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martedì 26 ottobre 2010

Nuovi argomenti?

(Pubblicato sul sito del Sole 24 Ore, in risposta a questo articolo di Christian Raimo, e in seguito a una chiacchierata con Gianluigi Ricuperati sull'invidia.)

Gli argomenti di discussione toccati recentemente da alcuni scrittori e giornalisti su queste pagine sono moltissimi, per non dire una moltitudine. Il tema centrale sembra essere la possibilità di aprire un nuovo spazio di dibattito pubblico per la cultura, eventualmente con la Domenica del Sole 24 Ore come spazio privilegiato. Le affermazioni fatte in questi articoli sono forse non del tutto condivisibili, e altri problemi sembrano non essere stati tematizzati. Si può approfondire un discorso di per sé interessante?
I tre articoli che compongono finora il dibattito, citano un presunto risentimento: degli intellettuali italiani; degli italiani in generale; di uno scrittore costretto a fare una scelta esistenziale lavorativa come insegnante di liceo, ecc. Da un po’ di tempo sembra essersi diffuso nelle pagine dei migliori critici letterari l’uso quasi sistematico del concetto di risentimento, o invidia, spesso puntato contro i social networkers. Ora, a meno di discettare del concetto nietzscheano di risentimento - meglio se a partire dalla bella analisi fattane da Deleuze - questo concetto è fintamente esplicativo, un po’ come la virtus dormitiva dell’oppio. Di che cosa si parla ESATTAMENTE quando si stigmatizza la Rete come nuovo girone degli invidiosi? Non si prende qui affatto in considerazione il semplice punto di vista di molti normali cittadini più o meno intellettuali: se un bravo autore scrive un buon libro saremo tutti arricchiti dalla sua buona riuscita, di critica o di pubblico o meglio di entrambi. Non si capisce dunque perché dare per scontata la rappresentazione di un pubblico livoroso e irriconoscente. C’è persino un elemento positivo in una sensata invidia del talento, collante sociale essenziale che non dovrebbe dispiacere agli scrittori più liberali: un ottimo libro può forse suscitare nel lettore, e anche nell’altro scrittore, l’ammirazione per un’opera esemplare e il desiderio più o meno implicito di potere un giorno eventualmente produrre qualcosa di similmente bello. (Rossini diceva di Mozart: “la speranza della mia giovinezza, la disperazione della mia maturità e la consolazione della mia vecchiaia”).
Se il pubblico italiano viene dipinto come invidioso, la Rete è il perfetto capro espiatorio. Fare politica si ridurrebbe per molti a un clic su Facebook: un’accusa certamente falsa e forse non del tutto priva di malafede. Chi non faceva politica prima di Facebook continua a non farla; chi la faceva già ha trovato in Facebook et similia validi ausili per l’organizzazione e la comunicazione dell’attività politica. In ogni caso, la blogosfera non è una realtà omogenea, e i soggetti online non sono tutti appassionati lettori di Dagospia. Al contrario: chi è intellettualmente attivo in Rete non ha certo tempo e soprattutto non ha probabilmente il gusto per le forme deteriori della comunicazione spettacolare. Perché dunque fare di tutta la Rete un fascio?
Riguardo all’impegno politico concreto, negli articoli citati si sostiene più o meno che la politica dovrebbe tornare ad ascoltare gli scrittori. Verrebbe da dire che sono gli scrittori che devono fare politica se vogliono farsi ascoltare. Qualcuno infatti lo fa. Ma si può fare politica sulla carta? Lagioia (10 ottobre) sostiene che l’impegno politico dello scrittore consisterebbe nello scrivere un buon libro. Torna alla mente la “lotta di classe nella teoria” di althusseriana memoria. Se è innegabile che l’impegno nel proprio campo professionale sia una questione di etica e spesso anche di estetica, non sembra realistico sostenere che scrivendo letteratura si faccia politica, semplicemente perché la letteratura oggi non ha un pubblico politico, almeno non un pubblico politico di massa (con l’eccezione di Saviano, sulla cui politicità molto già si è discusso).
Già agli inizi del Novecento, Max Weber vide la progressiva separazione e l’autonomizzarsi delle sfere della società contemporanea: economia, cultura, politica diventano insiemi escludentisi e relativamente non comunicanti. Nell’Italia deuterorepubblicana il fenomeno colpisce particolarmente per il venir meno della famigerata “egemonia culturale della sinistra”, gradualmente dissoltasi in culturalismo debolista. Ma se nella società contemporanea le sfere sociali si separano strutturalmente, perché mai la politica dovrebbe sporgersi ad ascoltare gli scrittori in un inedito movimento oblativo? Scendendo poi al più basso livello del “teatrino della politica”, non si può oscurare il fatto che stiamo attraversando un momento cardine per capire se il berlusconismo si imporrà definitivamente come cifra culturale della politica italiana o se possono esistere alternative politiche credibili. Mi aspetterei dunque da chi invoca una nuova alleanza tra cultura e politica che si pronunciasse concretamente su quale politica vorrebbe: la vaghezza infatti può essere un pregio in poesia, leopardianamente, ma in politica genera sospetti e opacità.
Su quale cultura si vorrebbe, infine, sembra esserci una discreta oscurità. Non che negli anni passati siano mancati i dibattiti: forse, a essere desertiche erano le idee. La cultura letteraria italiana è quanto mai restia ad aprirsi all’altro da sé, alla cultura scientifica e persino a quella filosofica, eccezion fatta per il postmodernismo e l’ermeneutica, o una filosofia del linguaggio sempre piegata al gusto del postmodernismo e dell’ermeneutica. (Dopo Calvino Gadda e Levi, uno scrittore scientista, se non scienziato, sembra impossibile in Italia, dove si stenta ad apprezzare persino uno Houellebecq). Tra l’altro, sul Sole 24 Ore scrivono da anni alcuni tra i migliori filosofi e psicologi italiani: non è strano che gli scrittori non sentano, non dico la necessità, ma almeno la curiosità di provare a coinvolgere nel dibattito i loro vicini di rubrica, moderatamente più anziani ma dalla sicura solidità teoretica? Forse la “nuova piccola civiltà letteraria” dovrebbe somigliare a un rovesciamento della Repubblica platonica, con la messa al bando non dei poeti ma dei filosofi?
Ecco: per iniziare a sperare in qualche nuovo genere di fenomeno culturale, sulle pagine del Sole 24 Ore e altrove, uno come me, normalmente soddisfatto del suo impegno esistenziale, lavorativo e politico (online e offline) avrebbe bisogno di vedere che anche a queste domande si danno risposte, anziché doversele semplicemente immaginare.

