrei sapere con certezza se lei acconsente alla mia iscrizione oppure no.
- Non c'è nessun problema, può iscriversi al D.E.A.
- Sotto la sua direzione?
- Sotto la mia direzione.
Gli feci firmare il foglio che mi avevano dato a Paris8, e per tenerglielo fermo lo appoggiai sul tettuccio di un'automobile parcheggiata nel cortile: era rovente e mi bruciai il dorso della mano, ma sopportai stoicamente il dolore per non mettere a rischio la preziosissima firma.
Me ne andai un po' stordito, con la mano dolorante. Questo semplice incontro di natura burocratica mi sembrava allora un evento quasi miracoloso, parecchio inadeguato a me. Mi pareva di subire una metamorfosi, come se stessi iniziando un processo di accrescimento glorioso, ormai circonfuso di luce destinale.
O come si potrebbe più appropriatamente dire: mi sentivo preso in una procedura soggettiva di fedeltà a quell'Evento che per me Badiou rappresentava necessariamente.

lunedì 22 maggio 2017

Paris 8 (Roman nouveau, 5)


Paris 8


L'università di Paris 8 - Vincennes/Saint-Denis si chiama così perché un tempo si trovava a Vincennes, proprio dentro l'omonimo bosco a sud-est di Parigi <mappa>, mentre dal 1980 è stata spostata a Saint-Denis <mappa>.
Lo spostamento di Paris 8 da Vincennes a Saint-Denis non è stato un semplice atto urbanistico-amministrativo ma una vera aggressione politica. A Paris 8 insegnavano, tra gli altri, Deleuze, Lyotard, Foucault; insieme a Nanterre (Paris X), Paris 8 (col numero arabo) era l'università più rivoluzionaria di tutta la capitale francese. Dagli anni Sessanta vi si conducevano esperimenti didattici di stile un po' anarchico. Le video e audio-registrazioni delle lezioni di Deleuze conservano un ricordo di tutto ciò. Nell'aula deleuziana non vigeva alcuna gerarchia, tranne quella dovuta al carisma del professore, che non sedeva in cattedra ma in mezzo agli studenti. Le domande sgorgavano liberamente, tutti potevano chiedere ciò che volevano, in un regime di uguaglianza sostanziale.
Ma quali sono i limiti di una rivoluzione micro-politica accettabili dall'istituzione accademica strutturalmente fascista? Si dice che a un certo punto fu assegnata una maîtrise (laurea) ad un cavallo, in segno di spregio per i diplomi e con gesto mimetico – penso io – della nomina senatoriale del cavallo di Caligola.
Sia come sia, le istituzioni dissero basta. Sindaco di Parigi era Jacques Chirac, immeritatamente destinato a diventare due volte presidente della République: lui e la ministra dell'Instruction publique diedero l'ordine di sgombrare l'università di Vincennes, i cui edifici in muratura furono rasi al suolo dal furore normalizzatore. In seguito alla distruzione punitiva, l'università fu ridislocata a Saint-Denis (donde il doppio nome), agli antipodi di Vincennes, a nord-ovest, in una vera e propria banlieue, città nella città, ghetto abitato in gran parte da arabi e africani, a quel tempo di prima e seconda generazione.
La nuova sede universitaria era costituita da prefabbricati che durarono per decenni, almeno fino a quando ci andai io nel 1997, e soprattutto fu costruita proprio a cavallo di una superstrada, quasi a evidenziare che la punizione per i professori rivoluzionari, che avevano insultato le istituzioni borghesi, doveva ricadere in eterno sugli studenti. Quando dico “a cavallo di una superstrada” intendo proprio che per andare da una parte all'altra dell'università si attraversavano dei ponti e dei corridoi sopraelevati: non li ho mai visti dalla prospettiva degli automobilisti ma suppongo che per loro il tutto debba avere un po' l'aria di un autogrill.
In seguito, poi, i socialisti fecero in modo di dotare l'università della più grande biblioteca universitaria di Francia, come indennizzo per l'umiliazione subita; tuttavia in questa babelica biblioteca, che a me piaceva molto, furono dimenticate cose fondamentali come le prese per i computer.

