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martedì 25 novembre 2014

Letture obbligatorie della settimana, 3

- Kant, Critica della ragion pura (II. Dialettica trasc., Lib. II, Cap. II: L'antinomia della ragion pura)

- Hegel, Scienza della logica (Sez. II, Quantità. Cap. I, La quantità, Nota II)

- Carlo Rovelli, La realtà non è come ci appare

- C.S. Peirce, Opere (L'amore evolutivo, 6.287-317)

giovedì 20 novembre 2014

Intuizione, 33 (Micro-dio)

Il diametro della sfera dell'universo osservabile è pari a circa 93 miliardi di anni luce (un anno luce = 9461 miliardi di chilometri).

Se dio esistesse sarebbe un microbo cosmico.

mercoledì 19 novembre 2014

Interstellar: pareri seri di fisici e filosofi.

  • "Interstellar" e' un film di fantascienza estremamente classico ed estremamente solido, retto da tutti i pilastri del genere - finzione della scienza, viaggi spaziali, pianeti alieni, paradossi temporali, distopia, conflitti morali, voli mistici. Vale parecchio piu' dei soldi del biglietto. Molto apprezzati: le onde; il tesseratto (per l'idea); il mondochiuso (che pero' e' troppo piccolo di diametro). E il titolo: 'interstellare', come 'interplanetario', non lo sentivo da decenni." (Tito Magri, filosofo, Università Roma 3)

  • A me ha lasciato abbastanza indifferente, come mi accade spesso con i film dei fratelli Nolan. Da una parte sceneggiature ingegnose e lambiccate che sembrano esperimenti mentali da presentare a un convegno di metafisica, e che garantiscono il favore del pubblico intellettuale. Dall’altra, confezione audiovisiva spettacolare e impeccabile, da parco delle meraviglie, che garantisce il favore dei mangiatori di pop corn. In mezzo manca però quella cosa chiamata cinema, cioè l’arte di far vivere dei personaggi sullo schermo. I personaggi di Interstellar sono lì soltanto per illustrare teorie o concetti. Non basta prendere dei bravi attori, occorre anche dirigerli, offrirgli qualche scena interlocutoria che magari non rivela nessun segreto sulla struttura della materia, ma che ci fa sentire che i personaggi hanno una loro individualità. Anne Hathaway ha l’aria di una che si chiede tutto il tempo: ma che ci sto a fare qui? Matthew McConaughey sembra paracadutato da una puntata di True Detective, sfodera tutto il suo repertorio di espressioni tese e caricate, ma sembra al più un attore che recita bene, non un personaggio che prova qualcosa. Matt Damon è sprecato in un ruolo da caratterista. Un po’ meglio Jessica Chastain, e soprattutto Casey Affleck, ma il personaggio del figlio non ha un vero sviluppo, e alla fine il film lo perde per strada. Restando alla fantascienza degli ultimi decenni, mi pare che Contact di Zemeckis, A.I. di Spielberg e Solaris di Soderbergh, oppure più di recente Oblivion, Edge of Tomorrow e persino Benjamin Button, tocchino temi simili con una capacità di individuare i personaggi e coinvolgere gli spettatori molto superiore a quella di Interstellar. (Enrico Terrone, filosofo, Università di Torino).

  • Mi è piaciuto. È coerente, e anche dove sembra più improbabile - la scena di lui "dietro" la libreria, per altro forse una citazione o scopiazzatira da un episodio di Dr Who - ci sta, a ben vedere. Soprattutto non cede mai alla tentazione di concedere "cambiamenti del passato" di qualche tipo o sdoppiamenti delle linee temporali. Insomma lui causa delle cose nel passato perché le ha causate e realizza, coerentemente, quello che è stato. (Giuliano Torrengo, filosofo, Università statale di Milano)

  • Capolavoro ovviamente, che domande mi fai (Irene Giardina, fisica, CNR)

  • Anche per me e' stupendo: la tecnologia finalmente amichevole, la grafica della singolarita' suggestiva, forse la prima rappresentazione di alcuni aspetti psicologici legati ad un realistico e coerente viaggio nel tempo; illuminante e inquietante il negazionismo a scuola nel mondo terrestre distopico; umano e quasi divertente lo sbrocco dello scienziato (Matt Damon?) sulla sua "promettente Islanda". Mi spiace solo che il figlio maschio venga completamente sfanculato, e non se ne sappia piu' nulla. (Massimiliano Sacchi, fisico, CNR)

[continua...]

sabato 8 novembre 2014

L'ideologia di un renziano piccolo piccolo a proposito della cena di autofinanziamento (spiati su Facebook)

La singolare iniziativa di Matteo permette l'incasso di 18 milioni di euro....soldi che serviranno per finanziare il PD e pagare i dipendenti...nell'era dell'autofinanziamento .....

,,,naturalmente critiche da parte di alcuni politici del PD.....Secondo costoro avvicinare gli imprenditori significa abbandonare l'idea di sinistra del partito...Infatti, si chiedono: ma, verso dove si va????.....Non sanno darsi la risposta. Occorrono investimenti e denaro in circolazione per aumentare la massa di spostamento del denaro....Se il capitale dovesse rimanere nelle banche....Chi dovrebbe investire e come e chi dovrebbe fare partire la produzione e la crescita???????...Certamente non gli operai ed i dipendenti o i pensionati......ma certamente i capitalisti, tantoi odiati.

...l'essere fuori dall'ideologia della lotta di classe basata sul concetto che il capitalista era il padrone cattivo pronto a licenziare e pronto allo sfruttamento...resta, invece, il concetto moderno che il capitalista è un lavoratore come il suo dipendente....Ha un potere diverso .....ma, con i suoi dipendenti potrà condividre la stessa finalità, quella di ottimizzare la produzione e la crescita grazie al suo capitale investitio e grazie al lavoro efficiente della sua squadra di lavoratori...Tutti devono responsabilizzarsi e tutti devono considerare la impresa come propria, l'Uno per ottenere un profitto e per reinvestire...gli Altri per avere il privilegio del posto di lavoro sicuro....Se si dovesse spezzare questo tipo di rapporto avremmo come risultato la nascita di un conflitto tra le due figure la cui conseguenza potrebbe essere, da un lato la minaccia di chiusura o di dislocazione della impresa, dall'altra l'uso dello strumento dello sciopero in difesa del posto. Pertanto, sia il posto e sia il profitto sono i due fattori determinanti e portanti della crescita. Questi due elementi devono finalizzarsi all'ottimizzazione ed all'armonico rapporto tra imprenditore e dipendente. Fuori da questa idea di società si va verso il conflitto sociale....si torna indietro...verso la vecchia società ove tutti erano contro tutti......I risultati dell'ideologia legata alla lotta di classe coi suoi strumenti di Partito e del sindacato sono storici e legati alla costruzione di una società equa e più giusta.....Oggi, tutto si è modificato; nel mondo globalizzato ci sono altre forme di rapporti e di competizione.

domenica 19 ottobre 2014

Leopardi per l'amico olandese, 1


Nel 1830 Leopardi a Firenze aveva conosciuto Fanny Ronchivecchi e se ne era segretamente innamorato. Costei, però, non lo cagava (probabilmente seppe solo più tardi dell'invaghimento del gran poeta: Ranieri comunque glielo scrive in una lettera nel 1838).
La sua amarezza potrebbe essere considerata doppia, non solo per l'impossibilità a priori, per così dire, ma per la stessa mancata confessione del suo amore. Che però ora (1834 circa) è finito: il poeta vede ancora la superiore bellezza della donna, ma non arde più per lei. Ha compreso che il suo amore, come tutti gli amori, era sostenuto da ciò che i lacaniani chiamano "il fantasma", il frame fantastico necessario alla passione. Leopardi vede sdoppiarsi la figura dell'amata, e comprende di avere amato il simulacro e non la vera donna.
La conclusione sublime (devi impararla assolutamente a memoria, forse è la più bella di tutto Leopardi) addita ormai una raggiunta condizione di felice atarassia: "Che se d'affetti / Orba la vita, e di gentili errori, / E' notte senza stelle a mezzo il verno*, / Già del fato mortale a me bastante / E conforto e vendetta è che su l'erba / Qui neghittoso** immobile giacendo, / Il mar la terra e il ciel miro e sorrido. ".


* l'inverno.
**neghittóso agg. [der. del lat. neglectus (v. negletto) – Negligente nei proprî doveri; quindi, inoperoso, pigro, ozioso.