Il dilemma del prigioniero decostruito

Il Dilemma del prigioniero è un buon terreno di prova per l’applicazione della prospettiva nonviolenta. Il Dilemma è costruito in modo da non lasciare scelte: ci sono solo due attori e le conseguenze delle azioni sono calcolate astrattamente in modo da rendere di gran lunga preferibile un’opzione piuttosto che un’altra : una situazione al limite dell’irrealtà. Inoltre - e questo è il punto che riguarda più da vicino la nonviolenza – nel Dilemma la comunicazione è totalmente impossibile. Eppure la nonviolenza, come la realtà stessa, si basa proprio sulla comunicazione, anzi, la nonviolenza è (un certo tipo di) comunicazione. Il Dilemma è insomma costruito escludendo in partenza la dimensione nonviolenta, che ha nella comunicazione la sua dimensione e il suo veicolo privilegiato (e quasi unico).
Il Dilemma del prigioniero è un modello astratto, costruito selezionando certi tratti di realtà; da questo modello è escluso per essenza il modello di comportamento che potremmo chiamare di nonviolenza tecnica, ossia tutte quelle strategie di mediazione che le discipline sociali e i peace researchers hanno saputo inventare. Nel Dilemma, per esempio, si è scelto a priori che nessun Terzo Mediatore intervenga e far comunicare i due prigionieri. Perché questa scelta?

La comunicazione, in realtà, è (quasi) sempre possibile.
Una situazione storica simile al Dilemma è forse quella del confronto tra USA e URSS nell’epoca della guerra fredda relativamente all’escalation nucleare. Persino in quel caso le reali possibilità di comunicazione erano numerose e di fatto il conflitto nucleare che riempiva la fantasia degli sceneggiatori cinematografici e televisivi negli anni Settanta non è mai scoppiato (non è di poco conto il fatto che sia Gorbaciov che Shevardnadze attuassero con successo una politica di «disarmo asimmetrico» (cfr. Giovanni Salio, Il potere della nonviolenza, p.42).
Insomma se il Dilemma del prigioniero rispecchiasse davvero la realtà esprimendo la dinamica autentica delle situazioni umane e politiche, sarebbe forse difficile spiegare come si sia evitata la guerra nucleare, dato che le due superpotenze tendevano certamente a comportarsi come i prigionieri del Dilemma .

Il prigioniero buddhista
Volendo comunque prendere per buoni i termini del Dilemma, il comportamento del singolo prigioniero non è affatto scontato. Un prigioniero buddhista, per esempio, potrebbe svolgere un ragionamento come questo: « io e l’altro prigioniero siamo una cosa sola, perché né io né lui abbiamo una realtà individuale separata dal Tutto, la cui reale natura è il vuoto. L’interessere è la sostanza della realtà, e se io cercassi di salvare me stesso mettendo l’altro nei guai, in realtà danneggerei anche me stesso, perché lui e io siamo la stessa cosa. D’altra parte per lui rimanere in carcere potrebbe essere una grave sofferenza, mentre per me non è così terribile: dentro il carcere o fuori dal carcere, non fa differenza, l’importante è vivere in perfetta presenza mentale: dove, non importa. Se lui mi denuncia, ebbene, praticherò la presenza mentale qui dentro per i prossimi vent’anni.»
Con questo atteggiamento, forse possibile anche senza essere buddhisti (è sufficiente che "la voce della coscienza" impedisca di accusare ingiustamente altre persone), il prigioniero che pensa all’altro si espone al rischio di avere la condanna peggiore, ma ciò gli appare preferibile rispetto alla prospettiva di fare del male ad un’altra creatura.

Il prigioniero gandhiano
Un aspetto interessante del Dilemma è il fatto che non si dica se i due prigionieri sono colpevoli o meno. Uno dei pilastri della nonviolenza gandhiana è la nonmenzogna - per Gandhi, anzi, le due cose fanno tutt’uno. Un prigioniero gandhiano, se colpevole, dovrebbe ammettere la propria colpa per amore di verità : se anche l’altro prigioniero – colpevole – fosse un gandhiano, o semplicemente uno incline a dire la verità, i due avrebbero il massimo della pena, ma la nonmenzogna sarebbe salva. Si potrebbe d’altronde sostenere che, in caso di colpevolezza, entrambi accetterebbero la punizione che le leggi dello stato destinano loro.
Se poi i due gandhiani fossero innocenti, o l’uno innocente e l’altro colpevole, la strategia non cambierebbe: entrambi direbbero la verità, a prescindere dalla loro convenienza. Nemmeno questa assoluta dedizione alla verità è destinata a determinare il risultato più negativo: se i due sono innocenti, non accuseranno né se stessi né l’altro, e avranno il minimo della pena.
Anche in questo caso dunque – bizzarro ma non impossibile logicamente – il risultato non sarebbe quello "razionale" previsto dal Dilemma: non vi sarebbe anzi affatto Dilemma.

La prospettiva nonviolenta non è dunque conciliabile con la strategia "Tit for Tat" , di cui il Dilemma è un’illustrazione, e che si può sintetizzare così: cooperare se l’altro coopera, competere se l’altro compete (o anche: se c’è conflitto, confliggi, se no coopera).
Ma questo sembra essere il meccanismo spontaneo di ogni interazione umana, senza che vi sia il bisogno di formulare particolari strategie razionali.
Mettiamo alla prova il principio con un esempio fantastorico: quando si sarebbe dovuto aggredire Hitler? Al ripudio del Trattato di Versailles (marzo 1935)? All’occupazione militare della Renania (marzo 1936)? All’annessione dell’Austria (12 marzo 1938)? All’invasione dell’intera Cecoslovacchia in violazione dell’appena stipulato trattato di Monaco (marzo 1939)?
Se il principio "Tit for Tat" non si applica per una o più "mosse", che cosa bisogna fare all’ennesima mossa mancata? Il principio infatti non dice che sia bene reagire aggressivamente alle aggressioni dopo che si sono tollerate precedenti aggressioni. Potrebbe essere peggio…
Qualcuno potrebbe sostenere: «Se si fosse risposto in modo aggressivo al primo comportamento non-cooperativo di Hitler, applicando la regola "Tit for Tat", la Seconda Guerra Mondiale non sarebbe mai scoppiata». Forse. In ogni caso, in prospettiva nonviolenta ci interessa vedere se esistano alternative al "pan per focaccia".
Qui entra in gioco il pensiero della nonviolenza: se anziché attaccare militarmente Hitler quando vi fu l’invasione della Polonia si fossero presi provvedimenti, molto prima, affinché non si determinassero le cause che portarono Hitler al potere? Anziché proiettare il principio "Tit for Tat" sul momento della prima aggressione internazionale hitleriana si potrebbe pensare che si sarebbe potuto evitare il risentimento letale dell’intera Germania dopo la Prima Guerra mondiale .
In altre parole: dove inizia e dove finisce una catena causale relativamente all’innesco della violenza? Un vantaggio epistemologico della nonviolenza è quello di non isolare arbitrariamente un inizio e una fine alla catena, ma di ragionare in modo olistico anche relativamente al tempo storico (potremmo coniare il neologismo "cronolistico"...).
L’esempio del nazismo offre un’altro spunto di riflessione riguardo al principio "Tit for Tat": se il nostro comportamento deve essere simmetrico a quello altrui, e di fronte a una minaccia armata noi ci armiamo, questo genera il ben noto fenomeno dell’escalation militare.
Ma il fenomeno dell’escalation della violenza è la norma etologica per eccellenza: la Nonviolenza si propone esattamente di spezzare quel circolo normativo in modo efficace, se necessario anche unilateralmente.