La prima volta che misi piede a Paris 8 ebbi una sensazione mai conosciuta prima. Io che ero vissuto sempre nella provincia italiana ebbi la percezione diretta di essere parte di una minoranza etnica: era luglio e non c'erano molti studenti, ma a una prima occhiata quelli che erano lì erano tutti arabi o africani. Non mi ero mai trovato in mezzo a tanta gente con la pelle di un colore così più scuro della mia e mi sentii immediatamente fuori posto.
Cercavo la segreteria del dipartimento di filosofia e trovai una stanzetta affollata di persone che con l'ufficio non c'entravano nulla. Ancora non sapevo che quella di filosofia a Paris 8 era una "segreteria collettiva", in cui tutti i presenti rispondevano alle domande di chiunque, se sapevano farlo. Nessuna autorità, nessuna gerarchia: si potrebbe dire che il segretario fosse solo una singolarità della moltitudine. In realtà era un tipo scazzatissimo, ma questo l'ho capito più tardi.
Chiesi del segretario e mi dissero che era via, nessuno sapeva se e quando sarebbe tornato. Dato che era la mia ultima occasione per farmi firmare da Badiou le carte vidimate dalla segreteria, necessarie per poter iniziare l'anno universitario a settembre, provai l'angoscia di vedermi a un passo dalla meta e poi fregato, come per l'Erasmus con Derrida.
Vagando a caso per i corridoi qualcuno mi additò per miracolo il segretario di filosofia, che passava di lì proprio in quel momento: era un signore coi capelli rossi e un nomignolo che mi sembrava arabo e invece era berbero. Aveva un aspetto hippy: barba lunga e incolta, berretto maghrebino, parecchi anelli vistosi e soprattutto un'aria di strafottente importanza che nel corso degli anni mi diede sempre più fastidio. Mi disse che ormai erano cominciate le vacanze e che Badiou potevo trovarlo soltanto alla proclamazione dei vincitori del concorso per l'ingresso all'Ecole Normale Supérieure, in Rue d'Ulm. Decisi pertanto di andare a cercarlo lì, all'Ecole Normale Supérieure, in Rue d'Ulm. Nonostante l'angoscia di rischiare il fallimento della mia impresa, ero anche invogliato dal desiderio di vedere la mitica grande école nella quale avevano prima studiato e poi insegnato i più importanti filosofi francesi del XX secolo.

domenica 21 maggio 2017

Poesia di Tom Morello per Chris Cornell



Sei un principe, un tranello, un'ombra

Sei crepuscolo fuoco stellare e ombra 

Sei un uomo saggio, una ferita condivisa, porti una maschera

Sei una colonna di fumo, un cuore di platino 

Sei un cespuglio infuocato, sei imprigionato, libero 

La tua visione pentera, e tu non vedi

I tuoi frammenti sono sparsi sulla collina

Sei a braccia aperte, sei armato, sei vero

Sei un rivelatore di visioni, un passeggero, una cicatrice mai scomparsa

Sei crepuscolo fuoco stellare e ombra 

Sei il velato segreto, il segreto rivelato, non sei più assediato

Non ci sei più, ora sei qui  per sempre

Sei un bellissimo sposo, un padre amorevole, un corridoio spiritato

Sei lo squillo chiaro delle campane, le montagne riecheggiano la tua canzone 

Forse nessuno ti ha mai conosciuto 

Sei crepuscolo fuoco stellare e ombra

(19 maggio 2017)



