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domenica 4 settembre 2016

Il mio coinquilino francese a Parigi (stralci dal Roman Nouveau)


[...] come ho già avuto modo di dire, bevevo tantissimo fin dall'inizio dell'università. Mi avevano insegnato i miei compagni più grandi di un anno, i miei amici ubriaconi insieme ai quali compresi il valore inestimabile dell'amicizia tra uomini liberi. Grazie a loro imparai anche la potenza dell'alcol come antidepressivo e stimolante all'azione. Solo in seguito ho scoperto che Deleuze è stato un gran bevitore fino al 1967.
A Strasburgo durante l'Erasmus (io faccio parte della prima generazione Erasmus), avevo scoperto la birra. La notte in cui avevo conosciuto Yves avevamo discusso fino al mattino di filosofia, a casa di un nostro compagno di università che voleva farsi prete ma poi si era innamorato. Aveva dato una festa e poi era andato a dormire con la sua fidanzata, dicendoci di continuare pure a bere indisturbati.
Discutemmo tutta la notte di filosofia, non trovandoci mai d'accordo ma nemmeno mai veramente in disaccordo, il che è tipico di chi studia la filosofia postmoderna, che abolisce il concetto stesso di verità. Verso le sei del mattino menzionai l'argomento di Barthes secondo cui il linguaggio è fascista perché obbliga a dire. Yves disse che nella scrittura di Barthes si sente talvolta la croccantezza della tartina.
Dissentendo su quel borghese omosessuale di Barthes, verso le sei di mattina lasciammo la casa del nostro ospite. Barcollando come barcollano i giovani urbiachi, raggiungemmo una fermata di autobus e Yves raccattò da terra un mozzicone di sigaretta nonostante le mie proteste. “Ne ho bisogno” mi disse con aria disgustata, e ci separammo dandoci la mano come fanno sempre i francesi quando si salutano (ormai l'avevo imparato).
Ecco perché l'anno dopo l'Erasmus a Strasburgo, durante il quale scrissi la mia orribile tesi su Deleuze a casa di mio padre, bevevo molta birra. Mi ero allenato a Strasburgo.
[...]


Il fastidioso Yves

Quando alla sera leggevo bevendo birra, spesso mi interrompevo per chiacchierare di filosofia con Yves nell'altra stanza. Una sottile porta condannata separava la mia stanza dalla sua, permettendoci di comunicare. I nostri dialoghi filosofici avevano qualcosa di psicoanalitico e di confessionale, sentivamo vicinissima la voce dell'altro senza poterlo vedere. L'altro ridotto a pura phoné. A differenza che nel setting psicoanalitico l'altro stava davanti anziché dietro, ma era comunque perfettamente invisibile. Questa modalità comunicativa favoriva il nostro pensiero: non ci lasciavamo influenzare dagli atteggiamenti corporei, dalle micro-espressioni facciali, non ci lasciavamo sviare da segnali di fastidio che non fossero inclusi unicamente nella voce altrui. Questi segnali di fastidio in realtà arrivavano spesso, perché sia Yves che io ci identificavamo completamente con Lo Studente Di Filosofia, il chierico del lógos e dell'epistéme preso in un inarrestabile ascetico divenire-sapiente. Il dissenso era per noi necessario ma doloroso: non pensavamo che si potessero avere idee differenti sulle questioni metafisiche fondamentali, uno doveva avere ragione e l'altro torto, non per una questione di verità (noi studenti postmoderni decostruivamo il concetto di verità) ma chiaramente per volontà di potenza. È vero che cercavamo di sfumare le nostre divergenze formulando molte delle nostre affermazioni in modo ipotetico o eteroriferito (“Deleuze direbbe che...” “Per me è come se...” “Forse non sarebbe scorretto usare questa immagine...”), ma sullo sfondo era chiaro che entrambi pugnavamo per la potenza della verità, o la verità come potenza. Io però ero un deleuziano che studiava con Badiou, e lui un derridiano che studiava con Rancière (anche lui come Bruno). E tra deleuziani e derridiani è noto che non corre buon sangue, perché l'attitudine deleuziana esclude a priori l'infinita estenuazione dell'ermeneutica decostruzionista. Dove Derrida vede un'opposizione metafisica da decostruire e riconnettere all'Assoluto a-venire, Deleuze vede un'opposizione micropolitica nella quale entrare a gamba tesa per posizionarsi a fianco dell'istanza minoritaria.
In ogni caso Yves beveva più di me, anche se non durante la settimana. Lui stesso si definiva un alcolista periodico: iniziava a bere il venerdì sera, e il sabato sera raggiungeva l'acme, spesso in compagnia di ragazze fighe che si scopava ma finendo poi coinvolto in risse delle quali non ricordava nulla, tranne che si era ritrovato senza portafogli e sporco di sangue.

Era simpatico e intelligente, ma era un ossessivo, e non c'era verso di interrompere una conversazione filosofica una volta avviata, motivo per cui col tempo cercavo di contenerlo. Quando la conversazione intra-porta aveva inizio mi dicevo sempre che dovevo cercare di non lasciarla deragliare troppo, ma poi andavamo avanti anche per un'ora, sempre così, da una parte e dall'altra del diaframma che separava i nostri corpi maniacali parlanti.