Visualizzazioni totali

domenica 13 settembre 2020

Playstation e cognizione spaziale (Intuizione 62)

Sono sostanzialmente certo che Red Dead Redemption 2 mi abbia riattivato la cognizione visiva come non mi accadeva da tempo.
L'effetto però è stato massimo all'inizio e poi nel giro di qualche mese si è andato attenuando.
La cosa deve essere legata alla (mia personale?) percezione dello spazio, perché lo stesso mi accade in luoghi bellissimi (Lipsi, Linosa, la montagna): all'inizio sono sorpreso dal paesaggio e dagli oggetti situati nello spazio, ma con la ripetizione nei mesi e anni l'effetto si attenua senza che vi sia una reale coscienza di "conoscere" quegli spazi.

martedì 4 agosto 2020

Contro Agamben, 4: l’abduzione, questa sconosciuta.

In Signatura Rerum, Agamben ritiene di poter individuare negli Analitici primi (69a 13-14) di Aristotele, dopo averne rapsodicamente percorso la fortuna tra Kuhn e Foucault due filosofi novecenteschi che dire reciprocamente lontani è poco, il luogo dell’invenzione di un dispositivo extra (o anti) logico: il paradigma.
Esso sfuggirebbe tanto all’induzione quanto alla deduzione per il fatto di essere qualcosa come un’inferenza da particolare a particolare.
Sembra che Agamben non abbia mai sentito parlare di qualcosa di ben noto da Charles Sanders Peirce in poi, e cioè la cosiddetta abduzione, altrimenti detta inferenza alla migliore spiegazione (anche se non è esattamente la stessa cosa).
In che consiste l’abduzione? La letteratura in merito è abbondante: si discute per esempio se si tratti di una particolare forma di induzione, ma quello che è certo è - come ha scritto Carlo Ginzburg nel suo celeberrimo Spie. Radici di un paradigma indiziario - che si tratti del ragionamento del detective ossia del passaggio da una situazione particolare ad una spiegazione particolare.
Nulla di particolarmente rivoluzionario almeno non nel senso apparentemente inteso da Agamben, per il quale (sempre ripetendo Melandri) ogni “paradigma” si fonderebbe sull’analogia e sarebbe in grado di decostruire - addirittura! - l’opposizione universale-particolare:

“In La linea e il circolo, Melandri ha mostrato che l’analogia si oppone al principio dicotomico che domina la logica occidentale. Contro l’alternativa drastica «o A o B », che esclude il terzo, essa fa valere ogni volta il suo tertium datur, il suo ostinato «né A né B».” (SR, 21)


Lasciando da parte la domanda sulla correttezza dell’interpretazione agambeniana di Melandri: che cosa sarebbe mai questa “alternativa drastica”? Forse ciò che tecnicamente si chiama “principio di bivalenza”, ossia: una proposizione o è vera o è falsa? Chiunque abbia letto un manuale di logica non può ignorarlo, Agamben incluso. Ma fa sicuramente molto più pathos parlare di “alternativa drastica”.
Non si capisce perché l’introduzione di un tertium, il paradigma analogico, presente in molti luoghi del pensiero occidentale, dovrebbe invalidare in generale l’opposizione binaria Il perché di tale presunta capacità decostruttiva rimane implicito nella trattazione che ne fa Agamben. In effetti egli preferisce rinviare all’ennesimo autore prediletto, nella fattispecie al famoso libro di Enzo Melandri piuttosto che impegnarsi in una definizione concettuale dell’analogia.
Evidentemente fa parte dell’“effetto guru” agambeniano la sapiente costruzione di una certa suspense piacevole per il lettore, almeno quello, per nulla raro tra i cultori della filosofia non scientifica, che apprezza il genere.

lunedì 20 luglio 2020

Contro Agamben, 3: Il sole ontologico e l'erba divina.

Scrivere contro Agamben è un’attività continuamente digressiva: vorresti scrivere di x ma poi salta fuori y, che è irresistibile e ti obbliga a occuparti di y prima del progettato x.