You're a prince, you're a snare, you're a shadow

You're twilight and star burn and shade

You're a sage, you're a wound shared, you're masked

You're a pillar of smoke, you're a platinum heart

You're a brush fire, you're caged, you're free

Your vision pierces, you do not see

You are pieces strewn on the hillside

You're open armed, you're armed, you're true

You're a revealer of visions, you're the passenger, you're a never fading scar

You're twilight and star burn and shade

You're the secret veiled, you're the secret revealed, you're surrounded no more

You're not there, now you're always here

You're a handsome groom, a loving father, a haunted stairwell

You're the clear bell ringing, the mountains echo your song

Maybe no one has ever known youYou are twilight and star burn and shade

sabato 20 maggio 2017

L'Erasmus mancato (Roman nouveau 4)

L'Erasmus mancato (forse nota n.1)

Uno dei primi libri importanti di Derrida si intitola La voce e il fenomeno: è un confronto con la fenomenologia husserliana, questa filosofia che si voleva assolutamente rigorosa e che invece Derrida mostra essere vincolata a presupposti criticabilissimi, che assoluti proprio non sono. Nella sua tesi di dottorato, anche Theodor Wiesengrund Adorno  aveva argomentato, da hegeliano, contro l'assoluta e astratta purezza della fenomenologia della coscienza intenzionale. Ma Derrida non pare avere mai preso troppo sul serio Adorno. Il che è quantomeno singolare, data l’importanza del pensiero adorniano per la filosofia critica della seconda metà del XX secolo. Anche in filosofia dobbiamo dire de gustibus? Una parziale spiegazione di questa omissione potrebbe essere la seguente: il discorso di Derrida procede da presupposti heideggeriani ed è vero che Heidegger era certamente il peggior avversario di Adorno, secondo Adorno.
In La voce e il fenomeno, Derrida sostiene che Husserl – al culmine della tradizione metafisica occidentale che Heidegger riuscirà successivamente a s-fondare (i filosofi dicono così, senza alcun senso del ridicolo) aprendone l'oltrepassamento e insomma la via di fuga – consideri la scrittura come un mero supplemento segnico della viva sorgente del logos, ossia l'anima, psiche o coscienza, ripetendo così, Husserl, la posizione della metafisica occidentale eminentemente rappresentata dai casi emblematici di Platone, Rousseau e Lévi-Strauss.
Secondo Derrida la voce viene considerata, per pregiudizio metafisico, l'origine di cui la scrittura è copia. Questo sembrerebbe un punto di vista condivisibile ma per Derrida cela una trappola trascendentale: da dove viene la voce? Che cos'è quello spirito che anche San Paolo contrapponeva alla lettera e che sembra più reale perché presente nel presente?

La musica in quanto suono si svolge nel presente, è simultaneità fonica. E dunque la posizione derridiana mi pareva suscitare molti problemi per la filosofia della musica, la quale musica, in quanto preistoricamente apparentata alla e originata dalla voce umana, poteva ben dirsi avere una primazia rispetto alla sua trascrizione codificata e dunque alla scrittura musicale.