REGOLA PRATICA (WITTGENSTEINIANA): Non pensare mai che la comunicazione sia impossibile, ma guarda che cosa puoi fare per comunicare migliorando la situazione di conflitto.

REGOLA ETICA (S. WEIL): «Sforzarsi di diventare ogni giorno più non-violenti in modo efficace».

mercoledì 20 ottobre 2010

Dicono di me, 1 (Giuseppe Genna mi ha fatto capire che tipo di persona vorrei essere. Se ci riuscissi)

"Edoardo Acotto, illuminista febbrile, pamphlettista calmo e riflessivo."

Sex and the city e la filosofia (Vogue11)

[pubblicato su Vogue.it]

La giovane filosofa Carola Barbero, assegnista all’università di Torino e membro del Labont diretto da Maurizio Ferraris, ha appena pubblicato Sex & the city e la filosofia per i tipi del Melangolo. Un’occasione per verificare se la filosofia aiuta a pensare anche argomenti apparentemente frivoli.

Nel tuo libro difendi esplicitamente le ragioni dell'apparenza. Mi pare però che non affronti la questione della bellezza fisica, femminile e maschile. C’è una ragione precisa?

Mi interessava molto prendere in esame la questione dell'apparenza perché si tratta di un tema eminentemente filosofico. Perché si condanna tanto l'apparenza? Che cosa ci sarebbe sotto, o dietro, che l'apparenza sarebbe supposta coprire? Non è forse vero che viviamo in un mondo di apparenze, che l'apparenza è tutto quello che abbiamo? Ricordiamo l'insegnamento kantiano: nella nostra esperienza possiamo conoscere le cose solo come queste ci appaiono. Allora prima impariamo ad accettare le apparenze e meglio è. Quanto alla bellezza fisica, che dire? Certo, in Sex & the city sono tutte belle, magre e truccate. Ma questo non dovrebbe stupire: come già osservava Hume, la finzione è sempre più bella della realtà. Piuttosto sarebbe strano il contrario.

Simpatizzi per un neo-femminismo che concili la difesa dei diritti delle donne con il non sentirsi in colpa nell’ acquistare scarpe e vestiti costosi. Nessuna tensione?

Non ho niente contro le femministe storiche: penso fossero figlie del loro tempo e che abbiano combattuto battaglie importantissime. Però penso anche che essere femminista oggi non voglia dire doverle imitare. Carrie & C. riflettono quello che è stato definito "il femminismo di terza generazione" che prende avvio dalle conquiste ottenute dalle lotte precedenti, ma che riesce a essere più rilassato verso molte cose. Si è persa quella forza aggressiva tipica delle femministe di prima generazione e si è tornati a una versione della donna più spontanea, a volte addirittura dolce. Che male c'è? Non si è ancora capito che bisogna smetterla di imporre modelli?

Pensi che una serie televisiva di successo possa concretamente influenzare l'immaginario delle spettatrici/spettatori? Insomma: Sex & the city fa pensare o deve poi arrivare la filosofia per dare un po' di senso alle cose?


Certo, può concretamente influenzare l'immaginario del pubblico: siamo lì in poltrona e ci domandiamo (ovviamente se siamo esseri umani normali e non ci limitiamo a ingozzarci di immagini e dialoghi ma proviamo anche a pensare a quello che vediamo e ascoltiamo) se davvero sia possibile riconoscere il vero amore e perché talvolta possa essere giusto mentire. Tutto questo si può fare anche con la filosofia. Va da sé che con la filosofia ci si diverte di più (almeno io).

Ma con tutta la loro passione per la moda, secondo te alla fine le quattro "ragazze" di Sex & the city rappresentano un esempio di stile?

Perché no? Mi piace come si vestono e adoro il fatto che anche quando sono a casa indossano una tuta di Donna Karan o una vestaglia La perla (altro che le tute deformate e i pinzoni che ornano le donne reali appena varcata la soglia di casa!). Le strade di New York si trasformano in una grande passerella en plein air e quei capi di Vivienne Westwood, Armani, Chanel, Prada e Gucci (per citarne solo alcuni) che alle sfilate ci sembrano belli sì, ma troppo fuori dal mondo, addosso a Carrie & C. sembrano molto più "normali". E comunque sempre meravigliosi.

lunedì 18 ottobre 2010

Comédie zodiacale 3. Toro (2006)

Mio nonno Antonio era nato il 7 maggio 1911. Questo nonno per me è stato una vera figura maschile, perché mio padre era poco virile ai miei occhi. Col nonno andavo d’accordo fin da piccolo quando lo soprannominai il nonno burlone perché mi faceva sempre gli scherzi.
Il nonno Antonio faceva parte di una famiglia numerosa di Leverano, in provincia di Lecce : a 17 anni aveva superato la selezione per diventare carabiniere e l’avevano mandato in Sardegna per tre anni, poi in Piemonte dove aveva conosciuto mia nonna di Cavagnolo. Aveva fatto la guerra d’Africa e poi era stato rimandato lì durante la Seconda Guerra. Era tornato in Italia per sposarsi e nella navigazione verso l’Africa la sua nave era stata affondata e lui era rimasto 11 ore in acqua, a gennaio, vedendo morire un sacco di uomini. Questo racconto me l’aveva fatto fin da piccolo. Ma una cosa gli aveva fatto più paura del naufragio, ed era stato il terremoto del Friuli, siccome allora abitavano a Udine e in quel momento che tremava la terra mio nonno ha preso in braccio la mia cuginetta neonata, sono usciti di corsa dal palazzo e siccome la porta elettrica dell’ingresso non si apriva lui l’ha sradicata ed è riuscito ad aprirla. Diceva che non sapeva dove aveva trovato la forza per aprire quella maledetta porta.
Del Toro mio nonno aveva tipicamente il senso di moralità, diciamo l’alleanza col Super-io per cui si sentiva il depositario della morale. Che avesse fatto il carabiniere lo aveva senz’altro aiutato a diventare un moralista, però un po’ ce lo doveva avere già di suo.
Che fosse un durissimo moralista si vede da come ha trattato mia zia Valeriana che è dello Scorpione.