Al termine del primo capitolo di Signatura rerum. Sul metodo, dopo avere spiegato quella che secondo lui è la potente essenza decostruttiva del “paradigma” (ci tornerò su, ad abundantiam), Agamben si pone un quesito interessante, ossia “se la paradigmaticità [una proprietà, come spiegato nelle pagine precedenti del capitolo, che sottrae il proprio oggetto alla dialettica di particolare e universale] risieda nelle cose o nella mente del ricercatore”.
La risposta di Agamben è gagliarda, una di quelle affermazioni altisonanti che hanno reso famoso il giovane uditore di Heidegger e attore di Pasolini: 
“la mia risposta è che la domanda non ha senso. L’intellegibilità, che è in questione nel paradigma, ha carattere ontologico [c.m. E.A.], non si riferisce al rapporto cognitivo fra un soggetto e un oggetto, ma all’essere [idem]. Vi è un’ontologia paradigmatica. E non ne conosco migliore definizione di quella contenuta in una poesia di Wallace Stevens che porta il titolo Description without place:

It is possible that to seem — it is to be,
As the sun is something seeming and it Is.
The sun is an example. What it seems
It is and in such seeming all things are.”

(G. Agamben, Signatura rerum, p.34)

Ecco risolto il millenario problema gnoseologico ed epistemologico (la realtà è come ci appare? Com’è possibile la conoscenza della realtà?): basta trovare il giusto accesso poetico all’ontologia e la verità dell’essere ti brillerà negli occhi. E senza abbacinarti!
Del resto, il nostro filosofo è uno che vive la propria vita come pura onto(teo)logia transumana:

Nell’erba – in tutte le sue forme, i ciuffi di steli sottili, il trifoglio gentile, il lupino, la portulaca, la borragine, il bucaneve, il tarassaco, la lobelia, la mentuccia, ma anche le gramigne e l’ortica, in tutte le loro sottospecie, e il nobile acanto… L’erba, l’erba è Dio. Nell’erba – in Dio – sono tutti coloro che ho amato. Per l’erba e nell’erba e come l’erba ho vissuto e vivrò.

sabato 11 luglio 2020

Contro Agamben, 2: La religione scientifica e Greta Thunberg.

Poco prima dell’inizio della pandemia, Agamben aveva avuto modo di ripetere il suo punto di vista sulla scienza: la scienza è la nuova religione.
Poiché gli articoli sulla pandemia sono stati prontamente raccolti e pubblicati in un libro Quodlibet, non è privo di interesse considerare anche qualche post non raccolto nel libro ma in effetti collegato al tema del rapporto tra scienza e società.

