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lunedì 30 gennaio 2012

Idee di epitaffi per la mia lapide, 1

"Almeno questa volta sono riuscito a portare a termine qualcosa"

domenica 29 gennaio 2012

Una lettera di Totò al futuro presidente Scalfaro, che non volle battersi in duello (1950)

« Ho appreso dai giornali che Ella ha respinto la sfida a duello inviataLe dal padre della signora Toussan, in seguito agli incidenti a Lei noti.
La motivazione del rifiuto di battersi da Lei adottata, cioè quella dei princìpi cristiani, ammetterà che è speciosa e infondata.
Il sentimento cristiano, prima di essere da Lei invocato per sottrarsi a un dovere che è patrimonio comune di tutti i gentiluomini, avrebbe dovuto impedire a Lei e ai Suoi Amici di fare apprezzamenti sulla persona di una Signora rispettabilissima.
Abusi del genere comportano l'obbligo di assumerne le conseguenze, specialmente per uomini responsabili, i quali hanno la discutibile prerogativa di essere segnalati all'attenzione pubblica, per ogni loro atto.
Non si pretende da Lei , dopo il rifiuto di battersi, una maggiore sensibilità, ma si ha il diritto di esigere che in incidenti del genere, le persone alle quali il sentimento della responsabilità morale e cavalleresca è ignoto, abbiano almeno il pudore di sottrarsi al giudizio degli uomini, ai quali questi sentimenti e il coraggio civile dicono ancora qualcosa.
principe Antonio Focas Flavio Comneno De Curtis »

(Avanti!, 23 novembre 1950)

venerdì 27 gennaio 2012

Simpatici scambi d'opinione con un ineffabile deputato PD


giovedì 26 gennaio 2012

Il nobile Martone vi ha detto che costui era sfigato


Amici, italiani, prestatemi orecchio: io vengo per compatire quel mio compagno di università che si è laureato dopo i 28 anni, non per lodarlo. Il male che gli uomini compiono sopravvive al loro corso di studi, il bene è spesso sepolto con il loro pezzo di carta.
Così sia per quel figlio d'operai o piccoloborghesi che impiegò anni per diventare dottore. Il nobile Martone vi ha detto che costui era sfigato: se così fosse, sarebbe una grave colpa e gravemente il laureato fuori corso ne ha pagato le conseguenze, rimanendo a lungo disoccupato, sottopagato, sfruttato, umiliato e sbeffeggiato, e dovendo infine rassegnarsi a ripulire le latrine di un ospedale oppure emigrare.
Qui, con il permesso di Martone e degli altri - perché Martone è un uomo figo e potente, e tutti gli altri, tutti sono uomini fighi e potenti - sono venuto a parlare al funerale del laureato fuori corso.
Era mio amico, leale e giusto con me, ma Martone dice che era sfigato e Martone è un uomo figo. Lo studente fuori corso ha portato molti soldi al Ministero dell'Università, ma questi sono stati tolti ai forzieri dello stato dai professori universitari assenteisti e incapaci: era questa la colpa del laureato fuori corso? Quando gli studenti poveri hanno pianto, il laureato fuori corso ha pianto: la sfiga dovrebbe essere fatta di più egoistica stoffa. Eppure Martone dice che costui era sfigato e Martone è uomo figo. Siete tutti testimoni che alla festa di San Precario per tre volte gli ho chiesto di affrettarsi a laurearsi, e lui per tre volte ha rifiutato: era questo il tipico atteggiamento da sfigati di chi pur vivendo a casa con i genitori e non avendo avuto particolari problemi si laurea comodamente dopo i 28 anni? Eppure Martone dice che era sfigato e certamente egli è uomo figo. Io non parlo per disapprovare ciò che ha detto Martone, ma sono qui per dire ciò che so. Un tempo incoraggiavate tutti il laureato fuori corso e non senza motivo, ora cosa vi trattiene dal piangerlo?
Era lo studente più nobile fra tutti costoro: tutti gli studenti in corso hanno fatto ciò che hanno fatto per invidia del grande ritardatario. Egli solo si unì a loro con onestà e per il bene proprio e di tutti. Il suo corso di studi era nobile e gli esami da lui scelti così equilibrati che l'Università potrebbe ergersi e annunciare a tutto il mondo 'questo era uno studente universitario! (Exeunt)

martedì 24 gennaio 2012

Raul Montanari, finale di L'uomo che aveva paura di morire (How to disappear completely, Narradiohead)