Stavo ripassando la filosofia di Johann Gottlob Fichte (1770-18) e leggevo questa frase sull’Abbagnano : "Io ho una sola passione, un solo bisogno, un solo sentimento pieno di me stesso : agire fuori di me. Più agisco più mi sento felice". Mi son detto : proprio bella, son d’accordo, potrei averla detta io. Mi è venuto il sospetto e ho guardato la data di nascita, quando ho visto il 19 maggio son rimasto secco, come sempre quando indovino il segno di una persona o mi piace una ragazza il cui segno zodiacale mi significa qualcosa.
Fichte è simpatico perché era un proletario, e se le sue doti intellettuali di bambino non fossero state notate dal barone ... avrebbe fatto chissà quale lavoro manuale, invece ha potuto studiare e ha fatto fortuna. Mi simpatico per la sua fortuna e il suo costruirci sopra (fortuna senza impegno sono irritanti mentre l’impegno senza fortuna sono gli ingredienti della tragedia di un romanzo biografico).
Russell ha criticato Fichte nell’Elogio dell’ozio ... ma Russell non ha molto senso storico, come quando inizia il capitolo su Aristotele dicendo che non ha mai capito che cosa significhi “categorie”. La critica si può capire, tra l’altro è la stessa di Hegel, e cioè : la filosofia di Fichte sarebbe ossessiva e insostenibile perché condanna l’uomo a un continuo moto, a una tensione irrisolta verso obiettivi morali mai pienamente raggiunti, quindi dal punto di vista dell’ozio una faticaccia improba e senza premio. La frase di Fichte che ho citato fa capire che per lui il tendere-verso è un premio in se stesso. Si potrebbe dire: tensio ipsa premium est, per parafrasare un detto famoso.
A me Fichte invece piace molto, voglio dire la sua idea di morale come sforzo perenne, e per altro credo che sia l’idea centrale della nonviolenza. Mica si finisce mai di tendere alla nonviolenza! Come diceva Aldo Capitini (23 dicembre): "molto più semplice e più modesto dire : io sono amico della nonviolenza, mi piace, cerco di metterla in pratica, ne parlo con gli altri, ma capisco anche che c’è molto da fare per cambiare se stessi". Oppure Gandhi : ...
Tra l’altro Fichte piaceva anche a Deleuze che con l’idealismo tedesco non aveva certo feeling. E poi è alla base di Giovanni Gentile, che, fascista o non fascista, ha sempre esercitato un certo fascino su di me.
Non so quand’è nato Gentile. Vado a controllare... 30 maggio 1875, Gemelli. Gentile Giovanni.

domenica 17 ottobre 2010

Comédie zodiacale 2. Scorpione (2006)

Lo Scorpione gode di cattiva fama, ma a torto. È un segno creativo, sensuale, ma in senso non procreativo bensì sociale. Il Toro è l’opposto dello Scorpione e vuole riprodursi, mentre lo Scorpione è volto verso la comunità. Questo significa emotività, sesso come pura esperienza emotiva, mentre il Toro è più controllato, apparentemente più freddo.

Robert è un mio coetaneo di Berlino, est. Pur essendo tedesco è un gran burlone e con lui si ride un sacco. Questo senso dell’umorismo è anche tipico dello Scorpione.
Robert è un ragazzo affascinante, lui non è ambiguo per nulla, direi che è molto limpido, ma in fondo forse tutti gli Scorpioni lo sono, è solo che nella loro limpidezza si vede una certa tortuosità che a qualcuno può parere strana.
I comunisti della DDR gli hanno impedito di fare il liceo - perché potevano solo due per classe e dovevano essere i più bravi e i più comunisti, invece lui giustamente era un po’ ribelle testa di cazzo (ma oggi è ancora comunista...) - perciò sta ancora studiando architettura. Però lavora già ed è molto bravo, ora sta risistemando un loft di un giocoliere sulla Spree.
Nella DDR, Robert ha studiato per diventare artigiano. Poi è venuto in Italia per fondare un’impresa, ma i suoi soci italiani non erano molto convinti così l’impresa non guadagnava e dopo un po’ lui se n'è tornato a Berlino. Non so quando, ma ha anche passato un po’ di tempo in Brasile dove ha imparato la capoeira (è istruttore). Durante il suo tirocinio universitario è andato in Afghanistan appena liberato dai talebani per costruire una scuola insieme ad altri volontari architetti di un progetto tedesco. Uno molto figo insomma.
Allo Scorpione forse piace lavorare bene, costruire qualcosa attraverso il lavoro, almeno questo vale di sicuro per Robert.

Una che invece non ha voluto mai costruirsi un cazzo attraverso il lavoro è mia zia Valeriana. E' spontaneamente una ribelle, si è visto bene nel suo rapporto col nonno, pugliese e maresciallo dei carabinieri, un despota gelosissimo. Le figlie dovevano essere solo sue oppure di altri-secondo-la-Legge. Era acerrimo e mortale nemico di tutto l’illegale e l’an-archico. Così quando zia ventenne se ne andò di casa, lui non le parlò più per tre anni, fino al matrimonio di lei con un commercialista.
Per zia Valeriana l’amore la passione il sesso sono le cose più importanti del mondo, come si dice debba essere per gli Scorpioni. Certo lei è una difficile da trattare.
Per esempio la storia con il soldato della legione straniera: sono stati insieme dieci anni, per lui la zia aveva mollato lo zio all’improvviso creando un vero scandalo perché lo zio è un personaggio pubblico. Ma quando il legionario l'ha sfibrata per via della propria vecchia madre morente, lei l'ha mollato convintamente.