 

XXIX - ASPASIA




Torna dinanzi al mio pensier talora
Il tuo sembiante, Aspasia. O fuggitivo
Per abitati lochi a me lampeggia
In altri volti; o per deserti campi,
Al dì sereno, alle tacenti stelle,
Da soave armonia quasi ridesta,
Nell'alma a sgomentarsi ancor vicina
Quella superba vision risorge.
Quanto adorata, o numi, e quale un giorno
Mia delizia ed erinni! E mai non sento
Mover profumo di fiorita piaggia,
Nè di fiori olezzar vie cittadine,
Ch'io non ti vegga ancor qual eri il giorno
Che ne' vezzosi appartamenti accolta,
Tutti odorati de' novelli fiori
Di primavera, del color vestita
Della bruna viola, a me si offerse
L'angelica tua forma, inchino il fianco
Sovra nitide pelli, e circonfusa
D'arcana voluttà; quando tu, dotta
Allettatrice, fervidi sonanti
Baci scoccavi nelle curve labbra
De' tuoi bambini, il niveo collo intanto
Porgendo, e lor di tue cagioni ignari
Con la man leggiadrissima stringevi
Al seno ascoso e desiato. Apparve
Novo ciel, nova terra, e quasi un raggio
Divino al pensier mio. Così nel fianco
Non punto inerme a viva forza impresse
Il tuo braccio lo stral, che poscia fitto
Ululando portai finch'a quel giorno
Si fu due volte ricondotto il sole.

Raggio divino al mio pensiero apparve,
Donna, la tua beltà. Simile effetto
Fan la bellezza e i musicali accordi,
Ch'alto mistero d'ignorati Elisi
Paion sovente rivelar. Vagheggia
Il piagato mortal quindi la figlia
Della sua mente, l'amorosa idea,
Che gran parte d'Olimpo in se racchiude,
Tutta al volto ai costumi alla favella,
Pari alla donna che il rapito amante
Vagheggiare ed amar confuso estima.
Or questa egli non già, ma quella, ancora
Nei corporali amplessi, inchina ed ama.
Alfin l'errore e gli scambiati oggetti
Conoscendo, s'adira; e spesso incolpa
La donna a torto. A quella eccelsa imago
Sorge di rado il femminile ingegno;
E ciò che inspira ai generosi amanti
La sua stessa beltà, donna non pensa,
Nè comprender potria. Non cape in quelle
Anguste fronti ugual concetto. E male
Al vivo sfolgorar di quegli sguardi
Spera l'uomo ingannato, e mal richiede
Sensi profondi, sconosciuti, e molto
Più che virili, in chi dell'uomo, al tutto
Da natura è minor. Che se più molli
E più tenui le membra, essa la mente
Men capace e men forte anco riceve.

Nè tu finor giammai quel che tu stessa
Inspirasti alcun tempo al mio pensiero,
Potesti, Aspasia, immaginar. Non sai
Che smisurato amor, che affanni intensi,
Che indicibili moti e che deliri
Movesti in me; nè verrà tempo alcuno
Che tu l'intenda. In simil guisa ignora
Esecutor di musici concenti
Quel ch'ei con mano o con la voce adopra
In chi l'ascolta. Or quell'Aspasia è morta
Che tanto amai. Giace per sempre, oggetto
Della mia vita un dì: se non se quanto,
Pur come cara larva, ad ora ad ora
Tornar costuma e disparir. Tu vivi,
Bella non solo ancor, ma bella tanto,
Al parer mio, che tutte l'altre avanzi.
Pur quell'ardor che da te nacque è spento:
Perch'io te non amai, ma quella Diva
Che già vita, or sepolcro, ha nel mio core.
Quella adorai gran tempo; e sì mi piacque
Sua celeste beltà, ch'io, per insino
Già dal principio conoscente e chiaro
Dell'esser tuo, dell'arti e delle frodi,
Pur ne' tuoi contemplando i suoi begli occhi,
Cupido ti seguii finch'ella visse,
Ingannato non già, ma dal piacere
Di quella dolce somiglianza, un lungo
Servaggio ed aspro a tollerar condotto.

Or ti vanta, che il puoi. Narra che sola
Sei del tuo sesso a cui piegar sostenni
L'altero capo, a cui spontaneo porsi
L'indomito mio cor. Narra che prima,
E spero ultima certo, il ciglio mio
Supplichevol vedesti, a te dinanzi
Me timido, tremante (ardo in ridirlo
Di sdegno e di rossor), me di me privo,
Ogni tua voglia, ogni parola, ogni atto
Spiar sommessamente, a' tuoi superbi
Fastidi impallidir, brillare in volto
Ad un segno cortese, ad ogni sguardo
Mutar forma e color. Cadde l'incanto,
E spezzato con esso, a terra sparso
Il giogo: onde m'allegro. E sebben pieni
Di tedio, alfin dopo il servire e dopo
Un lungo vaneggiar, contento abbraccio
Senno con libertà. Che se d'affetti
Orba la vita, e di gentili errori,
E' notte senza stelle a mezzo il verno,
Già del fato mortale a me bastante
E conforto e vendetta è che su l'erba
Qui neghittoso immobile giacendo,
Il mar la terra e il ciel miro e sorrido.

sabato 18 ottobre 2014

Materialismo/realismo vs Idealismo/postmodernismo, 1

"Idealism, the ontological stance according to which the world is a product of our minds, went from being a deeply conservative position to become the norm in many academic departments and critical journals: cultural anthropologists came to believe that defending the rights of indigenous people implied adopting linguistic idealism and the epistemological relativism that goes with it; microsociologists correctly denounced the concept of a harmonious society espoused by their functionalist predecessors, but only to embrace an idealist phenomenology; and many academic departments, particularly those that attach the label “studies” to their name, completely forgot about material life and concentrated instead on textual hermeneutics. To make things worse this conservative turn was concealed under several layers of radical chic, making it appealing to students and even activists pursuing a more progressive agenda."

Manuel DeLanda, Deleuze: history and science, p.29

domenica 12 ottobre 2014

Roman nouveau, 2.1.1

Circa una settimana dopo aver trovato casa, mi sentivo finalmente tranquillo. Stavo per cominciare la mia nuova vita. Prima che cominciassero le lezioni avevo molte impellenze burocratiche da affrontare, perciò mi spostavo di continuo per la città, per ottenere il mio permesso di soggiorno e per regolare tutte le questioni universitarie. Ma bighellonavo anche, provado un piacere delizioso nel percorrere le vie del centro cittadino. (Il concetto di "centro" non ha molto senso, a Parigi, ma intendo con questo i quartieri intorno all'Ile de la cité).
Un mattino stavo passando davanti alla Sorbona, quando improvvisamente mi voltai sentendo un potente starnuto alla mia destra. Era Derrida. Fui subito sicuro che fosse lui anche se la certezza della sua apparizione mi lasciò stordito come da una botta: Derrida al mo fianco! Derrida a un metro di distanza da me! Derrida che starnutiva! La voce starnutente, il catarro, i germi di Derrida nel reale accanto a me!
Dubitai subito di me stesso, dei miei occhi e del mio apparso Derrida: forse era un'illusione, un abbaglio, poteva trattarsi di un signore qualsiasi vagamente somigliante al gran filosofo. Per qualche istante lo scrutai, cercando di non farmene accorgere: era proprio lui. Aveva i capelli grigi di Derrida, la faccia di Derrida, la giacca di Derrida, si soffiò il naso in un bel fazzoletto di Derrida. Era Derrida, potevo esserne sicuro. Che cosa ci faceva mai, lì a un metro di me? Era dunque vero che a Parigi i grandi filosofi si potevano incontrare per strada, dal panettiere, al cinema, ovunque! Ero dunque circondato dai grandi filosofi contemporanei, come se quelli fossero usciti dai loro libri per manifestarmi la loro autentica esistenza, quasi novelli Cristi davanti a me incredulo Tommaso.
Lì vicino c'era la Sorbona, dunque era molto probabile incontrare un grande filosofo nei pressi: dove dovevano andare se non nell'università più famosa del mondo? Ed eccomi lì, a mia volta, non certo per diventare un grande filosofo, questo era da escludersi senza dubbio, ma almeno per respirare la stessa aria dei grandi filosofi, per ascoltare i grandi filosofi, per parlare eventualmente coi grandi filosofi. Derrida era lì che si asciugava il naso col suo elegante fazzoletto: che cosa avrei potuto dirgli? Come si diceva "salute" in francese? E poi si diceva davvero? A seconda delle culture gli starnuti si trattano diversamente (avrei poi visto i miei amici francesi considerare barbara l'usanza in effetti assurda di mettersi la mano davanti alla bocca, per ritrarla impiastricciata del proprio muco spruzzato): che ne sapevo se i francesi si dicono salute quando starnutiscono? E poi che senso aveva dire salute a Derrida che mi starnutiva accanto? Avrebbe potuto pensare che io fossi un pazzo, o uno scocciatore. Non avrei mai potuto dirgli in quella circostanza quanto lui fosse stato importante per la mia formazione, anche se adesso in effetti mi ero completamente allontanato da lui. Eh, già, questo era il vero problema: io con la sua filosofia non avevo più molto a che spartire, dunque, nonostante l'emozione per la sua presenza lì vicino a me dovevo riconoscere che non c'era proprio nulla da fare.
Derrida finì di tergersi il nobile viso, rimise in tasca il suo elegante fazzoletto e riprese a camminare. Lo persi di vista. Era un'allegoria del mio rapporto con lui: la sua filosofia mi era esplosa in mezzo agli studi come un'apparizione, come un boato starnutito, ma poi lui era andato avanti e io non ero più riuscito a seguirlo.
Del resto, a Parigi ero venuto per studiare Deleuze con Badiou. Addio Derrida, tra noi probabilmente è finita: à tes souhaits!