...
Un giorno si svegliò a un’ora del mattino presto e si sentì felice. Non era un sentimento comune, per lui.
Non aprì nemmeno gli occhi. Aveva le labbra secche e faticava a deglutire, ma non ci fece caso. Ripensò a quello che aveva fatto. Ci ripensò addentrandosi con prudenza fra i ricordi degli ultimi due anni, e nessuna trappola scattò.
Era solo con se stesso, non c’era nessun accesso aperto al tempo. Steso sul letto, isolato dal mondo, sentiva di essere al centro esatto dell’arena in cui si combatteva la battaglia contro la morte, ed era orgoglioso di sé. Stava lottando come nessuno prima di lui aveva mai fatto, pensò. Forse qualcuno avrebbe saputo cosa era successo in quella stanza e l’avrebbe imitato. Forse un giorno tutti gli uomini si sarebbero salvati, ma di questo non gli importava, ora.
Il senso di felicità si inclinò, si allargò in una diffusa tenerezza per sé stesso, come un’acqua calda e tranquilla. Respiro dopo respiro, battito dopo battito, cullato da suoni senza tempo, dalla musica del corpo.
Dalla sua piccola eternità, l’uomo sorrise.
Il mondo si chiuse gentilmente su di lui, avvolgendolo, e fu tutto.



lunedì 16 gennaio 2012

mercoledì 11 gennaio 2012

TEMA SU RINO GAETANO (1998)

Svegliandoti al mattino dopo una serata di moderata ma faticosa baldoria, ti potrà una volta accadere di accorgerti che la musica di Rino Gaetano sia stranamente compatibile con i tuoi umori, anzi quasi ad essi destinata.
Da dove mai proviene l'insospettata facoltà di blandire le tue viscere intorcicate dai bagordi alcolici? Per quale motivo compete a quei testi e a quelle melodie apparentemente banali di farti vibrare di una contentezza che ti sentiresti disposto a pagare un prezzo non irrisorio? Vediamo nel dettaglio.
E cantava le canzone che sentiva sempre allu mare è la nostra canzone preferita dell’Autore. Volentieri ne avremmo riportato il testo, ma purtroppo non ci è disponibile, pazienza.
I personaggi sono, nell'ordine: un emigrante che parte via mare, portando "le provviste e pacchi di riviste"; un mercenario "con un figlio da sfamare ed un nemico a cui sparare"; un produttore "con un film da girare ed un'azienda da salvare".
I tre sono accomunati dal nome della misteriosa Bice, che rispettivamente appare come: (1) ritratta in una fotografia in possesso dell'emigrante, "bella come un'attrice"; (2) amata dal mercenario (o meglio: l'uomo d'arme vorrebbe amarla ancora); (3) ipostatizzata dal produttore come paradigma estetico dell'attrice che egli va cercando oltremare.
I personaggi, imbarcati forse, presumibilmente, sulla stessa nave, cantavano le canzone (si ponga attenzione la variante meridonalistica del plurale) che sentivano sempre allu mare.
Ma chi è Bice? Chi sono costoro? Penseremmo a una certa qual distanza temporale fra i tre: il soldato di ventura richiama alla mente il medioevo; l'emigrante e il produttore richiamano per canto loro un periodo storico abbastanza indeterminato che potrebbe estendersi dall'inizio del secolo scorso fino al dopoguerra.
Il trapasso inavvertito da un personaggio all'altro ricorda inequivocabilmente Les fleurs bleues di Raymond Queneau (ignoriamo se Gaetano conoscesse il testo di Queneau, ma propendiamo per il sì): si tratta dello stesso individuo situato immaginosamente in tre diversi mondi possibili, oppure siamo qui di fronte a personaggi diversi e totalmente indipendenti? Noi sospettiamo che sotto le spoglie dell'emigrante ecc..., protagonisti della bellissima canzone del cantante calabrese, si riveli una stessa essenza umana stereotipizzata, per non dire universale: l'Uomo Innamorato Alle Prese Con Le Insostenibili Condizioni Di Vita Della Società Capitalista.
In questo orizzonte di lettura, con un salto teorico a livello extratestuale, la stessa morte in motocicletta [in realtà in automobile, n.d.r.] dell'autore non andrebbe più considerata come un incidente insensato, bensì come coerente mossa esiziale di rivolta. Rivolta, of course, d'afflato planetario epocale, che non potrebbe assolutamente confondersi con un’individualistica quanto sterile ribellione, del tipo del quale si vedono ormai troppe occorrenze in questi tempi di disordine sociale e di sempre periclitante coscienza dei fondamentali diritti umani. In questo senso, non esitiamo a rintracciare nella figura e nell’opera di Rino Gaetano un modello di pensiero e di comportamento validissimo per i tempi a venire, che non esiteremmo a chiamare il Paradigma Gaetano.