Ecco un ragionamento ad effetto del nostro: “Il tema della fine del mondo è apparso più volte nella storia della cristianità e in ogni tempo sono comparsi profeti che annunciavano come prossimo l’ultimo giorno. È singolare che oggi questa funzione escatologica, che la chiesa ha lasciato cadere, sia stata assunta dagli scienziati, che si presentano sempre più spesso come profeti, che predicono e descrivono con assoluta certezza le catastrofi climatiche che porteranno alla fine della vita sulla terra.”
L’argomentazione si impernia su una constatazione allusiva (“è singolare”) che non esplicita in che dovrebbe consistere il “singolare”, ossia il bizzarro, il degno di nota, il sintomatico, il rivelatore ecc. La fallacia del ragionamento è patente: R diceva p (E non lo dice più); S dice p; dunque (?) S è come (ha preso il posto di) P (?).
In quel “come” naturalmente si nasconde tutto lo spessore storiografico e teoretico che dovrebbe accompagnare l’espressione dell’analogia religione/scienza, solo in parte svolta nei libri di Agamben per quanto riguarda l'economia (1) e totalmente presupposta in questi post del suo blog. 
Se dal punto di vista logico l’argomentazione è fallace, potrebbe risultare comunque interessante se Agamben affermasse che tutto ciò che un tempo era affermato dalla religione adesso venga affermato dalla scienza e solo dalla scienza, ma ovviamente l’affermazione sarebbe troppo impegnativa. Agamben punta su un’affermazione molto più debole, come abbiamo visto: qualcosa di ciò di cui un tempo parlava la religione ora è detto dalla scienza, nella fattispecie “la fine del mondo”. Concetto religioso affascinante, ma che non permette veramente di fondare l’analogia agambeniana. Di fine del mondo parla anche la fantascienza: sarà dunque la fantascienza uguale alla religione di un tempo? Evidentemente no, e si tratta di capire in che termini si parli di “fine del mondo”, e non solo che se ne parli.
La fine del mondo di cui parlava la religione, e con essa la filosofia non ancora ateologica, era, ovviamente, la fine della storia dell’umanità terrena. Il presupposto era l'inizio del regno di Dio, qualcosa di cui si troverebbe difficilmente un analogo nei discorsi scientifci sul climate change. (Ma quanti gradi di somiglianza deve avere un'analogia, affinché sia realmente tale?)
La scienza parla piuttosto della possibilità che avvengano grandi catastrofi tali da minacciare l’umanità così come la conosciamo: il concetto di apocalisse è un po’ diverso, ne concorderanno anche i teologi.
Comunque, secondo Agamben, è un dato di fatto che “nella modernità la scienza si è sostituita alla fede e ha assunto una funzione propriamente religiosa – è, anzi, in ogni senso la religione del nostro tempo, ciò in cui gli uomini credono (o, almeno, credono di credere).” A giudicare dallo scetticismo delle masse complottiste in occasione della pandemia, non si direbbe proprio che l’umanità contemporanea creda nella scienza. Ma se anche fosse, se la credenza in S sostituisse la credenza in R, ciò sarebbe forse sufficiente a sostenere che S=R?
Secondo Agamben, l’analogia strutturale R-S è rafforzata dall’escatologia scientifica, attraverso la quale la scienza, come la religione prima, manterrebbe “i fedeli nella paura” rafforzando la fede e assicurando il dominio della classe sacerdotale (gli scienziati). Dando per scontato che Agamben abbia qualche idea di quelle che sono le Moderne pratiche scientifiche, è evidente che qui Agamben parli del modo in cui la scienza è percepita dal senso comune, dall’opinione pubblica, dall’umanità media ignara di teoria scientifica e cautele epistemologiche. Di fatto, quella stessa umanità cui Agamben si rivolge invocando “una parola vera” sull’epidemia. Inutile quindi aspettarsi da uno dei più noti filosofi “continentali” al mondo una seria discussione con la (filosofia della) scienza: l’uditorio cui si rivolge Agamben è l’uomo qualunque, o meglio, nei suoi termini: la “singolarità qualsiasi”.
La religione scientifica deve avere i suoi santi, oltre che i suoi sacerdoti: ed ecco Agamben citare Greta Thunberg (già obiettivo polemico di certi giornali di estrema destra coi quali il nostro non disdegna di interloquire) quale una sorta di santa mistica e ignorante (novella Giovanna D’Arco?): “Greta crede ciecamente in quel che gli scienziati profetizzano e aspetta la fine del mondo nel 2030, esattamente come i millenaristi nel medioevo credevano nell’imminente ritorno del messia a giudicare il mondo”. 
La fine del mondo nel 2030 non è in effetti sicura, ma sembra quasi che ad Agamben, complice forse l’età avanzata, non preoccupi affatto il più che prevedibile peggioramento delle condizioni di vita dell’umanità, che giustamente preoccupa i giovani di cui Greta è diventata portavoce: il che non sorprende per un filosofo che, seppur parlando di comunità e addirittura di comunismo, sembrerebbe avere a cuore più che altro il destino di quell’“io singolare proprio mio” (P. Cavalli), che poi significa: l’individuo atomizzato della società capitalista.
Agamben passa poi a psicanalizzare brevemente la scienza, alla quale imputa di parlare di salvezza sentendosi colpevole per il rischio che le sue catastrofiche profezie possano avverarsi, come se fossero gli scienziati a inquinare l’atmosfera e non invece i consumatori e i loro governi (qui agisce l’idea che nulla accada al di fuori del pensiero, e che il pensiero sia guidato da un destino storico: lo sviluppo della tecnoscienza e della biopolitica). 
Certo, i vari econegazionisti alla Trump sono trattati da Agamben quali avversari della “religione scientifica”, ma tuttavia adepti dell’altra faccia della stessa realtà, la religione del denaro: “è stata certamente l’alleanza sempre più stretta fra scienza, tecnologia e capitale che ha determinato la situazione catastrofica che gli scienziati oggi denunciano”.
In modo molto interessante, Agamben chiude il suo post anti-Greta chiarendo che “queste considerazioni non intendono prendere posizione quanto alla realtà del problema dell’inquinamento e delle trasformazioni deleterie che le rivoluzioni industriali hanno prodotto nelle condizioni materiali e spirituali dei viventi.”
Ci si domanderebbe a questo punto perché mai Agamben non volesse in quel post prendere posizione sulla realtà, mentre poco dopo, a pandemia iniziata, lo abbia invece fatto fino al punto di negare la realtà della pandemia. Il non prendere posizione rispetto alla realtà è un atteggiamento tipico di una certa filosofia perenne, dall’epoché stoica alla sospensione fenomenologica dell’atteggiamento naturale: un atteggiamento forse un po’ al di sotto delle possibilità intellettuali ed etiche di ciò che oggigiorno chiamiamo ancora filosofia.
Qual è l’obiettivo di Agamben? “Mettendo in guardia contro la confusione fra religione e verità scientifica e fra profezia e lucidità, si tratta di non farsi dettare acriticamente da parti interessate le proprie scelte e le proprie ragioni, che in ultima analisi non possono essere che politiche” (corsivo mio, EA). Un obiettivo lodevole, ma che sembra difficilmente perseguibile a partire da una "messa in guardia" filosofica del tutto incapace di confrontarsi nel merito delle pratiche scientifiche, quando non proprio incline all'incomprensione e al fraintendimento dei dati (com'è il caso di Agamben alle prese con l'estrapolazione di una frase di Blangiardi).
E ancora una volta eccoci alla prima conclusione provvisoria del mio precedente post: La verità non è per Agamben una questione scientifica, logica o filosofica ma innanzitutto e perlopiù una questione (bio)politica. A prescindere, cioè, dai dati scientifici (medici, statistici ecc.) prendere posizione rispetto alla realtà è una mossa politica.
Lo struzzo agambeniano penserà che la realtà del buco in cui ha infilato la testa sia socialmente (politicamente) del tutto costruita e inviterà a considerarlo secondo un punto di vista non succube della nuova religione scientifica.


