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martedì 6 novembre 2018

They might be giants, I comunisti hanno la musica (TRADUZIONE AUTOMATICA)

Sono stato consegnato al sandwich di Ayn Rand
Direttamente dalla lattina, aveva un sapore così insipido
Ho molto da passare per un bicchiere
Delle condizioni della classe lavoratrice di Engels
Subito mi hanno trascinato al comitato
Per spiegare la mia attività non americana
Vedranno che hanno fatto un errore
Se mi lasciassero solo suonare il mio mixtape
Non sono parziale alla marziale
O i plutocrati, con i loro cappelli di castoro
E i fascisti hanno gli abiti
Ma non mi interessa per gli abiti
Ciò che mi interessa è la musica
E i comunisti hanno la musica
Sento una melodia
E altrettanto improvvisamente
So chi dovrei essere
Non ho bisogno di un razionale
Per cantare "The International"
Ho solo bisogno di collegare il jack per le cuffie
Quindi posso ascoltare la mia base musicale
Non sono geloso dello zelante
O anarchici con plettri per chitarra
E i fascisti hanno i loro abiti
Ma non mi interessa per gli abiti
Ciò che mi interessa è la musica
E i comunisti hanno la musica
Sì, i comunisti hanno la musica
Oh, i comunisti hanno la musica
Sento una melodia
E altrettanto improvvisamente
So chi dovrei essere
Non sono parziale alla marziale
O i plutocrati, con i loro cappelli di castoro
E i fascisti hanno gli abiti
Ma non mi interessa per gli abiti
Ciò che mi interessa è la musica
E i comunisti hanno la musica
Sì, i comunisti hanno la musica
Oh, i comunisti hanno la musica

Intuizione 50 (Alienazione-semiosi interrotta)

Alienazione = interruzione violenta della semiosi.

martedì 16 ottobre 2018

Il modello brutto di Antibes

Ad Antibes un amico pittore mi invita a una serata di nudo. L'organizzatore è un artista cinese.
L'amico mi dice che non potrei partecipare perché non disegno, ma in quanto filosofo si può fare un'eccezione. Del resto è lui che mi ha invitato e l'idea mi incuriosisce.
Il tipo inizia con una posizione difficilissima tipo giocatore di rugby maori accucciato prima di cominciare. Resiste circa 2 minuti poi cambia posizione.
Tra i disegnatori ci sono due donne, più la barista. La barista è abbastanza bella, all'inizio avevo pensato che fosse lei la modella, dato che siamo arrivati per primi abbiamo parlato un po' con lei e io mi domandavo come potesse non sentirsi imbarazzata a spogliarsi dopo averci serviti.
In Francia non so mai come vanno le cose.

Il cinese si avvicina al modello e indica alcuni punti della sua mano parlando a una sua allieva: il bianco tra le nocche, mi pare che dica, perché parla in francese, non in cinese ma comunque non sono sicurissimo di quello che dice, è evidente: sull'altra mano invece no.

Mi ritrovo in mezzo a persone che evidentemente vedono il mondo molto meglio di me.

Ci sono cinque donne, esclusa la barista: due anziane e tre ragazze. Il modello è proprio brutto. Se fosse stato un bell'uomo, le donne guardandolo avrebbero provato qualcosa di simile a quello che avrei provato io se avessi avuto davanti a me una bella modella nuda? Ne dubito. Le donne sono diverse, si sa, non che non gli piaccia la bellezza maschile, ovviamente, ma deve piacer loro in modo diverso.

Adesso il modello si è girato di culo si appoggia al muro e tiene la mano sinistra sul fianco destro. Molto plastico, nel complesso, questo signor modello, mi rendo conto che è quello il lavoro che devi fare se fai il modello.
Adesso anche la barista si è messa a disegnare il modello.

Il mio amico va di acquerello, dopo aver disegnato la figura intinge il pennello piatto nell'acqua e nel colore e poi applica il colore al disegno.