Nota: A lungo si è ignorato che il famoso scrittore Edoardo Acotto scoprì la canzone del maestro Gaetano qui analizzata, in una sera di primavera del 1998, in occasione di una festa a casa delle sorelle Bracciolino (un'arpa svettava nel centro della stanza dove si teneva la festa). In quell'occasione Acotto, che in seguito si sarebbe brevemente fidanzato con Ada Bracciolino, fu come folgorato da E cantava le canzone, specialmente per la decisiva componente ritmica della canzone. Fu un'epifania, un momento privilegiato del quale Edoardo non capì mai il senso, ma che lasciò tracce indelebili e facilmente riconoscibili nella sua successiva produzione artistica e letteraria. Era quella la prima uscita pubblica di Acotto dopo l'improvvisa morte del padre: per l'occasione, aveva brandito le forbici e si era tagliato da solo i capelli, guardandosi allo specchio. Aveva imparato la possibilità di quel gesto - a metà tra autoconservazione e autodistruzione - dall'amico Marco Cartelli, il quale a sua volta aveva perso il padre quando aveva diciotto anni.

martedì 10 gennaio 2012

Florilegio impopolare e anti-demagogico a cura della redazione di Carmilla [http://www.carmillaonline.com/]



Parole di Massimo Mantellini, Antonio Moresco, Carlo Lucarelli, Adriano Prosperi, Wu Ming, Massimo Roccaforte, Girolamo De Michele, Michela Murgia, Antonio Pennacchi, Evelina Santangelo, Luca, Alain Badiou.



http://www.carmillaonline.com/archives/2010/09/003608.html



"[...] L’Einaudi non è Berlusconi, perché quest’ultimo passa, mentre l’Einaudi resterà. Resterà il catalogo, per dirla con Valter Binaghi, “poeticamente più sovversivo del mondo”. Resterà quel soggetto, quella voce nel dibattito culturale e civile.Quindi [...] bisogna TENER DURO, “resistere un minuto più del padrone”. Bisogna lottare dentro, per salvaguardare i margini e gli spazi di autonomia rispetto alla proprietà, per riequilibrare con mosse “buone” ogni concessione o cedimento, ogni eventuale “scivolone”. Date un’occhiata al catalogo e vedrete quali e quante sono le mosse “buone”. Abbiate un po’ di pazienza e vedrete, quest’autunno, alcune uscite strategicamente fondamentali..."


o
Marco Pasquini Ma gli intellettuali devono aspettarsi di essere compresi dal popolo?


o
Francesco Falco aspettiamo il primo genna einaudiano, mentre ora si viaggia su quello minimumfaxiano...

oEva Carriego ‎'Popolo' sta diventando un termine tipicamente berlusconiano: che tempi. Ho letto quasi tutto l'articolo, bay-passando i passaggi per me più noiosi, e lo condivido. Francamente, ho pensato fin da subito che si trattasse di questione di lana caprina.

oGiuseppe Genna Pennacchi strepitoso.

oEva Carriego ‎'contraddizioni in seno alla borghesia' è notevole: è un personaggio, a volte troppo.