Forse la cifra comune agli Scorpioni è che riescono facilmente a catturare un partner? Lo pungono con la coda e poi...

venerdì 15 ottobre 2010

Comédie zodiacale 1. Capricorno (2006)

Il Capricorno è un segno di terra molto ostinato, che esalta tanto i pregi quanto i difetti della persona. Rispetto agli altri due segni di terra, Toro e Vergine, è certamente il più ostinato di tutti. Così tanto ostinato da risultare quasi immobile, inamovibile, inattaccabile, inossidabile, perverso. Se realizza qualcosa realizza grandi cose. Se fallisce è un grande fallimento quello che il Capricorno si consuma ostinatamente nel corso della vita, senza mai cambiare, o cambiando i dettagli per lasciare intatto il solido cuore della sua personalità.
Non è arrogante e pieno di sé come l'Ariete, anzi ha oscillazioni di autostima, alterna crisi interiori a fasi maniacali ed affermative al massimo grado. Tuttavia il Capricorno non si appoggia che su se stesso, si considera isolato, separato dagli altri sé, è un anti-buddista. Non sarà un caso che Gesù Cristo fosse del segno del Capricorno…

La storia di Cristo è nota. Il fatto che egli fosse nato sotto il segno del Capricorno è cosa un po' meno osservata dal grande pubblico. Gli astrologi hanno speso non poco tempo per commentare la natura di Capricorno del Cristo. Cristo va certamente considerato l'esempio massimo delle possibilità, tanto di successo quanto di fallimento dell'individuo del Capricorno.
Cristo con la sua pervicacia ha detto parole i cui effetti sono vivi ancora oggi, due milllenni dopo la sua vita e morte, e improbabile resurrezione. Se però non si ha fede nella sua natura divina e nella resurrezione che sarebbe seguita alla morte secondo le Scritture, Cristo si è guadagnato una morte orribile.
I francesi potrebbero dire: il s'est fait tuer comme un con...

[continua]

giovedì 14 ottobre 2010

Narradiohead. MISSIONE IMPASSIBILE (Paranoid Android)

[pubblicato in Narradiohead. Storie e visioni rock, Baldini Castoldi Dalai]


Secondo l’angelologia talmudica e kabbalistica, Dio gode di un’ininterrotta creazione di angeli che si dissolvono davanti a Lui nel momento stesso in cui Egli li nomina, cioè li crea. Questo potere è dato anche all’uomo, ma una volta soltanto e a una condizione: quando egli pronunci ad alta voce il nome segreto impostogli alla nascita dai genitori e rivelatogli all’ingresso nell’età puberale, nome che corrisponde alla sua identità più profonda e al suo angelo protettore: allora l’angelo-nome esce da lui, e perdendo la propria forma si insedia nelle cose che quell’uomo ha amato e tenuto a lungo con sé, rendendole, ai suoi occhi, trasparenti. (Diego Mari)

Appena toccata Terra mi son sentita male. L’atmosfera era brutta, molto opprimente ma in senso non fisico, che a quello ci ero abituata (da noi si sta compressi come in un solido sfero senza porte o finestre). Il fatto è che sulla Terra ho percepito subito vibrazioni negative, indecifrabili semanticamente ma molto nette nel loro colore affettivo. Un senso di morte profondo e diffuso. Certo un segno dei tempi. Anche se lui mi aveva avvertita, non mi aspettavo una cosa simile.

Prima di partire ho ricevuto attentamente le sue istruzioni: avrei incontrato sentimenti nocivi, pericolosi, non mi avrebbero accolta bene... Non esagerava affatto, il mio arrivo sulla Terra è stato un brutto episodio. Avrei voluto piangere, ma le mie lacrime non sarebbero state apprezzate da nessuno: ho rinunciato, e la rinuncia era già il mio primo segmento di giudizio.
Ho pensato che se al posto mio lui avesse inviato un essere fragile, magari un alato luminoso e azzurrino, quello sì che si sarebbe trovato in difficoltà, una forte e calma come me, invece, era al suo posto. Perfettamente al mio posto.
Ho nascosto l'ontonave in una bella foresta e ho comandato a Gog di montare immobile guardia. Mi sono incamminata verso le Città, avvolgendomi nel più sfavillante bagliore ultraterreno che mi fosse concesso secondo le leggi di natura (l'ordine era di non infrangerle, la missione, di semplice categoria א, non lo richiedeva).
I radar mi hanno presto rilevata e le truppe d'assalto si sono fatte avanti a sbarrarmi il cammino verso le Città. Ho inviato il messaggio universale di pace con la richiesta di conferire con il Re della Terra sulle sorti dell'Umanità. Il Re non s'è visto e sono invece arrivati i giornalisti e gli scienziati: io ho iniziato a fornire le spiegazioni utili, con gentilezza.
Ho incontrato alcuni ministri, ho illustrato il motivo della mia missione e delle prospettive future, che cosa pensavate di fare riguardo a lui , la questione dei suoi autentici amici e nemici, l'inquinamento, la guerra, la pace, l’etica universale e tutto il resto. Fino a un certo punto si parlava con fervore, si discuteva animatamente. Ci furono conferenze e teletrasmissioni in tutto il mondo.
Spiegai chiaramente la situazione: non c’era tempo da perdere, dovevate darvi molto da fare perché avevate imboccato con tracotanza la direzione sbagliata. Non potevate immaginarvi di agire per il vostro godimento senza mai patirne le conseguenze: sarebbe stato troppo comodo, e del resto nessuno ve l’aveva mai lasciato credere. Io ero venuta per ricordarvelo.
Fino a un certo punto, dunque, sembrava che ci si capisse, si dialogava civilmente anche se su piani troppo diversi. Devo dire la verità: non ho mai avuto alcuna fiducia nel limitatissimo apparato cognitivo dei terrestri; lui però mi aveva ordinato di provarci e io ci ho provato.
Improvvisamente le cose hanno iniziato ad andare storte: ignoro per quale ragione il Re della Terra abbia deciso di mostrare i muscoli. Forse per superficialità, o per assecondare il timore dei sudditi, proprio non lo so (ma un po' me l'aspettavo).
Fatto sta che sono arrivati i militari e mi hanno dichiarata in arresto. Mi hanno portata in quella fortezza, rinchiusa in una prigione grigia. Certo, avrei potuto bloccarli subito. Invece li ho lasciati fare, volevo vedere fino a che punto avrebbero errato. Dopo avermi tolto i miei abiti trasparenti strappandoli con violenza, mi hanno rivestita con un abito lungo e mi hanno imposto un velo che mi copriva tutto il corpo, testa inclusa.
Percepivo il loro odio, gli brillava negli occhi, sembrava che mi concupissero e mentre mi svestivano mi toccavano, mi premevano, mi sfregavano e pizzicavano. Hanno iniziato ad armeggiarmi là sotto, un sacco di mani tutte assieme, poi con strumenti metallici hanno afferrato la mia apertura inferiore anteriore, hanno tagliato e cucito fino a sigillare tutto, mentre io urlavo. Non era vero dolore, per fortuna: i nooni memorizzati mi dicevano che a quel loro comportamento brutale un essere meno impalpabile di me avrebbe provato strazio (un alato azzurrino avrebbe pianto lacrimoni).
Così mi sono adeguata allo stereotipo, faceva parte dello schema della mia missione: non manifestarsi in maniera troppo patente per non falsare le condizioni delle loro reazioni. Urlavo e piangevo e loro ridevano. Credo che lo ritenessero un comportamento normale da applicarsi ai prigionieri. Mentre mi torturavano hanno anche scattato – sorridenti – molte fotografie, non so proprio a chi volessero mostrarle.
Se io fossi il Re voi sareste i primi a finire al muro!