E' arrivata una settima donna, giovane. Gli uomini sono 6. Chissà se ci sarebbero state meno donne se la modella fosse stata una donna?
La barista è vestita di verde.
Il cinese dirige la sessione decretando la fine del tempo utile per disegnare.
Una musica lagnosa falsamente etnica accompagna la sessione. Si ode un piano, un violoncello un contrabbasso e una voce senza parole che intona un canto abbastanza schifoso.
Ehi, siamo ad Antibes, ragazzi, forza, fatemi vedere qualcosa di più.
Si sente il ticchettio dei tasti del mio computer. Alla fine in un certo senso partecipo anch'io alla sessione, scrivendo all'impronta. Improvviso. Come chi disegna. Disegnare dal vero vuol dire improvvisare. Puoi correggere entro margini ristrettissimi. Così anch'io non correggerò molto questo testo.
Il mio amico si è scusato alcune volte ridendo: la modella dell'altra volta era una fica spaziale, sono stato proprio sfortunato, mi dice, ridendo.
Comunque il brutto modello ha un bel culo. Bello forse non è la parola giusta, diciamo che penso che il mio culo sia meno tondo del suo. Per il resto, ha meno capelli di me. Cioè li porta lunghi sui lati ma in mezzo è calvissimo, ha una striscia di capelli in meno. Evoca per assenza l'idea del parrucchino. Dovrebbe mettersi un parrucchino. Anzi forse di giorno si mette il parrucchino. Sarà gay? Se fossi una donna non lo troverei per nulla attraente. Anche se con le donne non si sa mai. Sto modello avrà circa cinquant'anni.
Alla nuova posizione il cinese assegna sette minuti. La musica di sottofondo continua noiosa, violoncello lamentoso, vaghe reminiscenze di musica ebraica.
La sala è addobbata come per un natale al neon: ci sono alberelli bianchi artificiali ai cui rami sono appese delle lucine bianche. Poi stelline di natale che si muovono a intermittenza. I lampadari pendono dal soffitto come grossi batuffoli di piume finte, bianche. Ci sono anche tre pale ventilatrici, immobili.
La lagna musicale continua, adesso arabeggia un po'. Ad Antibes diciamo che per gusto musicale non mi pare provino vergogna.
Le tette della barista non sono niente male, ma lei è vestita.
Il cinese è anzianotto, i suoi capelli però sono bruni bruni.
Adesso la musica è un brano che conosco, storpiato in modo new age, devo solo identificarlo. Lago dei cigni. Terrific.
Il mio amico mi dice che il corpo maschile è bruttissimo da disegnare. In particolare questo, dico io. Si domanda come facciano le donne presenti a disegnare il pene di questo tizio. Io penso: oh, ma non siete artisti? Dovete pur confrontarvi col bello e col brutto, no?
La musica adesso è una storpiatura rock dell'Adagio di Albinoni.
Il modello tende un arco immaginario e guarda per aria. Da bambino doveva essere bravissimo a giocare a un due tre stella.
Adesso mi sta venendo sonno. Se ci fosse stata una bella donna nuda forse non mi sarebbe venuto sonno. Sto sbadigliando, non va bene, non dovrei far notare che mi annoio così tanto. Forse potrei mettermi a scrivere il mio paper su musica ed emozioni. Non ho molta voglia, dovevo venire a divertirmi, cacchio, ad Antibes. Sono sfigato o è un segno di un più vasto destino di obiettivi mancati?
Su una mensola ci sono libretti di cucina: I love muffins, Cheescake, Crumbles ecc.
Potrei provare a disegnare anch'io.
Mi metto a correggere un paragrafo del mio romanzo, poi mi viene in mente un paragrafo che non ho ancora scritto e lo scrivo. Quando guardo di nuovo la sala sembra tutto uguale, tranne il fatto che la musica è leggermente migliorata. La melodia storipiata adesso mi ricorda qualcosa che potrebbe essere una danza ungherese di Brahms, ma con percussioni africane e flauti turchi.
Ora il tipo sta piegato sulle ginocchia, deve fare parecchio yoga o pilates o non potrebbe permettersi simili prodezze. Mi domando che succederebbe se gli scappasse una flatulenza.
Tutti i disegnatori maschi, tranne l'organizzatore cinese, sembrano sconfortati di non avere una bella fica davanti a loro.
Aria sulla quarta corda, non poteva mancare.
Questa è la penultima posizione del racchione. Sono contento, anche se non è che mi sentissi a disagio. Ho scritto per tutto il tempo questo resoconto e il mio romanzo. Il mio amico ha detto che in una situazione come questa si smette di pensare tutti insieme e accade qualcosa di prodigioso. Neuroni specchio, penso io. Effettivamente è l'effetto biblioteca: se gli altri leggono leggi pure tu.
...

venerdì 31 agosto 2018

Deleuze e l'alcol (Roman nouveau, 23 bis)