oMarco Parlato ‎@Eva Carriego: ormai gli scippi lessicali di berlusconi non si contano più. Non possiamo più usare popolo, libertà, ironia, moralità e tanti altri senza provare un senso di ribrezzo.

oBruna Caffa Noto il fatto che nelle parole di Vito Mancuso c’è la manifestazione di un gesto che non pretende dagli altri la stessa conclusione a cui lui è arrivato, ovvero il suo allontanamento dalla Mondadori per incompatibilità col suo modo di sentirsi all’interno dell’azienda, Noto al contrario in quelle degli altri la critica nei suoi confronti e la pretesa di sapere come si deve unicamente agire

oMarco Pasquini Mio padre che faceva l'operaio alla FIAT negli anni settanta, era un collaborazionista o un operaio proletario?

oEva Carriego Secondo una scuola di pensiero, un operaio collaborazionista.

oMarco Pasquini Mumble... e quale sarebbe questa scuola?

oGiuseppe Genna Bruna, tu noti quanto appare, che non è quanto è. Io conosco quello che Pennacchi chiama 'il teologo', più di un decennio fa lavorai assieme a lui: credimi, siamo nel regno delle apparenze.

oRoberto Vignoli Sottoscrivo parola per parola i due editoriali di Mancuso su Repubblica, il resto è solo arrampicarsi sugli specchi per difendere scelte indifendibili

oEva Carriego Quella che dice che se sei uno scrittore e non abbandoni Mondadori e/o satelliti, indipendentemente da ciò che scrivi e da quanto fai fatturare all'azienda, te ne freghi dell'etica, della politica e della religione (a volte) rimanendo a busta paga del padrone.

oGiuseppe Genna
Ecco, Marco - la questione sarà annosa ma è proprio questa.
Siccome la società capitalista è crudele, perché non ce ne andiamo tutti? Siamo delle merde ciniche che voltano la faccia davanti alle stragi rumorose o siloenziose compiute in nome... del nostro calorifero?Mostra tutto

oMarco Pasquini ‎@Roberto: penso che il discorso sia un po' più complesso. Ci sono alternative? E quali?

oMarco Pasquini ‎@Giuseppe: qualcuno diceva che ribellarsi da soli è anarchia, ribellarsi in un gruppo organizzato è rivoluzione. L'alternativa semplicemente non esiste.

oRosella Postorino grazie, giuseppe, di avermi taggata.

oBruna Caffa Allora che si rimanga tutti ovunque e sempre con l'illusione che tutto cambi. Non è mai successo

oEva Carriego Scusa, Marco Pasquini, ho dimenticato il riferimento nella risposta.

oMarco Pasquini ‎@Bruna: no, però non è con uno slogan che si cambiano le cose. Problemi complessi hanno soluzioni complesse.

oEmanuela Patti
Scrivere per Einaudi non essendo berlusconiani, scrivere per un giornale di destra se si è intellettuali di sinistra. Quella che negli ultimi mesi in particolare è diventata la popolarissima questione del riconoscimento non è sicuramente se...condaria, ma liquidarla oggi con il boicottaggio - lasciamo perdere le inutili mobilitazioni di "soli click" dei leoni di facebook (la mattina…), puri videogiochi di intrattenimento, è più che mai inefficace in un paese in cui il berlusconismo è talmente endemico che delimitare il dentro e il fuori è quasi impossibile.
Espatriare o restare? Questo dilemma non riguarda solo gli scrittori e le case editrici, ma tutti i settori (un esempio tra tutti, l’università). Non è più vantaggioso come una volta espatriare. Restare è la scelta più difficile, ma è anche l’unica che può avere un senso (aggiungo, etico) se si prende seriamente in considerazione la domanda “qual è il reale problema?” Riguardo al problema del riconoscimento il reale problema per gli scrittori è come essere impopolari (se il 'popolo' è quello che è nel 2010 in Italia ed ha interiorizzato il berlusconismo), non tanto decidendo di espatriare, ma con la scrittura stessa. Il coraggio di essere impopolari nella scrittura per rispondere appunto alla domanda (che ciascuno scrittore risponde a modo suo, reperendo il suo punto reale sul quale non recedere) qual è il reale problema?