Stupidi rimpianti del passato, 1

Anche se mi trovavo in una situazione difficile, con Badiou ho sbagliato tutto: sono stato troppo duro nel giudicarlo come filosofo e come professore, e gli ho attribuito colpe intellettuali che non aveva.
Vorrei tornare indietro e ricominciare a studiare insieme a lui.

mercoledì 8 ottobre 2014

Sull'amore, 1

Il loro amore finì perché volevano entrambi vivere in pace. Ma avevano concetti diversi di pace.

domenica 14 settembre 2014

Letture obbligatorie della settimana, 2

Gian Luigi Vaccarino, Introduzione a Dalla scienza all'utopia, di Claudio Napoleoni.


D. Harvey, Afterthoughts on Piketty’s Capital

D. Fusaro, Il futuro è nostro


(Per scuola)

Carlo Rovelli, Anassimandro

Hobsbawm, Il secolo breve

Alain Badiou, La Repubblica di Platone

lunedì 8 settembre 2014

Diario della presenza mentale, 8

Sembra che il mio cervello sia diventato incapace di concentrazione. Sento già i corvi: "te lo avevamo detto, è tutta colpa di Facebook, passi troppo tempo a cazzeggiare e non fai quello che devi fare".
Non è così semplice, cari amici corvi. Non è che non faccio y perché faccio x. So che y sarebbe preferibile ma faccio comunque x. Si chiama akrasìa, o debolezza della volontà e Davidson la definisce così:

Un agente agisce in modo incontinente nel compiere x se e solo se:
(a) l’agente compie x intenzionalmente;
(b) l’agente crede che ci sia un’azione alternativa a lui aperta;
(c) l’agente giudica che, tutto considerato, sarebbe meglio fare y anziché x

Presenza mentale. Ho bisogno di presenza mentale. Dicevo: "ho capito che potevo ricominciare. E ho ricominciato. Con calma. Senza pretendere. Senza sperare. Senza volere". Errore: una volta che l'idea della presenza mentale è presente, bisogna usare la volontà per praticarla. La mia volontà deve anzi lottare duramente contro l'inerzia della mente per riuscire a concentrarsi nella propria autopresenza.
So che la mia coscienza può cambiare di qualità attraverso la presenza mentale, anche se non l'ho mai sperimentata per tempi lunghi. Ormai penso di dovermelo imporre volontariamente.

Intuizione, 31

Da quando non c'è più l'Ipad mio figlio gioca per ore le battaglie dei robot spaziali volanti, come me quand'ero lui.

domenica 7 settembre 2014

Letture obbligatorie della settimana, 1

D. Dennett, L'evoluzione della libertà

E. Margulis, On repeat


(Per scuola)

Hobsbawm, Il secolo breve

Aristotele, Metafisica

N. Vassallo, Teoria della conoscenza

lunedì 1 settembre 2014

Roman nouveau, 1.1.1

Mi recai alla Normale al mattino presto e mi feci dire a che ora ci sarebbe stata la proclamazione dei vincitori, poi andai ad aspettare in un caffé vicino. Prolungai la colazione fino al momento che mi parve opportuno per avvicinarmi a quel tempio del sapere scolastico, nel quale avrei trovato la mia divinità vivente: Alain Badiou, un allievo di Althusser, uno che da giovane contestava Deleuze e parlava con Lacan!

Entrai alla Normale d Rue d'Ulm, facendomi strada tra ragazzi e ragazze eccitatissimi, dato che essere ammessi là dentro significa vedere il proprio destino pesantemente mutato. Chiesi di Badiou, e qualcuno mi disse che lo avrei trovato nel cortile. Non sapevo che faccia avesse, non l'avevo mai visto prima (sui suoi libri non c'erano fotografie), ma vidi un uomo di mezza età attorniato da ragazzi e qualche adulto e capii che si trattava di lui. Mi avvicinai e aspettai che finisse di parlare con gli astanti adoranti.

- E' lei il signor Badiou?
- Assolutamente.
Questo "assolutamente" mi parve brillantissimo (e allora non sapevo ancora che per quel filosofo un oggetto qualsiasi può essere più o meno se stesso).
- Buongiorno, io sono lo studente italiano che l'ha cercata per l'iscrizione al D.E.A. Le ho telefonato molte volte ma non l'ho mai trovata...
- Ah sì.

- Ecco, mi scusi se la disturbo oggi, qui, ma siccome devo sapere con certezza se lei acconsente alla mia iscrizione o no, sono venuto a disturbarla qui, mi scusi ma non potevo fare diversamente.
- Ma non c'è nessun problema, lei può iscriversi al D.E.A.
- Ma... sotto la sua direzione?
- Sotto la mia direzione!
Gli feci firmare il foglio che mi avevano dato a Paris8, e per tenerglielo fermo lo appoggiai sul tetto di una macchina parcheggiata nel cortile: era rovente e mi bruciai la mano ma sopportai stoicamente il dolore per non mettere a rischio la preziosissima firma.
Poi me ne andai un po' stordito. Questo semplice incontro di origine burocratica mi sembrava allora un evento quasi impensabile, qualcosa infinitamente superiore alla mia identità. Mi pareva di subire una splendida metamorfosi, come se la mia penosa persona iniziasse un processo di accrescimento glorioso. Mi sentivo circonfuso dalla luce del destino. O come si potrebbe più appropriatamente dire: mi sentivo preso in una procedura di fedeltà a quell'Evento che per me Badiou rappresentava necessariamente.
 
Per andare a Parigi e incontrare Badiou avevo chiesto ospitalità a un'amica di mio padre. Era una psicoanalista che avevo conosciuto anni prima in Italia. Quella sera, dopo avere incontrato Badiou, ero elettrizzato e durante la cena non mi trattenni dal parlarne. Raccontai che Badiou era un seguace di Lacan ma diceva di non avere mai fatto un'analisi; anzi in un suo testo si definiva "inanalizzato". Il compagno di Margaret, anche lui psicoanalista, disse che questa era una fortuna: aveva ancora la possibilità di farlo. Umorismo da strizzacervelli. Il mio leggero risentimento per quell'affermazione - di presunta superiorità dell'analizzato sul non analizzato - trovò vendetta quando Margaret si dichiarò "abbastanza lacaniana".
- Tu lacaniana? - disse il suo compagno stupito - non me lo avevi mai detto!
- Be' dai, in Francia siamo un po' tutti lacaniani., disse lei in modo poco convincente.
Andai a dormire soddisfatto, avevo seminato la giusta zizzania. Lacaniani, tzé.

Roman nouveau, 3

Il risultato di questo processo, che si avvicina sempre più al completo fallimento della lotta difensiva iniziale, è un Io straordinariamente limitato, e costretto a cercare nei sintomi i propri soddisfacimenti. (Sigmund Freud)

Che senso ha la vita di una persona? È una domanda assurda, spesso non ce la poniamo che troppo tardi, quando questa persona non c’è più, o quando quasi già non la ricordiamo. Viviamo il flusso dell'esistenza e ci barcameniamo tra gli eventi e le cose che compongono la nostra quotidianità: rifacciamo il letto, cuciniamo la pappa per il bambino, suoniamo il piano, leggiamo qualche pagina di un libro noioso, eccetera. E poi, zac, a un certo punto quando meno ce l'aspettiamo succede qualcosa. Qualcosa di terribile che ci fa cambiare prospettiva su tutto. Qualcosa che ci lascia senza fiato, distrutti, schiacciati, esausti e sporchi, dimentichi di tutto quello che prima era l’orizzonte della nostra speranza. 
La morte giunge nelle nostre vite e è sempre un uragano contro il quale nessun allarme vale. Fluttuiamo ignari in una vastità terribile. Siamo fuscelli nell’oceano, strappati da un albero di cui non ricordiamo nulla. O come dice Freud: noi non siamo padroni a casa nostra. (D'accordo, ma vorremmo almeno capire perché l'affitto è tanto caro.)