Finora li ho lasciati ridere sguaiati mentre mi violentavano, non sanno che non ho ancora deciso che cosa farò di loro. Il bello è questo: sarò io a dover scegliere!
Alle volte lui ti fa fare delle missioni bellissime!
Dopo le torture mi hanno sbattuta in questa cella. È un posto molto rumoroso, non lo sopporto. Per favore potreste smetterla con questo frastuono? Vorrei riposarmi un po’, ma questi rumori sono disgustosi... Suppongo che lo facciano appositamente per turbarmi: mandano suoni nella mia testa per cercare di ottenere informazioni, che ovviamente non darò mai.
Vogliono sapere di lui . Pfui! Come possono insistere nel loro grave errare? Credono forse che la violenza abbia qualche potere sul suo potere?
Il rumore in questa cella non cessa mai, sembra una sinfonia elettronica per soffitta, urla di volatili mai nati, come se li tritassero vivi da fargli schizzare sibili e strida.
Che cos’è?
A un tratto la mia mente si è proiettata nel tempo eterno e anziché trovare la quiete cui sono abituata mi sono sentita inquieta. Per la prima volta mi è venuta paura che mi uccidano e che lui li lasci fare per i suoi disegni, mi è venuto l'orrore al pensiero che quegli uomini possano entrare in cella, afferrarmi e lacerarmi le suture che mi hanno inflitto.
Immagino il dolore che causerebbe a un essere diverso... ma se quell’essere fossi io? Se lui mi lasciasse cadere all’improvviso dalla sua mente, proverei quel dolore come qualsiasi creatura incarnata… E se – e lo dico incredulissima mentre la mente ne rappresenta nel linguaggio del mio pensiero – se io morissi? «Io, morta!»: mi sembra impossibile che queste parole possano anche solo per ipotesi riferirsi a me. Eppure mi è venuta paura... Morire annientata dalla loro idiozia... Anche se accadesse per il suo disegno, questo mi parrebbe ugualmente insopportabile.
Ma cos’è questo rumore? Sembra che vogliano confondermi, nenache avessi un cervello intelligibile per quegli stolidi assassini. Misere creature moribonde, il loro senso sta per esaurirsi!
Posso anche essere paranoide ma non sono un androide. Se sperano che angosciandomi io mostri loro i miei ingranaggi logici rimarranno delusi. Mi ha creata lui , sono figlia della sua volontà, di cui sono esecutrice fedele. So che la mia tristezza è dovuta alla scelta che lui ha liberamente fatto tra le infinite possibili. Posso essere paranoide ma questo non fa di me un androide. Per accorgersi della differenza non avrebbero che da trovare l'ontonave e risvegliare Gog che monta la guardia.
Gog si limiterebbe a farli a pezzi. Io non mi limito, mi espando.

Da quanto sono qui? Ho tutto il tempo che voglio, è vero, ma in questo istante mi è parso di percepire un segno, come se lui avesse deciso di darmi il via, affinché io non pensi più che tutta la responsabilità ricada sulle mie spalle. Ho intravisto una pioggia di sogno che mi comunicava qualcosa: mi significava la sua volontà di assecondare il mio giudizio esecutivo. Accolgo benedicente il suo messaggio e passo all’azione.
Stabilisco il mio criterio e subito lo attuo. Faccio implodere la testa della guardia dopo avergli chiesto per sfizio se crede in lui . (La sua risposta fu incompleta: sei una pazza putt...). Attraversando lo spaziotempo mi dirigo alla Reggia Bianca: prima di decidere definitivamente voglio conferire con il Re della Terra. Entro nella sala ovale attraversando la parete: che faccia ha fatto il Re, non se lo aspettava! È spaventato a morte, poi però, vedendo che gli parlo con la calma insita nella mia dignitas, l'ometto tenta di assumere un atteggiamento regale.
Gli riferisco che non è il caso. Dovrei operare subito, ma come previsto dal mio criterio gli concedo una chance: se pronunciasse il mio nome...
In quella entra la Regina e vedendo il Re alle prese con un'enorme donna nera nuda – non so, avrei forse dovuto tenermi il velo impostomi in cella? – la stupida prorompe in isterismi. Proprio un bello spettacolo: una troia in ghingheri griffati che dà in escandescenze! Il Re vuole spiegarle qualcosa, forse nella sua testolina si è fatto avanti – che so! – un pensierino vero! Ma è troppo tardi.
Perché io ho visto quello che c’è dentro le teste marce del Re maiale e della sua scrofa, ho odorato la tenebra delle loro menti malate e possedute dal demonio (buona questa).
La mente del Re e della Regina sono abitate da tenebra, panico e vomito: come potevano governare la Terra quei padroncini mafiosi, tutto quel potere concentrato nelle loro luride manine? Tenebra, panico e vomito nelle loro teste nient'altro.
Ho scelto l’annullamento lento atroce, perché capissero quello che doveva succedergli, perché almeno una volta quei maledetti capissero qualcosa.
Vi grazierò, ho pensato, vi toglierò da questo inferno, ho pensato, vi priverò del vostro essere che vi disgusta nel profondo. Vi fa schifo vivere, è giusto, avete scelto voi così.
Tu Regina dei miei coglioni, la testa piena di ambizioni che ti stravolgono tutta e ti rendono brutta – lo sai? – scalcia pure e strilla, sì, strilla per bene piccolo maiale vestito di Gucci.
Non ricordi il mio nome? Non ti ricordi il mio nome? Perché non te lo ricordi? Adieu, e la dissolvo in nulla.
Poi mi occupo del Re. Nemmeno tu ricordi il mio nome? Scommetto che in realtà lo ricorda…
Inizio a fargli abbandonare il suo corpaccio puzzolente. Fuori da quella testa, uomo. Non serve urlare, Sire, te ne stai andando, abbandoni il crepitìo della tua pelle di maiale, la polvere e le urla, gli yuppies che ti osannavano on-line... The end per la tua merda.
Già che ci sono annullo anche la Reggia Bianca, solo per coreografia: mentre si squaglia e cola in plastici filamenti fosforescenti, compaiono sulla scena i soldati che iniziano a sparare. Volo a mezz’aria per dar loro un po’ di importanza, sento qualche proiettile fischiarmi intorno ai capelli blerdi, ma ovviamente sono più veloce di tutte le pallottole della Terra.