(1) https://neripozza.it/libri/il-regno-e-la-gloria-per-una-genealogia-teologica-delleconomia-e-del-governo

sabato 4 luglio 2020

Contro Agamben, 1: Infallibilismo.

Nel suo post intitolato "Sul vero e il falso" Agamben ci invita a "una parola vera” in tema di coronavirus. Si tratta forse di un'autocritica per avere precedentemente parlato dell'invenzione di un'epidemia? Niente affatto. Fedele al ruolo autoassegnato di filosofo-profeta, Agamben non corregge le proprie affermazioni nemmeno quando si rivelano errate.
Un esempio? Nella sua rubrica sul sito della casa editrice Quodlibet, Agamben ha fatto riferimento in almeno tre post a un’intervista del 2 aprile al presidente dell’ISTAT Gian Carlo Blangiardo nella quale si legge che “il numero dei decessi per il Covid 19 risulta inferiore a quello dei decessi per malattie respiratorie nei due anni precedenti."
Il dato è autorevole, in quanto proveniente dalla massima autorità italiana in fatto di statistica, ancorché non incontrovertibile: come tutti i dati empirici dipende dalla sua raccolta, ed è potenzialmente soggetto a errore, revisioni, ecc. Ma come dice lo stesso Agamben, non abbiamo ragione di dubitare di un dato Istat, “fino a prova contraria”, aggiungerei, e soprattutto in mancanza di una possibilità alternativa di raccogliere dati sul territorio nazionale.
Tuttavia, i dati statistici non ci parlano semplicemente e per capirli occorre utilizzare dei modelli matematici sofisticati e, ovviamente, avere le adeguate conoscenze statistiche. Una condizione necessaria che difetta alla maggior parte di noi, ma che sembra spesso non essere considerata importante per comprendere ciò di cui si parla.
Lo stesso Agamben non fa che richiamarsi all’autorevolezza della sua fonte, imbastendo su di essa il suo ragionamento. Ciò che colpisce Agamben, in particolare, sono le due righe che ho citato più su:
“il numero dei decessi per il Covid 19 risulta inferiore a quello dei decessi per malattie respiratorie nei due anni precedenti." Si noti: questa frase verrà citata ripetutamente da Agamben, come un mantra sufficiente a dare fondamento alla tesi antigovernamentale (le misure sono ingiustificate, il governo pratica lo stato di eccezione).
Si potrebbe qui discutere del senso e dell’intenzione comunicativa di questa frase pronunciata da Blangiardo (subito giudicata bizzarra e sostanzialmente in contraddizione con il resto dell’articolo) ma quello che mi importa è soprattutto l’uso che Agamben fa di questa frase, senza alcuna cautela metodologica: ipse dixit, ERGO si può dedurre che l’epidemia non sia preoccupante come invece ci viene detto (per presunti scopi di cui discuterò in altri post).
Chiunque abbia letto i (commenti ai) dati dell'Istat sulla mortalità in Italia nei primi mesi del 2020 ha ormai agevolmente capito (se, come Agamben, non ha motivi per dubitare della verità empirica dei dati Istat) che nei mesi di picco dell'epidemia la mortalità in Italia è salita di oltre il 50% sul territorio nazionale, con picchi del 188% in Lombardia. Dunque, chi ha sostenuto come ha fatto Agamben, che le misure di sicurezza fossero ingiustificate, dovrebbe infine affermare che invece sì, le misure erano giustificate dai numeri. Ma Agamben non è mai ritornato sulla sua posizione (non ci sono post successivi all’11 maggio): avendo detto una volta che i dati non giustificavano il lockdown, per lui sarà eternamente vero che i dati non avranno giustificato il lockdown.