Quando mio padre è morto ho subito sentito l'esigenza di trasformare la sua morte in narrazione. A quel tempo non sapevo che è un'esigenza del nostro cervello, la narrazione.

domenica 31 agosto 2014

Intuizione, 30

Tuo figlio di cinque anni si sveglia al mattino e ti passa davanti senza rispondere al tuo saluto, stropicciandosi gli occhi per raggiungere la mamma ancora nel lettone.
Pensi a quando lui sarà grande, e tu vecchio, e non succederà più nulla del genere: un attimo di eternità pura è passato davanti ai tuoi occhi.

mercoledì 20 agosto 2014

Due frammenti da un sogno su Alessandro

"Dove terminano i pensieri comincia il mare".

"Non sono pronto per portare a termine l'impresa, ma per iniziarla".

domenica 17 agosto 2014

giovedì 14 agosto 2014

Ci deve essere in me un alieno (racconto del 1998)

Ci deve essere in me un alieno, da qualche tempo, entrato in me chissà come e chissà perché. È questa l'unica spiegazione per le stranezze che da un po' rilevo nel mio comportamento. Per esempio chi ha estratto l'aspirapolvere dall'armadio per montarne il manico al contrario? Non mi riconosco più: quand'è iniziato tutto ciò? Ho perso il conto di me stesso, e sì che tengo un diario apposta per capire le mie evoluzioni spirituali. Invece ora rileggendo il diario non mi capisco, sembra che non mi riguardi, come fosse stato scritto da un altro anche se ricordo le frasi scritte e gli eventi riferiti.
Chissà come sarà questo alieno, come nei film, verdastro e tentacolare oppure piuttosto un gentile omino azzurrognolo? E come sarà entrato in me? Per quali vie fisiche o psichiche? Alla lunga mi farà del male oppure tutto è stato calcolato da un'equipe scientifica marziana affinché io viva bene per far da corpo a lui?
È vero che oggi ho pensato un'altra cosa, senza l'alieno, cioè ho pensato che forse sono vittima di un'illusione fin dalla nascita, per cui io non sono io ma tutto il resto. "Io" sarebbe l'unica cosa che non sono realmente: un incantesimo benefico (per non farmi impazzire) mi ha illuso fin dall'origine. Sarei il mondo, e ciò che mi sono abituato a chiamare "io" non sarebbe altro che il suo contrario, il punto di irrealtà, il non-io. Ma questa spiegazione mi convince di meno. L'ipotesi dell'alieno è più feconda. Tra l'altro spiegherebbe bene perché oggi io osservassi con stupore, come per la prima volta, il viso di mia madre in mezzo al mare, mentre le davo lezioni di nuoto. Quel viso non lo avevo mai visto così, e ciò sarebbe impossibile se io fossi ancora Edoardo e non il suo replicante ultracorpo.

martedì 12 agosto 2014

Roman nouveau, Paris 8

Strana sensazione

La prima volta che misi piede a Paris 8 ebbi una sensazione mai conosciuta prima. Io che ero vissuto sempre nella provincia italiana ebbi la percezione diretta di essere parte di una minoranza etnica: era luglio e non c'erano molti studenti, ma a una prima occhiata quelli che erano lì erano tutti arabi o africani. Non mi ero mai trovato in mezzo a tanta gente con la pelle di un colore così più scuro della mia e mi sentii immediatamente fuori posto.
Cercavo la segreteria del dipartimento di filosofia e trovai una stanzetta affollata di persone che con l'ufficio non c'entravano nulla. Ancora non sapevo che quella di filosofia a Paris 8 era una "segreteria collettiva", in cui tutti i presenti rispondevano alle domande di chiunque, se sapevano farlo. Nessuna autorità, nessuna gerarchia: si potrebbe dire che il segretario fosse solo una singolarità della moltitudine. In realtà era un tipo scazzatissimo, ma questo l'ho capito più tardi.
Chiesi del segretario e mi dissero che era via, nessuno sapeva se e quando sarebbe tornato. Dato che era la mia ultima occasione per farmi firmare da Badiou le carte vidimate dalla segreteria, necessarie per poter iniziare l'anno universitario a settembre, provai l'angoscia di vedermi a un passo dalla meta e poi fregato, come per l'Erasmus con Derrida.

Vagando a caso per i corridoi qualcuno mi additò per miracolo il segretario di filosofia, che passava di lì proprio in quel momento: era un signore coi capelli rossi e un nomignolo che mi sembrava arabo e invece era berbero. Aveva un aspetto hippy: barba lunga e incolta, berretto maghrebino, parecchi anelli vistosi e soprattutto un'aria di strafottente importanza che nel corso degli anni mi diede sempre più fastidio. Mi disse che ormai erano cominciate le vacanze e che Badiou potevo trovarlo soltanto alla proclamazione dei vincitori del concorso per l'ingresso all'Ecole Normale Supérieure, in Rue d'Ulm. Decisi pertanto di andare a cercarlo lì, all'Ecole Normale Supérieure, in Rue d'Ulm. Nonostante l'angoscia di rischiare il fallimento della mia impresa, ero anche invogliato dal desiderio di vedere la mitica grande école nella quale avevano prima studiato e poi insegnato i più importanti filosofi francesi del XX secolo.

venerdì 1 agosto 2014

Gandhi sulla questione Palestinese

(M. K. Gandhi, Harijan, 26 gennaio 1938)

"Ho ricevuto numerose lettere in cui mi si chiede di esprimere il mio parere sulla controversia tra arabi ed ebrei in Palestina e sulla persecuzione degli ebrei in Germania. Non e' senza esitazione che mi arrischio a dare un giudizio su problemi tanto spinosi." 

Le mie simpatie vanno tutte agli ebrei. In Sud Africa sono stato in stretti rapporti con molti ebrei. Alcuni di questi sono divenuti miei intimi amici. Attraverso questi amici ho appreso molte cose sulla multisecolare persecuzione di cui gli ebrei sono stati oggetto.[.......]. Ma la simpatia che nutro per gli ebrei non mi chiude gli occhi alla giustizia. La rivendicazione degli ebrei di un territorio nazionale non mi pare giusta. A sostegno di tale rivendicazione viene invocata la Bibbia e la tenacia con cui gli ebrei hanno sempre agognato il ritorno in Palestina. Perche', come gli altri popoli della terra, gli ebrei non dovrebbero fare la loro patria del Paese dove sono nati e dove si guadagnano da vivere?
La Palestina appartiene agli arabi come l'Inghilterra appartiene agli inglesi e la Francia appartiene ai francesi. È ingiusto e disumano imporre agli arabi la presenza degli ebrei. Cio' che sta avvenendo oggi in Palestina non puo' esser giustificato da nessun principio morale. I mandati non hanno alcun valore, tranne quello conferito loro dall'ultima guerra. Sarebbe chiaramente un crimine contro l'umanita' costringere gli orgogliosi arabi a restituire in parte o interamente la Palestina agli ebrei come loro territorio nazionale. La cosa corretta e' di pretendere un trattamento giusto per gli ebrei, dovunque siano nati o si trovino. Gli ebrei nati in Francia sono francesi esattamente come sono francesi i cristiani nati in Francia. Se gli ebrei sostengono di non avere altra patria che la Palestina, sono disposti ad essere cacciati dalle altre parti del mondo in cui risiedono? Oppure vogliono una doppia patria in cui stabilirsi a loro piacimento?
[...]
Sono convinto che gli ebrei stanno agendo ingiustamente. La Palestina biblica non e' un'entita' geografica. Essa deve trovarsi nei loro cuori. Ma messo anche che essi considerino la terra di Palestina come loro patria, e' ingiusto entrare in essa facendosi scudo dei fucili . Un'azione religiosa non puo' essere compiuta con l'aiuto delle baionette e delle bombe (oltre tutto altrui). Gli ebrei possono stabilirsi in Palestina soltanto col consenso degli arabi.
[...]
Non intendo difendere gli eccessi commessi dagli arabi. Vorrei che essi avessero scelto il metodo della nonviolenza per resistere contro quella che giustamente considerano un'aggressione del loro Paese. Ma in base ai canoni universalmente accettati del giusto e dell'ingiusto, non puo' essere detto niente contro la resistenza degli arabi di fronte alle preponderanti forze avversarie."


http://www.peacelink.it/editoriale/a/7690.html

lunedì 26 maggio 2014

Guarda che Renzi non è De Gasperi

Tutto sommato a qualcuno della mia famiglia queste elezioni avrebbero fatto piacere: mio nonno, maresciallo dei carabinieri, si è sempre detto "democristiano di sinistra". Moroteo, fece in tempo a votare Prodi.
Litigavamo sulla difesa del territorio nazionale minacciato da Tito, sui gas in Africa.
Non ho mai saputo che cosa abbia fatto durante la guerra di Etiopia, e dopo avere letto Point Lenana temo il peggio.
Durante la econda guerra guidava i sidecar effettuando le comunicazioni. Fu catturato, diceva lui, tre giorni prima di El Alamein. Ho sempre sospettato che si fosse consegnato al nemico.
Ecco, LUI, Antonio My, sarebbe contento del trionfo stratosferico di Matteo Renzi.
Cazzo, nonno, non andiamo mai d'accordo.

mercoledì 21 maggio 2014

La piega heideggeriana

Dice che ci sono due Heidegger. Vero: il primo H è il possente filosofo, il secondo è l'ominicchio che si crede grande aderendo al nazismo.
Tra SuZ e il "secondo H" c'è continuità perfetta: il nazismo è inscritto nella temporalità autentica del Dasein, che non ammette nessun divenire-rivoluzionario.
La svolta non è temporale: è una piega meta-fisica, la separazione o il chiasma tra il visibile e l'invisibile, il punto in cui si toccano la grande narrazione dell'oblio dell'(Essere) e la piccola narrazione del rettore nazista e antisemita, sposato con una donna cretina e ignorante.