Gilles Deleuze è stato un gran bevitore fino al 1967. Non è dunque strano che abbia filosofato anche sull'alcol e l'alcolismo. Tre sono i luoghi testuali a me noti, ossia un passo di Logica del senso (1967: l'anno del divenire-sobrio), uno di Mille piani (1980: dopo l'incontro con Guattari), e la lettera B dell'Abecedario (videointervistato da Claire Parnet nel 1988, con la clausola che le registrazioni venissero diffuse solo dopo la morte di Deleuze). 
Nell'Abecedario1, Deleuze sostiene che bere sia una questione di quantità, cioè l'alcolismo avrebbe una sorta di intrinseca logica quantitativa legata a una bevanda particolare: ciascun bevitore sperimenta la quantità relativamente a quella bevanda (se bevo birra mi regolo su quanta ne sto bevendo, se bevo whisky il calcolo sarà diverso). 
La quantità alcolica è orientata verso “l'ultimo bicchiere”: “bere significa esattamente fare di tutto per arrivare all’ultimo bicchiere (...) l’alcolizzato è quello che non (...) smette mai d’essere all’ultimo bicchiere”.

L'alcolizzato è scaltro: 

c’è una valutazione. Valuta quanto può resistere senza crollare (…) Valuta quindi l’ultimo bicchiere e tutti gli altri serviranno a raggiungere quest’ultimo. E l’ultimo cosa vuol dire? Non può sopportare di bere di più per la giornata. È l’ultimo che gli permetterà di ricominciare l’indomani. Perché se invece arriva fino all’ultimo, quello che eccede il suo potere, è l’ultimo in suo potere. Se supera l’ultimo in suo potere, allora crolla. È fottuto, finisce in ospedale, oppure deve cambiare abitudini, deve cambiare concatenamento. Così quando dice l’ultimo bicchiere, si tratta in realtà di quello precedente. È alla ricerca del penultimo in realtà. Non cerca l’ultimo ma il penultimo. Il penultimo è l’ultimo prima di ricominciare il giorno dopo. Dunque, per me l’alcolizzato è quello che non smette mai di dire: “dai”, è quanto si sente nei caffè, sono così allegre le compagnie di alcolizzati, non ci si stanca mai di ascoltarli. È quello che dice sempre: “dai è l’ultimo” e l’ultimo varia per ognuno. E l’ultimo è il penultimo.

Nonostante questo apparente elogio dell'alcolizzato, Deleuze dice anche che bere è “pericoloso”: 

va bene bere, drogarsi, si può fare tutto ciò che si vuole se non impedisce di lavorare. Si tratta di un eccitante. È normale offrire qualcosa del proprio corpo in sacrificio. C’è tutto un aspetto sacrificale in questa disposizione al bere, alla droga. Si offre il proprio corpo in sacrificio per qualche motivo, forse perché c’è qualcosa di troppo forte che non si può sopportare senza alcol. (...) Si ritiene quasi che bere, drogarsi… renda possibile qualcosa di troppo forte, anche se c’è un prezzo da pagare, ma in ogni caso è legato a lavorare, lavorare. E poi quando tutto si rovescia, quando bere impedisce di lavorare, quando la droga diventa un modo di non lavorare, è il pericolo assoluto, perde di qualsiasi interesse. E ci si accorge sempre di più che si credeva la droga necessaria, e invece non lo è affatto. Forse bisogna esserci passati per accorgersi che tutto quello che si credeva di poter fare grazie all’alcol o alla droga, si poteva fare anche senza. 

Fare senza alcol, io l'ho provato solo dopo la morte di mio padre, quando per qualche tempo sono stato completamente sobrio. Ma è durato poco. Mio padre invece non è riuscito a fermarsi in tempo, non ci ha proprio provato, e per lui non era legato al lavoro, era solo un modo per stordirsi, combattere la depressione e la solitudine, e morire il più in fretta possibile senza veramente deciderlo. 
No, dico il falso: in effetti anche per lui bere era legato al lavoro, o meglio al non lavoro. In effetti negli ultimi mesi papà lavorava a casa, si era messo in proprio e aveva tirato fuori il suo vecchio tecnigrafo. Si era messo in proprio nel senso che si era licenziato dall'ultimo datore di lavoro (un'azienda in trentino, dove era anche andato ad abitare, nel mio ultimo anno di liceo) e poi era andato in pensione: aveva racimolato decine di milioni di contributi non versati per poter andare in pensione. Milioni che ovviamente sono stati bruciati nel nulla con la sua morte, avvenuta neanche due mesi dopo l'inizio della pensione. 