oBruna Caffa Non è uno slogan, è una provocazione che non nasce dal nulla. La soluzione di problemi complessi non sta nel rimandarli o nel delegare altri a risolversi in un' azione perché sicuramente è tutto più semplice

oBruna Caffa Ma quale impopolarità se poi tutto produce profitto e viene riassorbito nel sistema, comprese le persone. Letteratura di frontiera, ma per chi? se per ogni situazione si dice che il problema è complesso e sono sempre gli altri a dover fare scelte di posizione concrete

oEdoardo Acotto
ma perché poi gli scrittori dovrebbero essere più militanti e più coerenti di qualsiasi antiberlusconiano non scrittore?
Non credo che tutti i dipietrini o i grillini o persino i comunisti evitino con accuratezza militante di comprare le mer...ci berlusconiane, che sono moltissime come sappiamo.
Perché mai lo scrittore, a meno di avere alternative significative, dovrebbe suicidarsi rinunciando a pubblicare per grandi case editrici? Parafrasando direi che scriptor sine publico imago mortis, con l'eccezione di Pessoa o forse appunto no.
Ci fosse una vera censura capirei, ma per ora mi pare che i casi siano pochi (un Belpoliti e un Saramago) e non generalizzabili.
L'autocensura, poi, è un rischio: ma qui il discorso si sposta sull'onestà intellettuale dello scrittore.Mostra tutto

oEdoardo Acotto E vogliamo porre la questione del rapporto degli intellettuali con il DENARO? Eludere la questione è ipocrita.
(Un giovane scrittore che tematizza la questione spesso in modo interessante è Gianluigi Ricuperati.)

oAlba Donati ma gli intellettuali non hanno perso una bella occasione per dimostrare che le annose discussioni su 'intellettuali e potere' sono questioni complesse e reali? a me continua a convincermi molto mancuso, per l'impostazione del problema innanzitutto. Il paragone con l'operaio collaborazionista non regge. Il rapporto editore-scrittore si basa sulla libertà (e sull'identità), quello tra operaio e padrone è un rapporto di costrizione

oGiuliana Bi
Provo a muovermi su un terreno neutro, per liberarmi dai miei pregiudizi su Berlusconi e Mancuso.
Facciamo finta che … io sia un bravissimo architetto dotato di grande talento e abbia partorito un’idea, un progetto. Sono certa della qualità... e della bontà del mio progetto.
L’unico in grado di realizzarlo é un costruttore corrotto, potente. Grazie al suo potere e ai suoi denari può “condizionare” la politica. Ottenere i permessi necessari, utilizzare mezzi illeciti e denaro sporco, insomma un criminale.
So che le sue finalità sono diverse dalle mie. A lui non interessa la parte ideale del mio progetto, lui è disposto a realizzare il progetto solo perché ha ben calcolato il vantaggio che ne ricaverà. Aumenterà il suo potere e il suo patrimonio e quindi il suo potere e il suo patrimonio e io contribuirò nella sua scalata.
Ora mi chiedo se un un artista, uno scrittore, un intellettuale non ponendosi un problema etico, accettando il male minore è in buona fede dicendosi e sostenendo che la sua opera é nell’interesse e nel bene comune e deve essere accessibile a tutti. Il fine giustifica i mezzi?
O in realtà l'ego ci mette lo zampino?
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oGiuseppe Genna
Come si desume dallo streaming di interventi su Carmilla, io non sono intervenuto, nemmeno nella discussione tra i redattori, via mail. Mi basta semplicemente dire che militare è mettere le mani nel fango e che con Giulio Einaudi io mi sare...i sentito personalmente a disagio, sebbene non come con Silvio Berlusconi. Ma col cavolo che mollo un luogo senza presidiarlo, facendone il "Libero" dell'editoria. Alba, la questione è davvero più complessa: per esempio, tutta la generazione di poeti è scomparsa, è scomparsa la poesia in Italia. Dimmi poi se il rapporto non è di costrizione, ma di edenica libertà, quando uno è necessitato alla creazione, impalando la sua vita sul valore umanistico assoluto che la creazione permette di irradiare.
Dissento completamente da quello che dice Roberto Vignoli, il quale mi offende, essendo io un autore che pubblica per Einaudi e sentendomi dare dell'arrampicatore sugli specchi, cosa che proprio non sono. Qui finisce quanto ho da dire sulla "annosa" questione, che per me non lo è, mentre che lo sia determina a mio giudizio uno stato di arretrata analisi politica da parte di una società - o forse dell'assenza proprio della politica.Mostra tutto