Roman nouveau, Ω

Sono tornato in Italia perché c'era il concorso per l'insegnamento. L'ho vinto a settembre e a gennaio ho iniziato a insegnare. Dopo un anno in provincia di Cuneo ho scelto di venire a Torino, dove sono nato. Del resto la metà dei miei amici a Parigi era torinese. Parigi ospita una grande colonia italiana e un torinese benestante possiede almeno un appartamento a Parigi. Talvolta due.
A Parigi avevo conosciuto parecchi torinesi benestanti di sinistra. Erano benestanti perché abitavano a Parigi, ed erano di sinistra perché le mie frequentazioni mi portavano naturalmente lì. E poi la borghesia torinese è prevalentemente di sinistra, perché Torino era la città del PCI della FIAT. Di tutti i torinesi che ho conosciuto a Parigi, quelli che sono rimasti lì sono i più benestanti, come la mia amica Alfonsina. Mortacci, sono contento per loro. Io invece sono tornato in Italia.

Ho 42 anni, ma dal punto di vista della conoscenza filosofica gli anni sono circa 21. Nel senso: se a 21 anni avessi saputo ciò che so adesso, e avessi pensato come penso adesso, forse avrei potuto essere considerato "bravo".
Insegno al liceo, filosofia e storia. La storia la insegno solo perché sono obbligato, e la filosofia non riesco ancora a insegnarla come vorrei.

venerdì 2 maggio 2014

domenica 20 aprile 2014

Vecchia bozza incompleta di una risposta alle sciocchezze di Massimo Recalcati sulla scuola

L'assurdo articolo di MR è qui: quando una collega lo fece leggere a scuola, all'inizio del collegio docenti, provai sgomento e rabbia. Com'è possibile che i miei colleghi si lascino abbindolare da simili sciocchezze disinformate e confuse?
Iniziai a scrivere questa risposta, mai terminata. Anche perché a un certo punto mi sono detto: ma perché diavolo devo spendere tempo prezioso per far notare che costui dice stupidaggini? Chi non lo capisce da sé non presterà evidentemente nessun ascolto alle critiche.



"Auguro loro di saper ritrovare passione nello spiegare una poesia di Ungaretti, le leggi della termodinamica, la deriva dei continenti, una lingua nuova, la bellezza formale di una operazione di matematica o di un teorema di geometria. Auguro che la loro parola riesca a tenere vivi gli oggetti del sapere generando quel trasporto amoroso ed erotico verso la cultura che costituisce il vero antidoto per non smarrirsi nella vita."

L'augurio di MR è sicuramente gradito ma, da insegnante, non riesco a non vederne la fortissima valenza ideologica che sarà il tema di tutto ciò che dirò qui.
Il mondo della scuola non vive di solo spirito e il suo esser-così dipende in toto da due fattori: 1) le decisioni ministeriali in materia di politiche scolastiche 2) le determinazioni reali dell'attuale società. Se sul secondo fattore non si può intervenire direttamente tramite la scuola (educando e formando bisogna come minimo attendere anni per influire su un nuovo stato di cose sociale), la responsabilità del primo fattore, quello di cui si può cogliere immediatamente il nesso di causa-effetto, è integralmente politica.
Senza voler spingere l'analisi all'epoca Berlinguer (Luigi), cosa che sarebbe comunque sensata, basta limitarsi alla (contro)riforma Gelmini per individuare una causa diretta di condizioni lavorative radicalmente contrarie alla "passione" augurata agli insegnanti da MR.
Come si può chiedere "passione" (ma si può davvero CHIEDERE passione? E si può chiedere A UN LAVORATORE?) a un insegnante che si ritrova a lavorare con classi di 35 ragazzi, tra cui inevitabilmente dislessici, disgrafici, discalculici, diversabili, stranieri di recente immigrazione, persone disagiate dal punto di vista socio-economico ecc. (tutte caratteristiche recepite nella recente normativa sui BES)?
La "passione", che laicamente tradurrei come "motivazione", c'è o non c'è, e si può lavorare su questo, magari non a livello di iniziativa personale; ma anche se c'è un contesto lavorativo disfunzionale e tutt'altro che casuale bensì causato da un potere apparentemente insensibile ai bisogni essenziali dei giovani cittadini (sempre che non si voglia leggere una vera e propria volontà di rendere meno competitivo il servizio pubblico per favorire il trasferimento di risorse verso il privato: un disegno che molti ritengono evidente ma che in ogni caso sembrerebbe fallito, almeno finora).

"Sempre più si sta imponendo una scuola che il “sogno” di un recente ministro della pubblica istruzione codificava con le tre “i” (impresa, inglese, informatica), cioè una scuola fondata sul principio di prestazione."

Lasciando da parte il fatto che insistere sullo studio dell'inglese e dell'informatica è come insistere sulla necessità di alfabetizzare un qualsiasi cittadino del  mondo globalizzato, e lasciando da parte il desiderio neoliberale di una scuola connessa col mondo delle imprese (ribadito recentemente dal ministro PD del governo Letta: "lavorare prima dei 25 anni"), il principio di prestazione si è imposto tramite decisioni ministeriali, e quindi politiche: test Invalsi ecc. La responsabilità, dunque, non è evidentemente degli insegnanti bensì dei politici, e delle scelte elettorali dei cittadini. Personalmente, pur non dovendo somministrare i test, sciopero ogni anno insieme a un 1,5 di colleghi in segno di disaccordo ideologico, ma in ultima istanza non si vede perché la massa dei lavoratori della scuola debba farsi carico di contrastare simbolicamente scelte che non sembrano infastidire affatto la politica e la società (ci sono anche genitori che boicottano gli Invalsi ma sono una minoranza paragonabile a quella dei docenti scioperanti).
E qui scatta la reazione emotiva all'analisi razionale del discorso di MR: perché chiedere a noi qualcosa che dovresti chiedere a ben altri soggetti? Non voglio parafrasare Don Abbondio dicendo che la passione uno non se la può dare, ma voglio sottolineare che finché il discorso pubblico non saprà vedere da una prospettiva realistica e sistematica i soggetti coinvolti nel mondo della scuola, si potranno scrivere molti altri articoli giornalistici e libri divulgativi senza che lo stato delle cose cambi di un'unghia. Anzi, peggiorando nel frattempo a causa della dinamica innescata dalla riforma Gelmini [Nota 31/03/2015: all'epoca non si parlava ancora di Buona Scuola, ma ora possiamo dire che in confronto la riforma Gelmini non faceva che iniziare un processo che adesso viene spinto molto più in profondità. Si tratta di spezzare la scuola come comunità educativa e renderla un mercato come un altro, soggetto alla competizione e all'antagonismo tra colleghi, rigorosamente valutabili da colleghi "esperti" (sarà interessante vedere con che logiche verrano scelto questi esperti)].

"Il conformismo attuale non è più morale ma cognitivo. Il nostro tempo non concepisce più l’allievo come una vite storta, ma come un computer vuoto."

Non è qui possibile non leggere in controluce la polemica della psicoanalisi contro le scienze cognitive, polemica più che legittima se si voglia fare un discorso filosofico sulle "immagini del mondo", ma abbastanza sterile se si vuole contrapporre il "sapere" psicoanalitico, più pratico che scientifico, alle acquisizioni delle scienze cognitive e delle neuroscienze. Ma senza entrare nella questione che ci porterebbe molto molto lontano, mi sento di poter dire che la maggioranza degli insegnanti della scuola pubblica italiana NON si ispira alla metafora cognitivista della mente come computer, semplicemente perché lo studio delle scienze cognitive NON fa parte del bagaglio formativo della maggioranza dei docenti attualmente in servizio (età media 50 anni). (Inoltre, alla metafora mente-computer non crede praticamente più nessuno).
Si potrebbe peraltro obiettare che è sicuramente più presente e attiva la metafora della mente come tabula rasa, che però non è di derivazione cognitivista bensì umanistica, al punto da essere uno degli obiettivi polemici del cognitivismo (si veda il best-seller di Steven Pinker, Tabula Rasa).
Se vogliamo parlare di conformismo, parlerei piuttosto di un conformismo della rassegnazione: gli insegnanti sono rassegnati ormai ad essere considerati lavoratori di serie B, in un paese in cui vige non tanto il principio di prestazione, che da un punto di vista cognitivo può avere una sua utilità, bensì il principio della prestazione MERCIFICATA, comandata dalle esigenze del capitalismo (per altro in grave crisi strutturale).