In Logica del senso, Deleuze aveva già proposto una piccola teoria filosofica dell’effetto dell’alcol sulla mente. “L’alcolismo non appare come la ricerca di un piacere, bensì di un effetto”, esordisce Gilles2 suscitando subito il mio assenso. A quale beone verrebbe mai in mente di sostenere che bere sia piacevole? Chi beve cerca evidentemente l'ebbrezza. 
Subito dopo però la teoria diventa astrusa: 

Tale effetto consiste principalmente in ciò: uno straordinario indurimento del presente. Si vive in due tempi contemporaneamente, si vivono due momenti contemporaneamente (...). L'altro momento può rinviare a progetti come pure a ricordi della vita sobria; nondimeno esiste in tutt’altro modo, profondamente modificato, colto in questo presente indurito che lo circonda, come un tenero bocciolo in una carne indurita. In questo centro molle dell’altro momento l’alcolizzato può dunque identificarsi con gli oggetti del suo amore, (...) mentre la durezza vissuta e voluta del momento presente gli permette di mantenere a distanza la realtà. 

Uhm... Questa idea della temporalità doppia complica tutto, perché non è chiaro che cosa significhi, se non che nel presente ricordiamo il passato: l'alcolista lo farebbe in tutt'altro modo, poiché l'alcol gli indurisce l'esperienza presente? Questo indurimento consisterebbe nel mantenere a distanza la realtà, il che sarebbe l'effetto vero e proprio dell'alcol? Il presente indurito però, circonda un nucleo molle, che è la dimensione dei sogni, rimpianti, desideri ecc.: sembra dunque che l'indurimento del presente sia una sorta di corazza che protegge questo frutto centrale di libertà immaginaria. 

Questo è un punto interessante: in effetti da ubriaco io leggevo e fantasticavo, inventavo connessioni tra concetti, immaginavo orizzonti discorsivi e teorici che normalmente non mi apparivano alla coscienza... 

Ma quale strana tensione quasi insopportabile, questa stretta, questo modo in cui il presente circonda e investe, racchiude l’altro momento. Il presente si è fatto cerchio di cristallo o di granito, attorno al centro molle, lava, vetro liquido o pastoso. 

Ma Deleuze rinviene poi nell'effetto alcolico un'articolazione ulteriore, sopraggiunge un secondo effetto, o un “effetto dell'effetto”: 

Nondimeno, questa tensione si snoda a profitto di altro ancora. Infatti, è proprio del passato prossimo diventare un “ho bevuto.” Il momento presente non è più quello dell’effetto alcolico, bensì quello dell’effetto dell’effetto. E ora l’altro momento comprende indifferentemente il passato recente (il momento in cui io bevevo), il sistema di identificazioni immaginarie celato da questo passato recente e gli elementi reali del passato sobrio più o meno allontanato. Quindi l’indurimento del presente ha completamente mutato senso; il presenta nella sua durezza è diventato senza presa e scolorito, non racchiude più nulla e parimenti mette a distanza tutti gli aspetti dell’altro momento. 
Si direbbe che il passato prossimo, ma anche il passato di identificazioni che in esso si è costituito, e infine il passato sobrio che forniva una materia tutto questo sia fuggito ad ali spiegate, tutto questo è parimenti lontano, mantenuto a distanza da una espansione generalizzata di questo presente scolorito, dalla nuova rigidità di questo nuovo presente. 
I passati prossimi del primo effetto, sono sostituiti dal solo “ho bevuto” del secondo effetto, in cui l ’ausiliare presente esprime ora soltanto la distanza infinita di ogni participio e di ogni partecipazione. 
L ’indurimento del presente (io ho) si trova ora in rapporto con un effetto di fuga del passato (bevuto). Tutto culmina in un has been. Questo effetto di fuga del passato, questa perdita dell’oggetto in tutti i sensi, costituisce l’aspetto depressivo dell’alcolismo. E tale effetto di fuga è forse ciò che fa la maggiore forza dell’opera di Fitzgerald, ciò che egli ha più profondamente espresso. 