Poiché qui non parliamo di questa o quella verità empirica, bensì del metodo attraverso il quale giungere all'accertamento della verità e alla sua enunciazione, va notato che l'errore di Agamben si poteva accertare fin dall’inizio, poiché nella premessa dell’intervista a Blangiardo si leggeva: "Noi ci esprimiamo con i numeri che riusciamo a raccogliere e a validare. Quando affermiamo che nei primi 21 giorni di marzo al Nord i decessi sono più che raddoppiati rispetto alla media 2015-19 non è una impressione, ma un dato." Un dato che però sembra essere completamente sfuggito ad Agamben, nella sua estrapolazione della frase a lui necessaria per sostenere la sua tesi. Sembra semplicemente che, nella sua ricerca di "una parola vera", ottenebrato dalla volontà di vedere più chiaramente di altri, Agamben abbia preso il primo dato che gli sia parso favorevole alla sua tesi e lo abbia poi citato senza cautele epistemologiche di alcun tipo. Poiché la posizione di Agamben ha suscitato un certo dibattito, in Italia e non solo, ci si aspetterebbe, prima o poi, un'ammissione dell'errore contenuto nel post. Ma per Agamben il controllo delle ipotesi sembra non avere alcuna importanza teorica e pratica.
In che cosa consiste dunque l'essenza di ciò che il filosofo del biopotere chiama "una parola vera"? E innanzitutto: di quale verità si parla? Di sicuro di nulla che possa anche solo lontanamente aspirare a confrontarsi con un punto di vista scientifico. In effetti il pensiero di Agamben è totalmente alieno dalla scienza, o per meglio dire, come argomenterò successivamente, Agamben ignora a bella posta i presupposti più elementari delle scienze naturali, nonché l’ABC del metodo della scienza “galileiana” (Chomsky).
Anche nel post che sto analizzando, la questione della verità è impostata su un piano esclusivamente sociologico e politico: "La pubblicità ci aveva abituato da tempo a dei discorsi che agivano tanto più efficacemente in quanto non pretendevano di essere veri. E da tempo anche il consenso politico si prestava senza una convinzione profonda, dando in qualche modo per scontato che nei discorsi elettorali la verità non fosse in questione" (italico mio, EA).
Agamben ci invita a dissipare la cappa di falsità propria della società dello spettacolo, o quanto meno a prenderne coscienza, e tuttavia il filosofo dello stato di eccezione parla della verità senza specificare a quale attuali teorie filosofiche della verità egli si riferisca: probabilmente non ne considera nessuna degna di essere da lui illustrata e discussa, lasciando così al lettore la curiosità di sapere se il riferimento implicito sia piuttosto a Heidegger, alle manipolazioni foucaultiane del concetto politico di verità, o all’aforisma post-hegeliano di Debord, citato in chiusura, secondo cui “il vero è un momento del falso”.