"La sua matrice si trova nel gesto di Socrate narrato nel Simposio di Platone. Agatone, l’allievo, si siede vicino al maestro coltivando l’illusione che il suo cervello sia un contenitore dentro il quale Socrate dovrebbe versare il liquido del suo divino sapere. È l’illusione che abita ogni scolastica dell’apprendimento. Essere un recipiente passivo che il sapere del maestro può riempire sino all’orlo. Ma Socrate si nega ad Agatone. Non accontenta la sua aspirazione ad essere “riempito”. Negandosi alla domanda ingenua di Agatone – “travasa in me il tuo sapere” – Socrate cerca di mettere in movimento il suo allievo (transfert significa “trasporto”, “sentirsi trasportati”) distogliendolo dall’illusione che conoscere significa riempirsi passivamente il cervello di nozioni già esistenti e possedute da qualcuno. Il gesto di Socrate è controcorrente rispetto ad ogni idea scolastica del sapere ed è il motore di ogni forma di apprendimento autentico. Svuota il maestro di sapere affinché l’allievo si metta in movimento – si senta trasportato – verso il sapere, affinché nasca nell’allievo un desiderio autentico di sapere.
Il gesto di Socrate è innanzitutto un gesto di sottrazione; anch’io non so quello che tu non sai, non perché sono ignorante, ma perché so che è impossibile possedere tutto il sapere, perché il sapere stesso non può mai costituire un tutto. Il compito di un insegnante è quello di generare amore, transfert erotico, sul sapere più che distribuire sapere (illusione cognitivista) o mettere tra parentesi il sapere occupandosi della vita privata degli allievi (illusione psicologista) perché l’alternativa tra la vita e il sapere è sempre sterile."

Questo è il passaggio teoreticamente più confuso del testo di MR. Riguardo al personaggio di Agatone, va notato innanzitutto che non si tratta di un ragazzo bensì di un giovane uomo di spettacolo, padrone della casa nella quale si svolge il Simposio, e secondariamente che non è il maestro, Socrate, a sedersi accanto a lui per trasmettergli meccanicamente informazioni bensì è lui che si siede vicino a Socrate. La scena è rovesciata rispetto a quella immaginata da MR. Agatone è un bel giovane, come tale seducente, ed è attratto dal sapere incarnato da Socrate. Difficilmente si potrebbe sostenere che Agatone voglia imparare questa o quella informazione: piuttosto, è proprio un esempio di quell'amor di sapere che MR indica come l'obiettivo da suscitare nei discenti.


sabato 5 aprile 2014

Roman nouveau, FILOSOFI1

Deleuze è un filosofo della Differenza. Il concetto di differenza è al centro del sistema del suo intricatissimo pensiero. Deleuze pensa che la differenza sia “intensiva”, qualitativa anziché quantitativa. La Differenza diventa un concetto metafisico che non ha nulla a che vedere con il concetto logico di differenza (ma com'è possibile?) e si collega alla nietzscheana “volontà di potenza”, consistente nella valutazione di ogni ente secondo la prospettiva della sua intrinseca quantità di energia. Il concetto di Differenza va analizzato insieme a quello di molteplicità. L’identità non è più il concetto privilegiato della metafisica, così come avviene nella tradizione filosofica da Platone fino a Hegel: nella prospettiva di Deleuze ogni ente è paragonabile a una monade leibniziana che anziché rapportarsi all’essere secondo le modalità della rappresentazione “sintetizza” una quota di intensità o energia (da intendersi metaforicamente, senza riferimento alla fisica) e questa energia è una molteplicità di possibilità. L’elemento qualitativo è particolarmente presente nell’opposizione, di provenienza nietzscheana, tra le “forze forti” e le “forze deboli”. Contro la lettura volgare del pensiero gerarchico di Nietzsche, Deleuze fa valere una ben diversa lettura: poiché il prospettivismo nietzscheano annulla il concetto di sostanza pensante, soggetto cartesiano, individuo, anche la realtà umana, come quella naturale, risulta leggibile come campo di forze metafisiche che si affrontano perennemente (visione tragica dell’essere, eraclitea). Una forza è “forte” quando esprime appieno la propria essenza, la propria potenzialità; è “debole” quando non giunge a realizzare appieno la propria natura potenziale.

domenica 23 marzo 2014

Roman nouveau, 2.1

Di fini d'agosto a Parigi ne ho viste tante perciò mi pare comprensibile che io le confonda le une con le altre. Quella del mio primo anno a Parigi però la ricordo piuttosto bene.
Appena arrivato nella metropoli iniziai a cercare casa insieme a  Yves, uno studente di filosofia con cui avevo fatto grande amicizia a Strasburgo durante l'Erasmus. C'erano le Giornate Mondiali della Gioventù, che erano un raduno giovanile di massa voluto dal papa polacco. Le strade di Parigi formicolavano di scout. Nella metropolitana non c'era spazio per procedere sulla banchina e spesso bisognava saltare sui rialzi per non essere urtati, ti aggrappavi per non cadere: c'erano giovani cattolici dappertutto con il loro strascico di immondizie. Sembrava un'invasione, era un'invasione, io la percepivo come tale. Yves era più contrariato di me: lui era cresciuto in una specie di comune hippy e odiava i cattolici (in effetti odiava anche gli hippy.
Il primo impatto con la città non era dunque quello che mi ero figurato. Mi sforzavo di visualizzare l'infinito che finalmente mi si apriva davanti. Scout a parte, ero arrivato nella città dei miei sogni.

La ricerca di appartamento a Parigi, per uno studente straniero non ricco è cosa difficile e disgustosa: il fatto che fossi in compagnia di un francese rendeva le cose un po' più più facili, ma subivamo il trattamento riservato a tutti gli studenti. Gli appuntamenti per la visita dell'appartamento erano organizzati tramite annunci su giornaletto settimanale. In base all'ordine di arrivo si formava una coda disciplinata, ma la maggior parte dei postulanti non riusciva nemmeno a vedere l'appartamento. Di solito veniva scelto uno studente tra i primi della coda, purché avesse le carte in regola. Se riuscivi a vederlo non potevi concederti il lusso di dire "ci penso un attimo": o firmavi o perdevi l'occasione. In questo modo, dopo parecchie tentate visite, uno si riduceva nello stato d'animo di prendere la prima cosa possibile.
Uno straniero da solo avrebbe trovato più penosa la selezione subita: l'anno successivo - abbandonai Yves perché la notte tornava spesso a casa ubriaco e poi diffondeva musica rap a tutto volume - visitai decine di appartamenti schifosi e costosissimi, stanzette della servitù (chambre de bonnes, le chiamano) ricavate tra un appartamento borghese e l'altro: nove metri quadrati con muri sottilissimi che ti fanno peneterare nell'intimità della famiglia accanto.
Ciononostante trovarne una in affitto era difficilissimo. Mentre mi rifiutava, un proprietario mi piagnucolò  che dovevo capire, non ce l'aveva con gli stranieri ma una volta un caraibico lo aveva fregato, era partito senza pagare e i tribunali non avevano fatto nulla per riparare al torto: non ce l'aveva con me ma non ero francese e non poteva rischiare di nuovo. "La capisco, mi dispiace", dissi consolandolo.
Ma il primo anno a Parigi avevo al mio fianco Yves. Era la persona meno accomodante del mondo. Gli facevano schifo i padroni e non gliene fregava un cazzo di trovare un appartamento decente: purché ci dessero qualcosa in fretta e ad un prezzo accettabile. Accettabile, a Parigi significa: carissimo.

mercoledì 19 marzo 2014

Sofisti e meritocrazia


Da un compito in classe di uno studente neoitaliano: “Il regime democratico dell'Atene del V secolo a.C. favorisce lo sviluppo della sofistica perché la democrazia e la meritocrazia ha iniziato con i sofisti”.