L’ontonave è nascosta nella bella foresta. Gog si è risvegliato sentendo avvicinarsi la mia Essenza: ha avviato i motori, acceso le luci e preparato gli annullatori.
L'androide non percepisce emozioni, quindi sono senz'altro io che proietto le mie sulla sua figura metallica: non è vero che un ghigno gli illumina il volto.
Prima della fine però accade la deliziosa meraviglia, la cosa più bella in Terra: piove, piove dalla grande altezza!
Prima della missione, l'avevo nooviosionata insieme a tutto il resto, per molti istanti eterni: mi incantava...
Piove dall’altezza! Assaporo la pioggia, ne bevo le gocce, picchietta il mio corpo, percuote la pelle e mi fa assaporare il suo gentile tamburello. Tic tic tic, tic tic tic.
Piove su di me dalla grande altezza.

Luccicante di perline iridescenti sono entrata nell'ontonave e ho completato la missione. Ristorata dalla pioggia, ho direzionato gli annullatori per togliere di mezzo il piccolo peccato del mondo.
La Terra si è allontanata dalla visuale, azzurra come la rendeva la pioggia, sorgente degli oceani. Per il mio senso estetico mi sono ingegnata a spremere un’ultima pioggia terrestre: ho fatto in modo che il dissolvimento del pianeta avesse forma di gocce multicolori.
Poi sono tornata al vertice del cosmo. Da lui .
Aspettava, come sempre, più-che-tondo se avesse forma, ultraluminoso se fosse visibile.
Presso di lui il mio corpo si è ristorato delle offese terrestri.
Mi ha stretta forte e baciata sulla bocca.
Missione compiuta, mi ha fatto pensare il mio altissimo amore.
Poi ha pronunciato il mio nome dissolvendomi nell'eterno godimento.

Dio ama le sue creature, già!

…perché non ricordavano il mio nome? Scommetto che in realtà lo ricordavano... Quanti angeli sterminatori potevano conoscere oltre a me?

mercoledì 13 ottobre 2010

SOMEWHERE, di S. Coppola

Un attore famoso che non lavora mai si rompe un polso.
Ciononostante scopa moltissimo e ha una figlia di undici anni carina e simpatica che pattina sul ghiaccio e cucina la colazione.
Fanno un viaggio in Italia dove c'è un bellissimo hotel. A lui però poi viene la tristezza e piange al telefono.
Alla fine lascia la Ferrari nera incustodita sul ciglio della strada, con le chiavi nel cruscotto: tanto però è andato tra i canyon e non c'è nessuno che può rubargliela.

lunedì 11 ottobre 2010

Vecchio progetto per un film straubiano su Heidegger: scena Arendt (2003).

Mdp nell’angolo in basso a destra dell’aula, orientata dal basso in alto in modo da riprendere gli scranni degli studenti.

Arendt siede in mezzo a un gruppo di allievi, al centro degli scranni; due ragazze sedute in prima fila al centro, altre due in fondo a destra (rispetto mdp). Arendt è vestita di un sobrio abito verde, le braccia stese dritte sul banco; il suo sguardo è inespressivo, immobile, ma dolce, e punta verso Heidegger che tiene lezione.

Heidegger:

... [un brano di Ontologia sul senso dell’esistenza]

Alla fine della lezione uno studente va da H e gli porge la mano con gravità; mentre ancora gliela serra gli dice:

Studente: «Lei ha saputo elevare lo spazio accademico alla tensione dialettica di un autentico spazio sacro. Le rispondenze essenziali del Suo pensiero con lo spirito del tempo ne mutano autenticamente la struttura epocale. Ma la Germania ha bisogno di un Führer, acciocché la decisione esistenziale del popolo tedesco trovi modo di formularsi nella sua originarietà.»

Heidegger non dice nulla e resta dietro la cattedra; lo studente abbassa lo sguardo ed esce dall’aula. Hannah resta seduta nel banco. Lei e Heidegger si fissano l’un l’altro in silenzio per diversi secondi (mezzo minuto).

Arendt (guardando Heidegger, con tono inespressivo): «Nella passione, con la quale, soltanto, l’amore coglie il chi dell’altro, va per così dire in fiamme l’interstizio mondano che ci collega agli altri e al tempo stesso ce ne separa. Ciò che separa gli amanti dal resto del mondo è che essi sono privi di mondo, che il mondo che si pone fra gli amanti è bruciato».

I due continuano a fissarsi immobili, mentre lo spazio fra di loro si consuma in dissolvenza bianca (cfr. Querelle de Brest) fino a lasciare le due figure avvolte su uno sfondo abbagliante che infine le avvolge.

[Sonoro: Un suono insistente, ossessivo, simile a un brano di Ligeti, accompagna la dissolvenza dello sfondo.]

Giorni di merda

La tensione è alta, dentro e fuori di me.
Casi personali e famigliari si intrecciano alle vicende politiche: il governo attacca l'università, emana un ultimatum di stile intimidatorio fascista, intorno a me molti stentano a capire, dichiarano indifferenza per le sorti di un Pubblico già distrutto dalla classe politica.
Sulle pagine culturali dei quotidiani, invece, fermenta un piccolo dibattito tra scrittori più o meno della mia generazione, o appena più giovani, che scavalcando di netto tutte le posizioni finora elaborate sull'infelice tavolo da gioco della cultura italiana, sembrano volersi autoinvestire di una missione di rinnovamento che - a mio parere - non ha nessuno dei presupposti che sarebbero necessari per tale missione.
Sulle stesse pagine, i filosofi che stimo continuano a occuparsi di problemi schiettamente scientifici, magari affiancando alla freddezza professionale una separata attività politica più militante (dove? nel PD?).
Dovrei studiare LISP, e formalizzare un algoritmo proposto da Lerdahl in Tonal Pitch Space, ma perdo tempo per cercare di sintetizzare tutte le cose da dire in una risposta ai giornalisti del Sole 24 Ore.
E Alfabeta 2 dove lo mettiamo? bisognerà anche tener conto di quello no?
Su Vogue.it non posso certo confidare le mie ansie politiche (giustamente: chi se ne frega?).
Provassi a scrivere su un giornale anarchico?

In questi casi mi torna sempre in mente il vecchio Pound: a bang, not a whimper, with a bang not with a whimper.

giovedì 7 ottobre 2010

Citati e la rilevanza

I manuali di pragmatica insegnano che se in una lettera di raccomandazione per un posto all'università un professore universitario scrive a proposito del suo raccomandato: "ha un'ottima callilgrafia e arriva sempre puntuale alle lezioni", il raccomandante sta violando la regola griceana della Rilevanza. In pratica, il raccomandante sta dicendo con un'implicatura (un dire implicito) di non avere reali motivi per raccomandare il raccomandando.