Al mio terzo anno di filosofia a Pavia avevo scoperto che la facoltà di musicologia di Cremona elargiva a studenti pavesi, di filosofia o di altre discipline nemmeno troppo musicologiche, borse Erasmus per studiare a Parigi. Io avevo quel progetto di tesi sulla voce e la musica e decisi pertanto di candidarmi per una borsa che mi avrebbe permesso di andare a studiare con Derrida. E la facoltà di musicologia di Cremona non ebbe problemi ad attribuirmi la borsa di studio.
Ero al settimo cielo: sapevo perfettamente che se fossi andato a Parigi già durante i miei studi universitari il mio destino sarebbe cambiato moltissimo. Voglio dire: è comunque cambiato col mio andare a Parigi dopo la tesi, ma sarebbe cambiato molto di più e in meglio (non posso fare a meno di pensarlo) se vi fossi andato ancora nel pieno della mia innocenza universitaria. A differenza del mio voler andare a Parigi dopo la laurea, il sogno di andare a studiare a Parigi con Derrida per la mia tesi di laurea non era affatto vuoto.
Ma dopo un po' di tempo mi telefonarono da Cremona: la mia borsa di studio non esisteva più, perché gli eurocrati di Bruxelles si erano accorti che venivano elargite borse Erasmus senza i dovuti controlli, e quindi Cremona era stata improvvisamente radiata dal programma europeo. Dopo anni che tanti ne avevano approfittato. Soprattutto, proprio nell'anno in cui ne volevo approfittare io, per altro con fondate ragioni e intenti cristallini ben diversi da quelli dei lazzaroni andati a Parigi a divertirsi.
Non avendo a chi confidare il mio dispiacere, perché agli amici e compagni di collegio, al di là di un dispiacere formale, il mio danno non sembrava, anzi eliminava un’ingiustificabile botta di culo, mi ubriacai a pranzo alla mensa del Collegio Ghislieri, con quel vino schifoso che ci mettevano a disposizione a ogni pasto, confidando forse che non ne potessimo abusare dato il suo grado di velenosità oppure comminando implicitamente una pena agli studenti capaci di bere tale vinaccio. 
Poi salii nella mia camera, che quell'anno dava sulla piazza antistante il Collegio, infilai nel mangiacassette la Bachiana brasileira n.8 di Heitor Villa-Lobos e lo posizionai sul davanzale in direzione della piazza, diffondendo al massimo volume quella musica composta e selvaggia, coi suoi romantici violoncelli e il soprano dolcemente struggente. Terminato il brano bipartito, spensi tutto e mi misi a dormire, sognando che un giorno sarei andato a Parigi. 
Forse sognai anche che vi sarei morto.

giovedì 18 maggio 2017

Badiou (Roman nouveau, 3)


Badiou

Il giorno stesso della mia laurea, dunque, per togliermi da quella palude depressiva nella quale mi lasciarono i miei genitori e parenti ripartiti frettolosamente da Pavia, iniziai a progettare il mio futuro. Avevo del resto venticinque anni ed è solo per il privilegio datomi dalla mia condizione di studente piccolo borghese che non me ne ero preoccupato seriamente prima di allora.
Dopo aver telefonato a Strasburgo e ottenuto le istruzioni per iscrivermi al DEA, mi assalirono i dubbi. Non volevo tornare là, dove avevo fatto l'Erasmus con due derridiani, Nancy e Lacoue-Labarthe. Volevo andare a Parigi. Volevo studiare con Alain Badiou, che aveva appena pubblicato il suo libro su Deleuze.
Scrivendo la mia tesi avevo scoperto Badiou: era molto diverso dall'autore di Differenza e Ripetizione, ma anche lui così potente e lontano dalla vulgata ermeneutico-derridiana nella quale ero cresciuto, che non avevo avuto dubbi su chi puntare per i miei progetti di ricerca futura. Perciò dal giorno successivo alla mia laurea iniziai a telefonare a Paris 8, l'università di Badiou nella quale anche Deleuze aveva insegnato per tutta la vita. Mi diedero il numero di casa del filosofo e lasciai qualche messaggio alla sua segreteria telefonica. Non mi richiamò ma gli scrissi una lettera spiegandogli per quale ragione sarei stato onoratissimo di poter studiare con lui, la sua interpretazione di Deleuze era oltremodo innovativa e si era rivelata fondamentale per la mia tesi ecc. ecc.
Dopo un paio di settimane ricevetti una sua lettera: potevo andare a studiare con lui, era disposto a prendermi in DEA. Mi sentii improvvisamente proiettato in un mondo nuovo: potevo andarmene dall'Italia dove ero solo e depresso, e dove non avevo futuro. A Parigi avrei potuto riscattarmi da quegli studi insensati fatti per pigrizia in una facoltà provinciale. Avrei potuto riscattarmi da quella brutta laurea. Per la prima volta da quando avevo creduto di poter fare l'Erasmus con Derrida vivevo una specie di sogno.
Ma se avessi voluto guardarlo bene fino in fondo, quel sogno mi sarebbe dovuto sembrare subito sostanzialmente vuoto.