Lo trovavo un discorso affascinante, anche se non lo capivo del tutto e sembrava applicarsi soprattutto all'alcolismo degli artisti, a differenza dell'altra teoria esposta nell'Abecedario. 
Come molte idee di Deleuze, anche queste le feci comunque mie non perché le capissi profondamente e mi sembrassero vera, ma perché io bevevo e mi faceva piacere sapere che anche Deleuze aveva bevuto e aveva pensato filosoficamente l'alcol. 

(continua...) 

1 Una traduzione italiana è disponibile sul sito di Sabina Guzzanti: <https://www.sabinaguzzanti.it/abecedario-gilles-deleueze-b-come-bevanda/
2 Deleuze (1969) , p.141.

mercoledì 22 agosto 2018

lunedì 13 agosto 2018

Tristezza della scrittura luttuosa (Roman nouveau, 39+n)

Scrivere può generare tristezza, se l'oggetto di cui si scrive è triste. 
Ce lo si poteva aspettare fin dall'inizio: avevo accennato alla morte di mio padre fin dal primo paragrafo, era chiaro che era di quello che volevo parlare. Tuttavia si trattava per me di rielaborare testi scritti in vent'anni alternandoli con testi nuovi, e mi pareva che l'elemento rielaborativo, la fatica del significante, potesse bastare a tenere a distanza gli affetti luttuosi legati alla scomparsa di mio padre. 
Ma non è così facile, specialmente a questo punto, poiché mi rendo conto che in vent'anni non avevo mai superato lo scoglio di raccontare quello che è successo dopo il decesso di papà. È da lì che la vita è diventata strana, come se dopo le cose avessero perso senso. 
Ho riletto ieri gli appunti relativi al periodo dopo il decesso. Un ammasso di sproloqui, deliri, invettive, risoluzioni, soliloqui, dialoghi immaginari, progetti, analisi, intuizioni, baggianate clamorose. È una specie di melma sobbollente, con pensieri continuamente riciclati che sarebbe vano provare a districare tanto sono privi di interesse intellettuale e anche biografico. 
Dopo la morte di mio padre io scrivevo per alleviare la sofferenza, il che in parte funzionava, almeno fino a quando non sentii la necessità di andare dalla psicologa della Sorbona. 
Ma rimestare ora, dopo vent'anni, quella materia affettivo-linguistica mi destabilizza non poco. Poiché però ancora fatico a distaccarmi da questa specie di defecazione di significanti che mi ha accompagnato così a lungo, proverò un compromesso, scegliendo alcuni dei passi più significativi di alcune tra le innumerevoli versioni digitali di ciò che avevo scritto sotto diversi titoli, come Romanpapà, o Voi non sapete che cos'è la morte, di chiara ispirazione carveriana. 


domenica 12 agosto 2018

Stawac (Roman nouveau, 39)

Quella notte dormii a casa della zia Pierina e dello zio Luigi. Immaginatevi di passare la notte nell’attesa che vostro padre muoia: immaginatevi però di non essere a casa vostra ma in una lugubre casa di vecchi zii, dove non c’è un letto e nemmeno un divano. Pertanto dovete arrangiare un paio di poltrone l’una contro l’altra per ricavare uno spazietto nel quale rannicchiarvi coi piedi che sporgono. Ecco, oltre al danno sembra che si aggiunga una schifosa beffa perché dormire almeno un po’ su un letto degno di questo nome parrebbe il minimo per prepararsi a ricevere la notizia più brutta. 

Il telefono squillò verso le quattro del mattino: sentii la zia rispondere a monosillabi con la voce di un vecchio uccellino e chiudere ringraziando il dottore con un sussiego che mi rivoltò lo stomaco. Mio padre era già morto da circa un’ora.

Quando hai la cirrosi (Roman nouveau, 32 bis)

Comunque quando hai la cirrosi il tuo fegato si ricopre di ricciolini di malattia che deformano il fegato e si propagano agli organi circostanti. Ma questo solo nella fase ultima, che è gravissima. Se no, se lo puoi fare, ti trapianti il fegato.
Mio padre aveva il diabete ed era quindi impossibile trapiantargli il fegato e secondo un mio amico medico sarebbe forse morto sotto i ferri a causa della complicazione di dovere distaccare i ricciolini, i cirri, dal fegato da buttare e dagli organi adiacenti, che invece vanno lasciati dentro perché tutto non si può trapiantare.
Secondo me il mio amico medico mi aveva detto così anche un po’ per calmarmi, per non farmi pensare che forse c’era una possibilità di salvare mio padre.