oPaolo Melissi la gabanelli lavora per la rai. quindi? una questione affrontata tempestosamente con l'illuminato daniele card. sepe

oEva Carriego
‎'Il rapporto editore-scrittore si basa sulla libertà (e sull'identità), quello tra operaio e padrone è un rapporto di costrizione.'
Gli scrittori mangiano come e più degli operai, la libertà non è esclusiva dello scrittore, il rapporto iden...tità sarebbe auspicabile ma non è di questo mondo. O, forse, neanche auspicabile: l'ordine determinato da autori che scrivono solo per editori della loro parte politica mi mette a disagio, in natura vince il disordine. Non sottovaluterei nemmeno il fatto che opere strepitosamente belle sono uscite da penne di autori affamati e pieni di debiti. Il bisogno è una spinta potentissima, e romantica, anche.Mostra tutto

oAlba Donati gius l'annosa questione non è annosa nemmeno per me, ma su questo argomento (che mi ha fatto pensare molto e parlare poco, tanto che è la prima cosa che 'esterno') ci sarebbe da confrontarsi sul serio e spero che lo faremo prima o poi anche sotto un albero di Largo Marinai d'Italia, fb è un pò costrittivo per questo tipo di approfondimento

oEmanuela Patti ‎@Edoardo Acotto: "ma perché poi gli scrittori dovrebbero essere più militanti e più coerenti di qualsiasi antiberlusconiano non scrittore?" io proverei a darmi una risposta a prescindere dalle categorie.

oRoberto Vignoli
Caro Giuseppe ovviamente non mi riferivo a te, il problema principale sono quelle macchine da bestseller chiamate Augias, Scalfari, Saviano, Rossanda e compagnia che pontificano ed editorialeggiano un giorno sì e l'altro pure sul conflitto ...d'interessi e contro Berlusconi e poi continuano ad arricchirlo. E' una questione innanzitutto di coerenza tra parole e comportamenti. In secondo luogo tutti questi autori sono in una posizione di forza tale che potrebbero permettersi gesti politici e simbolici come farà Mancuso con il suo addio, senza rimetterci, anzi. Altre grandi case editrici sono pronte a fargli contratti persino migliori, e non mi si dica che Rizzoli, Feltrinelli o le controllate del gruppo Mauri Spagnol non offrono altrettanta potenza promozionale e distribuitiva. Molto diverso è invece per tutti gli altri autori che non hanno questa posizione di forza, dai wu ming a genna e a tanti altri, per i quali, come ha scritto anche mancuso è comprensibile che prima si pensi a "vivere e poi a filosofare". Ma quello che trovo inaccettabile nei vostri ragionamenti è lo spudorato rivendicare la scelta di restare negando il problema o sostenendo di poter comunque influire e modificare le cose dall'interno. Se tutti coloro che hanno ancora un minimo di coscienza politica e sociale rinunciano a lavorare per una editoria e per una informazione realmente indipendente il berlusconismo, di destra, centro, sinistra, ha davvero vinto, e gli spazi liberi verranno sempre più prosciugati. E lo dico con amarezza, da persona che nella propria vita ci ha provato, pagando prezzi altissimi, e rinunciando quasi a tutto, a fare editoria indipendente, ed ora pur di lavorare, deve vendere l'anima a un altro grande editore di sx certo non con meno difetti di mondadori o einaudi... ma, ripeto, Saviano e altri big, diversamente da quasi noi tutti, sono invece nelle condizioni per poter mettere in pratica ciò che proclamano. La differenza è tutta qui.Mostra tutto

oEdoardo Acotto
‎@Giuseppe: "con Giulio Einaudi io mi sare...i sentito personalmente a disagio, sebbene non come con Silvio Berlusconi"

Ho un aneddotto su Rodari, proveniente da un suo diretto conoscente: un amico lo vide coi polsini lisi e gli domandò se a...vesse problemi. Lui rispose che ogni volta che andava da Einaudi a chiedere di pagarlo, quello gli rispondeva: Gianni, con gli amici non si parla di denaro!Mostra tutto

oEdoardo Acotto
APPLAUSI: "...mentre che lo sia determina a mio giudizio uno stato di arretrata analisi politica da parte di una società - o forse dell'assenza proprio della politica."