In un trafiletto di Pietro Citati sul Sole 24 Ore a proposito del libro di memorie di Mario Pirani, Citati scrive più o meno così: "Apprezzo il Pirani giornalista perché non è fanatico ed è informato".
Che Pirani non sia fanatico, lo concedo violentieri, può essere un motivo per apprezzarlo come giornalista, e magari persino come persona; francamente però, che un giornalista sia informato, ancorché nulla al giorno d'oggi possa più darsi per scontato, non mi pare motivo sufficiente di stima da parte di Citati, e non solo.
Come minimo pretenderei che un giornalista informasse anche me, e molto bene.
Se nell'opinione di Citati il Pirani giornalista riesca ad informare, oltre ad essere informato lui stesso, rimarrà purtroppo per sempre misterioso.

Parlare non è vedere (Vogue10)

Pubblicato su Vogue.it

Ci sarà un dopo-Facebook oppure Marc Zuckerberg, recentemente celebrato da un film, ha realizzato il culmine della storia dei nuovi mezzi di informazione e comunicazione?


All’inizio dell’Ottocento, Hegel immaginò che la storia universale potesse essere pensata come finita: nuovi eventi si sarebbero accumulati senza mutare il senso del raggiunto equilibrio cosmico-storico. Anche dopo l’11 settembre, la sensazione di trovarsi di fronte a un’epoca definitiva della storia si ripresenta periodicamente.
Nel regno della comunicazione via Internet, Facebook appare ormai come una sorta di medium potenzialmente universale e definitivo. Dopo Facebook sembrano pensabili soltanto infinite variazioni sul tema: comunicazione totale.
Che cosa potrebbe offrirci una comunicazione post-Facebook? Si potrebbe forse pensare a un superamento della testualità in direzione di una comunicazione puramente audiovisiva. Immaginate una continua videoconferenza collettiva, su una bacheca nella quale gli utenti apparissero visibili e udibili, “in carne e ossa”, come in un’agorà virtuale a misura di schermo. Una grande confusione!, ma ci sarebbe sempre la possibilità di andare ad ascoltare Socrate piuttosto che Gorgia.
Tuttavia non credo che questo accadrà mai. Facebook ha infatti una caratteristica che la rende simile a una chat universale e del tutto adatta alla vita della mente (contemporanea): la necessaria differenza temporale, piccola quanto si vuole ma ineliminabile in principio, che intercorre tra una produzione testuale e l’altra rappresenta forse un’inaspettata custodia del logos, o di quel che ne resta. In seno alla società delle immagini, Facebook ha forse definitivamente realizzato l’epoca dei nuovi soggetti online che leggono e scrivono, sganciati dalla necessità di offrire la loro immagine corporea in tempo reale.
"Parlare non è vedere", sentenziavano Blanchot e Deleuze: sembra che questo slogan trovi oggi compimento nella fine della storia della comunicazione realizzata da Facebook.

lunedì 4 ottobre 2010

Memorie d'altri tempi. Separazione e aquilone

Avevo sei anni, quindi era il 1978, ma non ricordo che mese fosse, né il periodo dell'anno.
Quel giorno le cose precipitarono: mio padre e mia madre urlavano di brutto. Non capivo bene che succedeva, ho il ricordo di una sensazione opaca, come se il tutto non mi riguardasse.
A un certo punto mia madre urlò: "guarda che chiamo la polizia!".
"Brava," rispose mio padre con nella voce un infantile sarcasmo, "chiama la pUlizia che ce n'è proprio bisogno".
Il seguito della lite non lo ricordo, ma qualche istante più tardi mia madre comunicò che se ne andava di casa e uscì.
"Vieni," mi disse mio padre, "andiamo da Bona a comprare un regalo," e uscimmo subito dopo mia madre.
Mentre lei avviava il motore della sua auto, mio padre mi disse di dirle che era una stupida.
Mi rifiutai, vergognoso della sua richiesta come del mio rifiuto.
"Dille che è una stupida", insistette lui. Non glielo dissi.
Allora, abbassando il finestrino della nostra auto, mio padre urlò lievemente a mia madre, dall'altra parte della strada: "sei una stupida!".
Quel giorno mia madre si separò definitivamente da mio padre.

Nel negozio di giocattoli, mio padre mi comprò un aquilone.
Ero contento del giocattolo, ma mi pareva che tutto intorno ci fosse qualcosa di strano e di molto sbagliato.

sabato 2 ottobre 2010

La mia prima e unica azione situazionista (Lettera al Manifesto)

05 Settembre 2001

L'isola di Gasparri

Scorgendo il ministro Gasparri nella piazzetta di Marettimo (Isole Egadi), un mio amico ed io abbiamo improvvisato un'azione dimostrativa vagamente situazionista, in ogni caso silenziosa e pacifica: siamo scesi nella piazzetta in festa di Marettimo dopo aver tracciato con un rossetto le seguenti scritte sulle nostre magliette: "Gasparri no-global" e "Gasparri puzzone". Ignoravamo che Marettimo fosse un feudo politico di Gasparri nonché (una) sua residenza estiva. Dopo aver notato la scritta sulla mia maglietta (Gasparri no-global), Gasparri mi si è avvicinato, io gli ho teso la mano dicendogli "piacere" e il ministro mi ha risposto quanto segue: "No piacere neanche per il cazzo. Sei un duro eh? Bravo, sei coraggioso, sei un duro, vorrei averlo io il tuo coraggio, davvero", e se ne è andato via senza aspettare la mia replica. Pochi minuti dopo, il mio amico veniva portato al posto di polizia dai due tutori dell'ordine locali, con la dichiarata intenzione di proteggerci da probabili aggressioni, mentre io venivo raggiunto da tre energumeni all'interno di un caffè, spintonato e trascinato di peso fuori dal locale, gettato sulla piazzetta senza che nessuno degli astanti intervenisse in mia anche parziale difesa: i tre gorilla mi urlavano di levarmi la maglietta, di stracciarla, che lì non si faceva politica, che ci avevano visto tutti fare i buffoni in piazza. Da un tavolo vicino una signora bionda ha preso a urlarci che dovevamo andarcene e che avevamo rotto i coglioni a tutti. Sentendomi prossimo al linciaggio mi sono sfilato la maglietta e ancora uno mi urlava, mettendomi le mani in faccia, che dovevo stracciarla: se un mio amico non avesse cinto l'aggressore con le braccia forse qualche pugno l'avrei preso. L'organizzatore della festa ha poi cercato di tranquillizzare gli animi dei nostri aggresori e ci ha invitati come suoi ospiti. Dopo aver recuperato il compagno preso dai finanzieri abbiamo riattraversato la piazzetta di nuovo festosa e siamo tornati indenni (ma, con effetto di Forche Caudine, sotto gli sguardi dei marettimani e del loro ministro) a casa.

Lettera firmata