mercoledì 17 maggio 2017

Il collegio Ghislieri (Roman nouveau, 2)


Il collegio Ghislieri

La mia tesi in effetti faceva schifo, ma non è che io fossi uno studente universitario dei peggiori. Dopo il liceo ero entrato per concorso allo storico Collegio Ghislieri di Pavia, dove occorreva mantenere la media annuale del ventisette e dare tutti gli esami previsti dal proprio piano di studi. Così avevo fatto, anche se non ero certo uno studente eccellente: nessun professore mi fece mai i complimenti né dimostrò interesse verso di me, anzi l'antropologo Fabietti mi disse, dopo quello che fu il mio secondo esame di filosofia, che se fossi diventato più preciso ciò avrebbe giovato ai miei risultati.
Del resto anche la maestra di prima elementare mi aveva fatto piangere scrivendomi PASTICCIONE alla fine di un tema sui vulcani che io ritenevo bellissimo. C’erano anche i disegni dei vulcani.
Sicché avevo fatto il mio percorso universitario isolandomi sostanzialmente in un narcisistico e melanconico orgoglio, a metà tra la convinzione di essere un fallito e quella di essere un incompreso. L'orgoglio era accresciuto dalla mia dedizione ai filosofi francesi contemporanei, ancora poco conosciuti in quel di Pavia, dove vigeva una koiné heideggeriano-wittgensteiniana, miscelata con Merleau-Ponty.
Ma al Collegio Ghislieri avevo fatto ben altro che studiare. Avevo iniziato ad avere amici, a bere vino, ad amare le ragazze. Su quest'ultimo punto occorrerebbero mille precisazioni, perché non ebbi una vera fidanzata fino al mio terzo anno là dentro: tuttavia è certo che, provenendo da una condizione di miseria affettiva accumulata durante gli anni di liceo a Bra, mi avvicinai abbastanza rapidamente a una condizione di quasi normalità amorosa.
Al Collegio Ghislieri conobbi anche quelli che rimasero poi gli amici della mia vita, e insieme a loro bevvi moltissimi litri di vino scadente. Alle feste organizzate tra di noi, quand’ero matricola avevo il compito di acquistare il vino al supermercato, e siccome nessuno mi dava delle dritte tornavo spesso con il bottiglione da cinque litri contenente i peggiori e più velenosi vini in circolazione. Erano gli anni del vino al metanolo, e alla fine delle feste talvolta l'ubriachezza mi dava un'impressione di cecità.
Del resto lo studio della filosofia era per me un approdo tardivo e tormentato. Al liceo avevo avuto un pessimo professore e i miei gusti intellettuali si erano indirizzati verso gli orizzonti di pensiero dischiusi da autori come Bateson, Varela, Hofstadter, Xenakis, la cibernetica e l'intelligenza artificiale. Poiché mio padre, però, mi aveva imposto di scegliere tra ingegneria, giurisprudenza ed economia e commercio, avevo tentato di optare per quelle facoltà: superato il test d'ingresso al politecnico di Torino lo avevo frequentato per cinque giorni, fino alla notizia di avere vinto un posto al Collegio Ghislieri di Pavia. Lì entrai per studiare economia, salvo cambiare immediatamente facoltà iscrivendomi a giurisprudenza. L'anno di studi giuridici si accompagnò a grandi sofferenze, perché non mi bastava condividere lo studio del diritto con gente come Flaubert, Stravinsky, Kandinsky, Volponi e Nono per sentirmi giustificato a memorizzare logiche astruse e articoli di legge. Oltrettutto, in Collegio avevo conosciuto Valeria e Diego, due studenti di filosofia miei coetanei: mi sembravano due geni, mi pareva che i loro pensieri fossero fuori dal comune, non solo per il loro contenuto ma anche per la forma e lo stile, e durante un intero anno lottai per convincermi che anche io dovevo studiare la filosofia, perché solo la filosofia mi avrebbe potuto permettere di entrare in una dimensione di senso più profonda.