PRIMA CONCLUSIONE SOMMARIA: La verità non è per Agamben una questione scientifica, logica o filosofica ma innanzitutto e perlopiù una questione (bio)politica.

martedì 30 giugno 2020

Persone che lascian lì le cose rotte (Intuizione 61)

Ci sono persone che di fronte alla rottura di un loro oggetto non intervengono: non lo buttano via, non lo riparano, non lo nascondono.
Si ripromettono di occuparsene in futuro, ma non lo fanno mai perchè di fronte alla distruzione la loro azione si paralizza ed essi devono rimuovere l'evento stesso: poiché vivono in un eterno presente, rifiutano l'idea che un ente possa passare dall'essere al nulla.

martedì 23 giugno 2020

Contro Agamben, Introduzione

Devo scrivere qualcosa su Agamben.
Non credevo che un giorno sarebbe diventato il mio nemico n.1, sostituendo Recalcati.
Conosco Agamben da più di vent'anni, anche se l'ho incontrato personalmente soltanto una volta. Quando lo scoprii mi sembrò un pensatore di grande forza e fascino eccezionale. Lo è, in effetti, ma l'emergenza pandemica mette tutti a dura prova, e ha fatto emergere la deriva irrazionalista di Agamben. Una deriva che credo sia sempre esistita: ma era necessaria una crisi, per farla emergere, portando così alla luce una serie di sintomi propri non solo del Nostro, ma di buona parte della filosofia che possiamo forse ancora chiamare "continentale". In ogni caso dei suoi adepti italiani, i cui nomi sarebbe vano nominare poiché campeggiano frequentemente su tutte le più importanti testate giornalistiche, e non di rado si epifanizzano nelle immagini televisive e su internet.

Articolerò il mio contro in una serie di post a cui vorrei poi dare forma più organica, per la semplice ragione che affronterò un certo numero di questioni concettuali fondamentali per la serietà e la coerenza del pensiero contemporaneo.
Non mi si giudichi oltracotante, mi sono semplicemente incaricato (con tutta la modestia necessaria alla mia debolezza di volontà) di un lavoro possibile per qualunque studioso di filosofia, ma che pochi, forse, avrebbero voglia di fare: comparare la struttura concettuale di un certo gioco linguistico "continentale" globalizzato (Agamben è tradotto e apprezzato in tutto il mondo) alla struttura concettuale universale della filosofia analitica (dal punto di vista di un italiano non molto esperto di filosofia analitica).
L'obiettivo è, come sempre, la (auto)chiarificazione.

Creatori di una sola opera (Intuizione 60)

Nel corso della loro vita, i geni della produzione artistica e intellettuale creano numerose opere d'arte, più o meno raggruppabili in serie, per analogie e differenze, temi, idee, stile, ecc.
Poi ci sono i bravi mestieranti che, per motivi diversi, nel corso della loro vita producono poche cose notevoli, magari soltanto una anche molto bella: im vengono in mente Albinoni, Bruno Martino, Pachelbel, Alain-Fournier...

Potessi almeno creare un'opera bella come questi creatori di opere uniche!

sabato 6 giugno 2020

Consumatori di tempo altrui (Intuizione, 59)

Stando da soli ci si rende conto di quanto la presenza altrui consumi il nostro tempo, la nostra vita: una giornata sembra più lunga se trascorsa in perfetta solitudine, e anche senza contarlo il tempo viene occupato da una più numerosa serie di eventi e azioni (spazio liscio).
Il con-essere consuma inevitabilmente il tempo dell'Esserci. Partendo da questo presupposto, sembra dunque del tutto impossibile un con-essere "autentico", cioè proprio, poiché gli altri ci es-propriano, con la loro semplice presenza, dell'uso del nostro tempo.
L'inferno temporale sono gli altri.

mercoledì 27 maggio 2020

Intuizione 58: Musica elettronica e cognitivismo musicale.

Ascoltando Autechre mi rendo conto che grazie al cognitivismo ho pensato per qualche anno di poter teorizzare la comprensione umana della musica attraverso semplici modelli formali.
Ma era un progetto impossibile e insensato, come voler fare una mappa del mondo 1:1.