Mancuso fa bene ad andarsene, se vuole e può, anche perché da un cattoli...co chiedo un po' più di coerenza, giusto per alzare la media dei suoi correligionari.
Ma che gli ipocriti perbenisti di sinistra contino fino a 100 e pensino a quello che hanno fatto LORO CONTRO BERLUSCONI negli ultimi 20 anni prima di indicare negli scrittori il capro espiatorio di turno.

(E basta con la stupida malafede: il lavoro intellettuale non è un privilegio da rentiers!)

oEdoardo Acotto
Facciamo un altro esempio, secondo me calzante perché viviamo il Secondo Ventennio italiano: notoriamente Gentile per la Treccani ricorreva alla collaborazione di vari intellettuali antifascisti, tra cui Aldo Capitini.
Se il paragone regge, ...costoro avrebbero dovuto rinunciare, per non essere tacciati di collaborazionismo. E all'epoca qualcuno avrebbe potuto rimproverarli di non preparare alcun futuro.
Invece essi l'hanno preparato ed è stato indubitabilmente migliore.

I francesi ci hanno insegnato a pensare al futuro anteriore: un giorno Berlusconi non ci sarà più, e SARA' STATO GIUSTO non autodistruggersi come autori...

o
Edoardo Acotto
‎@Emanuela io la risposta me la do eccome, ed è la seguente.
che non si vuole ammettere che la differenza tra lavoro manuale e intellettuale si sta progressivamente abolendo con la proletarizzazione del secondo (così come sta scomparendo la ...piccola borghesia che si proletarizza vieppiù).
Perciò che si ipostatizzi la posizione dello Scrittore trasformandolo in Capro, è un facile modo per alleggerirsi del proprio senso di colpa per essere impotenti di fronte a Berlusconi, e più in generale di fronte al Capitale.

L'attacco agli scrittori "collaborazionisti", insomma, mi pare il tipico stupido gesto piccolo borghese di chi si sente affogare nella rivoluzione fascista e vuol credere che la colpa non sia anche sua.

Ciò detto, mi pare anche di scorgere una differenza tra chi fa dell'etica l'oggetto esplicito del proprio lavoro intellettuale e chi invece tematizza altri oggetti culturali: Mancuso sarebbe incoerente a non andarsene, ma per un antiberlusconiano che scriva di sport, la contradddizione mi parrebbe assai minore, e via graduando a seconda del CONTENUTO ETICO del lavoro di ognuno.
Il criterio della coerenza per me non è tra l'armonia tra antiberlusconismo e datore di lavoro, bensì tra parole e azioni: se in un libro Einaudi io scrivessi "non bisogna pubblicare per Einaudi" allora la contraddizione performativa sarebbe lampante e le conseguenze un fecondo campo di battaglia.

PS: le categorie pensate non sono merda, a differenza di quelle stereotipiche, bensì uno dei sacri frutti del lavoro analitico di filosofi scrittori e intellettuali.