“Mamma – dissi un giorno durante un breve ritorno a casa – ho capito perché non posso continuare a studiare giurisprudenza: a me importa LA VERITÀ!”. Stavo studiando l'Introduzione a Heidegger di Vattimo, e la questione della verità doveva avermi dato alla testa. Quando poi mi iscrissi a filosofia, mi scontrai subito con la difficoltà di testi di un genere che non avevo mai incontrato prima (conoscevo soltanto un po' di Wittgenstein, che non avevo capito) e rapidamente dovetti confessare a me stesso che non ero tagliato per la filosofia. Ma che importava? Oramai, al secondo anno di Collegio, mi ero innamorato più volte, mi ero ubriacato parecchio, avevo cercato goffamente di sedurre alcune fidanzate dei miei amici, ed erano quindi in ballo questioni ben più importanti della facoltà universitaria, come il senso della vita, l'amore, l'odio, la gelosia e la morte.
Si capisce insomma agevolmente che al Collegio Ghislieri mi occupai perlopiù di cose diverse dallo studio dei filosofi francesi contemporanei, per quanto questi mi sembrassero profondissimi e necessari. Nulla di strano, dunque, se alla fine la mia tesi di laurea su L'ontologia della rappresentazione nella filosofia di Gilles Deleuze era davvero assai scadente.
Rileggendola adesso confesso che non si capisce quasi nulla di ciò che intendevo dire. Mi domando anzi come abbiano potuto permettermi di laurearmi.

martedì 16 maggio 2017

Post lauream animal triste (Roman nouveau, 1)


Post lauream animal triste

Il giorno della mia laurea a Pavia ero più triste che contento.
Mi sollevava avere finalmente terminato un lavoro assurdo di scrittura, durante il quale il mio relatore non mi aveva seguito neanche il tempo di un tè pomeridiano (un privilegio riservato alle studentesse, della cui compagnia l’anziano professore era avido).
Anche se ero contento per il lavoro, terminato in condizioni non ottimali - avevo scritto nella casa paterna, bevendo tutti i giorni molta birra - percepivo una cupa pesantezza proiettata sulla scena da mio padre, taciturno e impenetrabile come non mai. Non era da lui quel tacere. Non volevo sapere che era malato.
Quando la discussione della tesi fu terminata (ma avevo cercato di affrettare la fine accennando ad alzarmi senza rispondere alle domande dei relatori) mi sembrava che l'evento non avesse proprio alcun senso.
Uscimmo dall'aula e il fotografo che ci aveva convinti ad affidarci a lui cominciò a fotografare sulle scale il gruppo di amici e parenti. Passò allora Mario Vegetti, il famoso grecista, che ci disse di andare a fotografarci fuori dall'edificio: “con i bellissimi chiostri che abbiamo!" Provai molta vergogna, come se la responsabilità fosse mia, ma poi mi dissi che forse avrebbe potuto pensarci qualcun altro. Per esempio mio padre.
La vergogna che provai per quelle brutte fotografie di una brutta laurea è registrata nella mia foto ufficiale: sono davanti a un pozzo in muratura al centro del chiostro. Ho gli occhi chiusi e sono un po' inclinato di lato come un omino di Chagall.
Mio padre e gli zii non si fermarono per la cena, diversamente da ciò che speravo e trovavo normale dovessero fare. Anche mia madre, che da vent'anni era separata da mio padre, tornò in Piemonte con gli altri. Quando i parenti furono tutti partiti mi sentii triste e stanco e per reagire decisi di cominciare a telefonare a Strasburgo, dove avevo fatto l'Erasmus, per trovare un professore che mi prendesse sotto la sua tutela per il Diplôme d'Etudes Approfondies. 
Era il 24 giugno 1997 e da quel momento non mi fermai più un istante. Fino alla morte di mio padre.