Accelerare il tempo scrivendo (Intuizione, 48)

Dopo anni di famigliarità con la lettoscrittura ho improvvisamente scoperto un modo per accelerare l'esperienza del tempo: concentrarsi scrivendo, lasciarsi trasportare dal flusso del da-scrivere.
Come sempre, quando si parla di analisi dell'esperienza temporale, sembra che si possano invertire accelerazione/rallentamento (cfr. la discussione pertinente in La montagna incantata): mentre scrivi hai l'impressione che il tempo acceleri, ma ti sembra anche di occuparlo senza contarlo (cfr. Boulez/Deleuze: spazi e tempi lisci/striati).
Quindi accelera o rallenta? Sembra rallentare considerando la quantità di azioni che svolgi al suo interno, ma l'esperienza soggettiva è di velocità: quando interrompi la scrittura credi che sia passato più tempo di quello che è efettivamente passato.

Ho l'impressione che nella lettura accada il contario: mentre leggi hai l'impressione che il tempo rallenti (invece trascorre).

Ovviamente, tutto questo potrebbe essere ampiamente soggettivo: per un primo riscontro in letteratura, verificare in: 

giovedì 26 luglio 2018

Post scriptum (Roman nouveau, Omega)

Un giorno d'inverno portai una minuscola statuetta di Buddha sulla tomba di mio padre. Era il mio periodo buddhista, avevo l'ispirazione per fare un gesto privo di significato e tuttavia facilmente leggibile all'interno di una tradizione umana di culto dei morti.
La prima statuina che volevo portare a mio padre l'avevo regalata al bellissimo figlioletto del mio amico Max: eravamo in montagna per una riunione tra ex compagni di università, Viviana era incinta di Agostino. Tito aveva quattro anni e quando vide la statuina dorata che mi portavo sempre appresso, dopo che l'avevo posata sul tavolino al quale sorseggiavamo il nostro aperitivo tra vecchi amici in vacanza, la guardò con occhi incuriositi e avidissimi: “questo è Buddha”, gli dissi con benevolo tono di ammaestramento.
“Buddo!”, urlò Tito gioiosamente afferrando la statuina e impadronendosene in modo ostentato. Ebbi una piccola crisi interiore: era una statuina che adoravo, una specie di portafortuna su cui si concentravano tutte le mie quasi-credenze pseudo-buddhiste dell'epoca. Inoltre avevo già deciso di portarla sulla tomba di mio padre... E adesso quel moccioso la voleva per sé! Cercai di dominare l'angoscia furente che si stava formando da qualche parte nella mia psiche contorta: mi dissi che se Tito era attratto dal buddhino risplendente era giusto che diventasse suo, anche se privarmene mi generava un notevole disagio. Mi dissi che in fondo il buddhismo insegna proprio il distacco e mi tornò in mente il proverbio cinese che esprime il culmine dell'irrazionalità buddhista chan, poi zen: “se incontri Buddha sulla tua strada, uccidilo”. 
Provai così a uccidere Buddha in quella statuina, ma forse non vi riuscii proprio benissimo, se ora sto scrivendo di questo fatto, a dieci anni di distanza. Successivamente trovai un'altra statuina simile a quella che avevo visto scomparire nella manina di Tito: ma non era altrettanto bella e insomma portarla da mio padre mi sembrava già un po' meno significativo.
Comunque mi recai al cimitero monumentale di Torino, dove ritrovai non senza fatica (devo sempre richiedere le coordinate alla mia vecchia zia) il lotto in cui stazionavano le spoglie mortali incenerite del mio genitore, appoggiai la statuina sul loculo di papà, mi sedetti nella posizione del loto, dopo essermi ficcato dei giornali sotto il sedere per evitare il freddo del pavimento cimiteriale, e provai a fare un po' di meditazione.
Niente, non sentivo niente, non mi veniva in mente nulla che io potessi fieramente lasciar scorrere nella mia mente, non i pensieri “che saltano di ramo in ramo come le scimmie”.
Non pensando niente non potevo staccarmi da niente. Nulla aveva senso, era tutto ridicolo e inutile: stavo davanti a un pezzo di marmo contenente un po’ di polvere, e negli avelli contigui c’erano pure dei cadaveri in putrefazione.

Quando tornai dopo un anno a visitare la tomba, la statuina era scomparsa.
Siamo usciti dal nulla, siamo fatti di nulla, stiamo tornando nel nulla.