Il renzismo vincerà così.

lunedì 17 marzo 2014

Roman nouveau, 1

Sempre avevo temuto di essere pressoché vuoto, di non avere insomma alcuna seria ragione per esistere. Adesso davanti ai fatti ero proprio certo del mio nulla individuale (Céline)
Il giorno della mia laurea ero contento ma triste.
Mi piaceva avere finalmente terminato un lavoro assurdo di scrittura, durante il quale il mio relatore non mi aveva seguito neanche il tempo di un tè pomeridiano (privilegio riservato alle sole studentesse).
Ma percepivo una cupa pesantezza, proiettata sulla scena da mio padre, taciturno e impenetrabile come non mai. Non era da lui, tutto quel tacere. Non volevo sapere che era molto malato e sarebbe morto di lì a poco.

Quando la discussione della tesi fu terminata non sapevo che cosa pensare, mi sembrava che quell'evento non avesse alcun senso. Uscimmo dall'aula e il fotografo che ci aveva convinti ad affidarci a lui cominciò a fotografare il gruppo di amici e parenti mentre eravamo ancora sulle scale. Passò un autorevole antichista che ci disse: "ma perché non andate fuori, con i bellissimi chiostri che abbiamo!"Provai molta vergogna, come se la responsabilità fosse mia, e poi mi dissi che avrebbe forse potuto pensarci mio padre. Ma lui stava morendo, e non poteva fare proprio niente. Morire era già abbastanza.
La vergogna che provai è registrata nella foto ufficiale di me davanti a un pozzo al centro del chiostro. Ho gli occhi chiusi e sono un po' inclinato di lato come un omino di Chagall.

Mio padre e gli zii non rimasero nemmeno per la cena, come pensavo avrebbero fatto. Quando furono tutti partiti mi sentii molto triste e cominciai a telefonare a Strasburgo, dove avevo fatto l'Erasmus, per trovare un professore che mi prendesse a fare il DEA. Era il 24 giugno 1997 e da quel momento non mi fermai più un solo istante.

domenica 2 marzo 2014

Qual'è

Non è che io non conoscessi la regola, ma in qualche modo mi era sfuggita. Così, quando feci leggere un mio testo a un compagno di classe bravo, non so perché e non ricordo che testo fosse (una versione in classe?), lui mi punzecchiò: "be' però QUAL'È con l'apostrofo si trova soltanto nei dépliant pubblicitari che ricevo a casa mia".
Lui abitava a Cervere, un paesino fuori Bra, come a dire: testi del cazzo.

La vergogna che quelle parole mi provocarono mi si incise indelebilmente nell'anima, e non sbagliai mai più.

Ora, ho sempre dei sensi di colpa quando faccio delle traduzioni. Ma in un testo di un importantissimo filosofo italiano pubblicato dalla casa editrice per cui ho tradotto, ho appena visto un QUAL'È, con l'apostrofo...

Vecchio compagno di liceo, che cosa ne diresti tu, mio Auctor della norma ortografica?

lunedì 10 febbraio 2014

Depressione, musica, postmodernismo, creazione

Questo doveva essere un post sulla depressione meteoropatica. Invece si è trasformato nell'ampliamento di una vecchia bozza, scritta a dicembre mentre terminavo la mia tesi di dottorato. Vi stavo spiegando la mia attrazione per la musica di Nico Muhly, che ho recentemente scoperto. Ne parlo subito dopo.
Il punto importante è che anziché scrivere sulla depressione ho cominciato ad ascoltare la musica di Muhly e da lì mi sono spostato su Alva Noto e i suoni elettronici mi hanno fatto passare l'accenno di depressione.
I suoni elettronici sono un oggetto musicale estremamente interessante, e ancora misterioso: dagli anni '50 sappiamo produrre onde sonore assenti "in natura", eppure, che io sappia, non esiste ancora una teoria musicologica e/o cognitiva capace di spiegare l'effetto che tali suoni hanno su di noi. Poiché essi si accompagnano sempre ai vecchi parametri musicali, probabilmente un'indagine sperimentale accurata scoprirebbe che ciò conta sono sempre i cari vecchi ritmo, velocità, registro, ecc.
Per il timbro, come noto, non c'è una teoria cognitiva in grado di spiegarne l'effetto, ma soltanto dei tentativi parziali.

E ora veniamo a Muhly. Il post è in via di scrittura, come tutto ciò che scrivo, del resto

***

Il mio ideale musicale è una specie di postmodernismo non manieristico, colto intelligente e fruibile, musica per le masse (come le vorrei io).

La musica di Mhuly è un flusso discreto che punta a una sperimentazione perfattamente rilevante, alla pura ascoltabilità dell'oggetto musicale.
La dimensione strutturante sembra essere quella melodica (violino e archi), nonostante le sovrapposizioni di molti timbri.

Consideriamo Drones, due dischi composti a partire da un medesimo materiale abbastanza semplice, nella versione per pianoforte e archi (Drones and piano) e nela versione per violino solo (Drones and violin).

La violenza avanguardistica sembra assente, quasi si trattasse di una via d'uscita dal Novecento. La sua musica sembra sempre molto "naturale", come se non perdesse di vista mai l'ascoltatore (è questo un desideratum del musicologo Fred Lerdahl). Una metamorfosi continua e logica, e tuttavia sempre vivente, nuova e imprevedibile.
Sembra quasi che io stia parlando della Musica in generale, ed infatti è così: Muhly mi pare essere un ottimo paradigma di ciò che può l'umanità alle prese coi suoni, dentro e fuori dalle determinazioni sociali e culturali.
Se un marziano scendesse sulla Terra e chiedesse di fargli incontrare un musicista vivente, cercherei sicuramente di mandarlo da Muhly.



[Aggiungere: l'atto creativo secondo Deleuze]

sabato 8 febbraio 2014

Intuizione, 27. Scrivere e morire.

Per chi come me sente inconsciamente che finitudine = morte, scrivere rappresenta una sfida per la sopravvivenza. Scrivere un testo e licenziarlo è come ucciderlo, e morire con esso.
Forse per questo motivo, per me scrivere significa tergiversare: immaginare il testo e poi rimandarlo, scriverne, delle parti, riscriverle, ricominciare dall'inizio, trascrivere cose che poi non verranno mai integrate nella versione finale, il tutto per creare un serbatoio di potenzialità che a partire da un certo momento mi appaia come inesauribile. Infinito.
A quel punto sono tranquillo: il passaggio all'atto della potenza è scongiurato, so che il testo finale non sarà mai altro che un'attualizzazione tra le infinite possibili, di sicuro non la migliore, probabilmente una versione più o meno soddisfacente ma la cui limitatezza sarà comandata dalla contingenza della situazione e della scadenza temporale.
Se, da una parte, è un modo per giustificarmi ai miei stessi occhi per il risultato imperfetto, dall'altra parte è anche un modo per mantenere un segreto contatto con quel testo, fondato sulla speranza: non ti ho abbandonato, caro testo, lo so che tu sei migliore di come appari, non preoccuparti, tornerò da te, ti riprenderò e amplierò, staremo di nuovo insieme, mostrerò altri aspetti della tua natura infinita.

Gli scrittori, probabilmente, hanno un rapporto migliore del mio con la finitezza e la morte. Sono più coraggiosi, o più disperati.

lunedì 27 gennaio 2014

Mia famigerata intervista inedita a Houellebecq, mai integralmente trascritta...