lunedì 17 aprile 2017

Il demone della scrittura (Intuizione 42)

Socrate aveva capito che il demone fa sentire la sua voce quando vuole trattenerci dall'errore, ma non aveva sperimentato la sua utilità nello scrivere.
Quando scriviamo dobbiamo ascoltare il nostro demone.

giovedì 23 febbraio 2017

Dare ragione a Spinoza (La biada quotidiana, 5)

L'Idea fondamentale di Spinoza è semplice: l'essere è ciò che è, perfettamente.
Il pensiero è la dimensione dell'essere nella quale possiamo agire eminentemente per realizzare la nostra essenza.

Difficile è cogliere questa possibilità come espressione stessa dell'essere.
Coincidenza di necessità e libertà.

venerdì 17 febbraio 2017

Paul Simon, Il lupo mannaro (Stranger to stranger, 2016). Mia traduzione (in progress).



https://www.youtube.com/watch?v=uBtXYoYiSdM&feature=youtu.be

Il tizio di Milwaukee condusse una vita dignitosa
Visse dignitosamente, ebbe una moglie dignitosa
Lei lo uccise. Ah, quel coltello da sushi!
Ora si compreranno un aldilà dignitoso

Il mannaro sta arrivando

Il fatto è che molti necrologi sono dei resoconti eterogenei
La vita è una lotteria, un sacco di gente perde
E i vincitori, i sogghignanti con gli occhi color-dei-soldi
Mangiano tutti i pezzi, e ordinano le patatine extra

Il mannaro sta arrivando (patatine extra)
Il mannaro sta arrivando. Il mannaro sta arrivando, il mannaro sta arrivando, sì, Il mannaro sta arrivando

La sento ululare, ringhiare sulle colline
Il mannaro sta arrivando, Bill

Ignoranza e arroganza, un dibattito nazionale
Metti la lotta a Las Vegas, c'è uno sbarramento da un miliardo
di dollari: tv a pagamento, dovrebbero essere abbastanza in buona salute
Le produzioni usuali, e tutto va ai ricchi
Eppure, il mannaro sta arrivando

Eh, Il mannaro sta arrivando

***

Milwaukee man led a fairly decent life
Made a fairly decent living, had a fairly decent wife
She killed him. Ah, sushi knife
Now they're shopping for a fairly decent afterlife

The werewolf is coming

The fact is most obits are mixed reviews
Life is a lottery, a lotta people lose
And the winners, the grinners with money-colored eyes
Eat all the nuggets, then they order extra fries

The werewolf is coming. (Extra fries)
The werewolf is coming. The werewolf's coming, the werewolf's coming, yes, the werewolf is coming

I hear her howling, prowling on the hills
The werewolf's coming, Bill

Ignorance and arrogance, a national debate
Put the fight in Vegas, that's a billion dollar gate
Revenues: pay per views, it should be pretty healthy
The usual productions, and it all goes to the wealthy

Still, the werewolf's coming
Eh, the werewolf's coming

I'm not complaining, just the opposite my friend
I know it's raining, but we're coming to the end
Of the world, of the lyin' and the spyin' through
Oh, you don't know me?
OK, I don't know you, too

The werewolf's coming. Werewolf's coming up
The werewolf's coming, and the The werewolf's coming
The werewolf is coming, too

I hear her howling, prowling on the hills
The werewolf's coming Bill

You better stock up on water, canned goods off the shelves
And loot some for the old folks who can't loot for themselves
The doorbell's ringing, could be the elves
But it's probably the werewolf. It's quarter to twelve
And when it's midnight, and the wolf bites

It's a full moon, she really got the appetite
The werewolf's coming
(The werewolf, the werewolf)
The werewolf's coming
(The werewolf, the werewolf)