PS2: mi sono appena dato un'idea: ora propongo a Einaudi un libro intitolato "Non pubblicare per Einaudi" :-D

Comédie zodiacale 4. Ariete (2006)


E' verissimo quanto dice Dane Rudhyar sull’auto-costruttività un po’ “delirante” dell’Ariete:

La personalità è infatti la sola cosa che desidera ‘possedere’ e di cui non è mai sicuro, dato che non può mai essere ‘finita’. [p.27]

Le persone nate sotto il segno dell’Ariete sono molto seduttive, mi spingo a dire che l’Ariete vive per sedurre, simile in questo un po’ allo Scorpione, ma con minore riservatezza e forse maggiore fragilità.
Per questa continua autorealizzazione autocreativa, l’Ariete, riguardo al suo rapporto con la verità, lascia alquanto a desiderare. Non voglio affatto stigmatizzare le persone dell’Ariete però bisogna affermare con nettezza che esse non sanno cosa sia la verità. Gli Arieti sono spontaneamente postmoderni, relativisti privi di una solida fede nella verità oggettiva e comunicabile. Il pensiero debole, una corrente filosofica italiana degli anni ‘80, affermava (già qui il paradosso) l’impossibilità di stabilire un metodo intersoggettivo di accertamento della verità. Finiva così per sostenere che nulla esiste oltre al testo e (tesi nietzscheana) che non ci sono fatti ma solo interpretazioni. Tutte cose confutabili e da confutarsi se non si vuol favorire la crescente relativistica poltiglia di cervelli dementi che si chiama Occidente.
D’altra parte è vero che l’attitudine relativistica nei confronti della verità ha dominato per qualche decennio le università europee, ma ora si sta fortunatamente estinguendo sotto i colpi delle scienze cognitive. Ma l’Ariete questi discorsi non vuol nemmeno sentirli, e preferisce immaginarsi creativo, artefice, poeta. Come dice Rudhyar :

è assorbito dall’atto di creare, non dalle sue creazioni, ed è per questo che ha bisogno di sentire dietro di sé, spinto alla creazione, sempre più Forza, sempre più Amore. (p.27)

Se vale l’associazione del relativismo d’artista con l’Ariete, allora possiamo dire che il Postmoderno stava interamente sotto il segno dell’Ariete (le verità bisogna crearle, diceva Deleuze). Il tramonto di questo orizzonte speculativo tanto inconcludente significherà l’affermarsi di un nuovo stile di pensiero, più sensato, universale, costruttivo. Uno stile di pensiero probabilmente più sotto l’influsso del segno dello Scorpione, contemperato dal Toro che ha già avuto il suo periodo d’oro con l’Empirismo logico (Russell, Carnap, Wittgenstein).

Dicono di me, 2

"Sei puro  e vestito come l'elettrone nel cristallo, nudo e sconsiderato come l'elettrone nel vuoto"

Fabrizio Illuminati

venerdì 6 gennaio 2012

Addio alle armi. E alla vita

Di Hemingway avevo letto soltanto alcuni racconti sulla Guerra di Spagna, belli ma non eccezionali (specie dopo aver letto La breve estate dell'anarchia, di Enzensberger, e Omaggio alla Catalogna di Orwell).
Così, la lettura di Addio alle armi è stata per me un'entusiasmante scoperta (e infatti l'ho terminato in 6 giorni, che per me, lettore lentissimo, è un certo record, a prescindere dalle vacanze e dalla piccola mole del libro).

La vicenda si svolge durante la Prima Guerra Mondiale: il protagonista - alter ego di Hemingway, di cui riproduce alcuni tratti biografici - è un giovane (diciottenne?) americano arruolatosi nell'esercito italiano come ausiliare medico. Il maggiore Henry comanda tre ambulanze, e si trova al fronte durante un'azione in cui viene gravemente ferito a un ginocchio, e successivamente vi si ritrova nel momento della disfatta di Caporetto.
La prima parte del libro mostra un protagonista stranamente a suo agio nel contesto della guerra: si comprende che la sua condizione di straniero non lo ha troppo alienato dal tipico cameratismo maschile dei soldati, ha un caro amico medico con cui divide una stanza a Gorizia, vicino al fronte, a mensa partecipa agli scherzi collettivi ai danni del cappellano militare e si comprende insomma che il suo italiano è buono al punto da permettergli un'immersione completa nell'esercito italiano.
Incontra un'infermiera scozzese, Catherine, che trova bella e matta, e con cui inizia una relazione, interrotta e poi subito rinforzata dal suo ferimento: riesce miracolosamente a farsi assegnare all'ospedale americano di Milano nel quale viene contemporaneamente trasferita anche la bella infermiera insieme a una collega.

[to be continued]