Michel Thomas, alias Michel Houellebecq, è stato per anni considerato uno scrittore scandaloso, politicamente scorretto, addirittura un portavoce del fascismo europeo (come disse un Baricco straordinariamente abbagliato). La carta e il Territorio è il suo ultimo romanzo e per molti versi appare come un commiato dall’intensità della precedente scrittura, spesso quasi insopportabile per temi e passioni tristi. Houellebecq sembra ora avere raggiunto una specie di atarassia artistica, se non esistenziale (anche se vedendolo da vicino emana un gran senso di quiete).
Houellebecq è diventato celebre per gli effetti speciali a base di molto sesso, trattato in maniera quasi pornografica, ma i suoi libri sono intrisi di cultura filosofica: e per essere un intellettuale francese dell'epoca d'oro della postmodernità lo scrittore ha un punto di vista decisamente poco simpatetico verso la produzione filosofica dei suoi connazionali.
D: L'ho sempre considerata come uno dei più filosofici tra i grandi scrittori contemporanei, ma so che lei ha detto cose molto aggressive contro la filosofia occidentale... non ha proprio nessuna stima per la filosofia contemporanea, in particolare quella francese dei Deleuze, Foucault, Derrida ecc.?
R: No. Diciamo che c'è un décalage, o meglio una divergenza che si è prodotta tra la filosofia e la scienza e che invalida il discorso filosofico. O meglio: non lo invalida ma lo posiziona nel campo della letteratura. Deleuze è piuttosto un buon poeta, a tratti, Derrida è un poeta di merda. È vero che ho una certa simpatia per Deleuze, ma piuttosto per una specie di dimensione di sogno che apporta, una dimensione onirica. Ma non posso prenderlo sul serio. Ci sono ancora dei filosofi francesi seri, ma il problema è che mi sento un po' superato sul piano intellettuale. Non solo francesi, d'altronde.
D: Intende i filosofi analitici?
R: Sì i filosofi analitici, ma oltre un certo punto non arrivo, è troppo complicato. Per esempio, il teorema di Goedel l'ho capito una volta, ma penso che non saprei più fare la dimostrazione. Per me però è lì che si situa l'aspetto serio della filosofia, una specie di corrente di pensiero derivata dal positivismo logico[1]. Carnap salvava Heidegger come poeta lirico, e direi a giusto titolo: leggendo Heidegger si prova un'emozione realmente poetica.
D: Heidegger le piace?
R: Sì mi piace, ma è la pretesa di essere filosofo che mi infastidisce un po'. "Romanzo" non si potrebbe dire propriamente, ma come poema Essere e tempo andrebbe bene!
D: Si è parlato molto del suo rapporto con l’Islam e i raheliani, ma si è parlato un po' meno del suo rapporto con il buddhismo: lei ha scritto che considerava il buddhismo come una possibilità, mentre adesso il buddhismo le sembra inoperante, perché anche la mancanza di desiderio è triste.
R: Beh, intanto il buddismo intellettualmente non è minacciato, grazie alla celebre risposta di Buddha sui problemi metafisici, più o meno: non si era interessato ai problemi metafisici perché non erano interessanti. È una risposta assai insolente ma che salva... Dunque exit la questione metafisica. Devo riconoscere che non ho voglia che il desiderio si spenga in me, il che… non è molto buddhista...
D: Ho l’impressione che nel suo ultimo romanzo, e forse anche in La possibilità di un'isola, lei faccia meno resistenza al concetto di individuo.
R: Diciamo che è un concetto molto sopravvalutato: per dirla grossolanamente le persone sono molto più simili tra loro di quanto non si immaginino... è un concetto che va relativizzato. Gli uomini differiscono tra loro un po' più dei cani – per prendere degli animali che conosco bene – ma non molto di più, ecco. La mia è piuttosto un'incitazione a una valutazione oggettiva dell'individualità.
D: È noto che lei non ha grandi simpatie per la psicoanalisi, e data la sua formazione scientifica ci si potrebbe aspettare che lei fosse più interessato alla psicologia scientifica[2] e alle neuroscienze cognitive. Tuttavia ho l’impressione che per descrivere gli esseri umani lei faccia ricorso al suo sguardo riflessivo, come nella tradizione dei moralisti francesi. Come dice Chomsky: la letteratura insegnerà sempre più sull'animo umano di quanto non potrà fare la filosofia...
R: Be', lui si impegna un po' alla leggera, il “sempre” è discutibile, però sì, al momento attuale è quella [la posizione] che funziona meglio. Le neuroscienze fanno qualche progresso, ma che io sappia non c’è ancora un concetto chiaro di che cos’è la coscienza, il sapere è molto lacunoso. È vero d’altronde che la psicoanalisi è stata un tentativo di teorizzare a partire da niente, a partire da intuizioni vaghe, e quindi di introdurre dei concetti sfocati, l’inconscio, il super-Io, ecc., insomma: un tentativo di teorizzazione prematuro. E all’ora attuale siamo ancora PRIMA della possibilità di una teorizzazione su basi solide. Ma dire che sarà così “per sempre” è esagerato, comunque.
D: Da qualche parte lei ha detto che scrive con il desiderio di venire contraddetto...
R: Ho l'impressione di avere scritto certe cose forse con quello spirito, ma sicuramente non tutte...
D: Era a proposito della società contemporanea, per dire che quando lei la descrive così negativamente non è perché si compiaccia di quell’immagine, ma piuttosto con la speranza di venire contraddetto. Allora secondo me contraddirla vorrebbe dire scrivere ottimi romanzi che parlassero di individui e coppie felici, società equilibrate. Sul piano filosofico ci sarebbe davvero bisogno del buddhismo per cercare di contraddirla. Però mi sembra che il suo ultimo romanzo vada un po’ in questa direzione, perché Jasselin, (il personaggio di) Houellebecq e Jed non ha avuto “una vita malvagia”. Quindi – la domanda è questa: una vita e un’opera felici sono possibili?
MH: ...mmm... (ci pensa qualche istante). Be’ si può dir di sì, e in più per tre vie differenti: una, lavoro soddisfacente, pensione, coppia; l’altra, solitudine e lavoro puro; la terza un po’ di lavoro, cane, campagna... Quindi tre vie distinte che sembrano tutte e tre felici…
Per citare Schopenhauer, che è il pessimista per eccellenza, lui dice alla fine del suo diario: "in fondo non me la sono cavata così male". Non è l'estasi ma è un po' così.
EA: forse questo ha qualcosa a che fare col buddhismo, con Epicuro? Non è la
MH: sì sì... (lunga pausa) sì sì… No, Epicuro non è niente male...
EA: Forse il suo rapporto con i bambini si potrebbe comparare al suo rapporto con i figli...
MH: Conosco male la sua vita, ma il suo argomento contro la morte è il migliore?
EA: secondo me non funziona, e mi sembra rientrare bene in ciò che lei dice sulla filosofia occidentale, ossia che sarebbe un addestramento ...
MH: ma a rigore non è un argomento contro la morte, il fatto che non ci sia contatto reale...
D: quando rappresenta la morte di MH quando Jed vede lefotografie dei pezzi di cadavere, non è un po' come se lei cercasse di vedere la sua propria morte, ma come se ciò rimanesse radicalemtne impossibile? Io almeno ho avuto questa impressione...
R: [ci pensa un istante] No, non ha nulla a che vedere con la morte, ma piuttosto con il dolore. Quando si vede qualcuno fatto a pezzi la prima reazione che si ha è sentire male, non di avere paura, è un misto di scoramento e di sofferenza... Ma, passiamo all’arte, magari, che è anche una questione interessante?
EA: sì certo. Lei sembra ammirare le opere d'arte di Jed ma per nulla il mondo dell'arte contemporanea... riguardo alla questione della valutazione delle opere di Jed citando Wittg lei scrive che non ha alcun senso: c'è qui un elemento di critica al mondo mercantile dell'arte contemporanea?
MH: Non è nemmeno una critica, non ha proprio nessun senso, non dico strettamente nulla più di quello che ho scritto: non ha semplicemente senso, non bisogna cercarlo. Per esempio il prezzo di questo libro ha un senso, si può calcolare facilmente, si può fissare il prezzo di questo libro. Il prezzo di un’opera non ha nessun senso, è interamente legato al desiderio delle persone di possederla.
… Seguono domanda-risposta su musica contemporanea; sul successo di un artista...

mercoledì 22 gennaio 2014

Intuizione, 26 (Qualità e quantità)

Hegel (Engels), Nietzsche-Deleuze...

Oggi ho capito che è un'opposizione illusoria, ma fondamentale per il pensiero. Perché?

(Intuizione ricorrente ma per ora sfuggita)

[ah sì ora ricordo: c'entra la mia definizione dello Zen]

giovedì 16 gennaio 2014

Intuizione, 25 (Surfing USA - L'ereditarietà del futile)

Ascolto Surfing USA solo perché mio padre lo ascoltava.
Ma ascoltandolo lo faccio ascoltare ad Agostino, che magari lo ascolterà quando sarò vecchio, o morto.

L'ereditarietà del futile.

PS: Philippe Ridet in suo tweet mi ricorda indirettamente che è stato lui a farmi ascoltare questa canzone a Roma, alcuni anno or sono. Per me era musica insulsa di mio padre, Philippe mi argomentò la loro grandezza e cominciai ad ascoltare Pet Sounds. Ma poi rimossi l'apporto di Philippe...

martedì 7 gennaio 2014

Segreti che non devono andare perduti come lacrime nella pioggia, 3

Da bimbo, una volta la mamma del mio amico mi diede per merenda pane e cioccolata: io mangiai prima tutto il pane, per poter mangiare poi tutta la cioccolata da sola.

Le lamentazioni dei vecchi (intuizione 24)

Comincio a sospettare che i vecchi si divertano ad essere vecchi, e che si lamentino per non farsi scoprire dai giovani.

giovedì 2 gennaio 2014

Piccola borghesia (Intuizione 23)

La piccola borghesia è la classe planetaria dominante. Quantitativamente e culturalmente. Il problema non è dunque appartenervi o no ma come uscirne indirizzando le produzioni del proprio cervello verso la negazione dell'essere piccoloborghese (che non può essere un épater les [petits] bourgeois).

(PS: problema simile a quello di Deleuze: trovare una via d'uscita filosofica dalla filosofia.)