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domenica 4 settembre 2016

Il mio coinquilino francese a Parigi (stralci dal Roman Nouveau)

JMJ

Di fini d'agosto a Parigi ne ho viste tante perciò mi pare comprensibile che io le confonda le une con le altre. Ma quella del mio primo anno a Parigi la ricordo bene.
Appena arrivato nella metropoli, iniziai a cercare casa insieme a Yves, uno studente di filosofia che avevo conosciuto a Strasburgo durante l'Erasmus e del quale ero diventato amico. Nei giorni del mio sbarco a Parigi si svolgevano anche le Journées Mondiales de la Jeunesse, un mega raduno giovanile mondiale voluto dal papa polacco. Le strade di Parigi formicolavano di scout, e nella metropolitana non c'era spazio per procedere. Spesso per non essere urtati dai cattolici giovinetti bisognava saltare sui rialzi piastrellati che ornano le stazioni parigine della metropolitana. Dovevi aggrapparti a qualsiasi appiglio per non cadere: dappertutto ti attorniavano fanciulli cattolici in fiore, maschi dalle barbe incerte e femmine dal colorito roseo, con il loro fastidioso strascico di schiamazzi canzoni di merda e immondizie.
Era un'invasione: io la percepivo come tale e Yves, da francese neo-parigino, era ancora più contrariato di me. Lui era cresciuto in una specie di comune fricchettona e odiava i cattolici. In effetti odiava anche i fricchettoni. Durante quei giorni di fine agosto. Yves e io cercavamo casa mentre io iniziavo anche la metamorfosi che mi avrebbe trasformato in un tipico studente italiano a Parigi: mi sforzavo di visualizzare l'infinito che finalmente mi si apriva davanti. Ero arrivato nella città dell'infinito dei miei sogni.
[...]

Casa

La ricerca di appartamento a Parigi, per uno studente straniero e spiantato, è cosa difficile e disgustosa: il fatto che io fossi in compagnia di un francese, Yves, rendeva le cose un po' più più semplici, ma subivamo ugualmente il trattamento riservato a tutti gli studenti.
Gli appuntamenti per la visita dell'appartamento erano organizzati tramite annunci su un apposito giornaletto settimanale, che Yves e io acquistavamo di prima mattina il giorno del'uscita dividendoci subito la rapida ricerca di situazioni abitative che facessero al caso nostro, cioè della nostra povertà. Dopo avere fatto una decina di telefonate per fissare l'appuntamento, ci dividevamo le visite e partivamo ciascuno nel settore a lui assegnato.
In base all'ordine di arrivo davanti all'appartamento si formava una coda disciplinata di giovani in attesa (la nostra fascia di possibilità era chiaramente da studenti). Ma la maggior parte dei postulanti non riusciva nemmeno a vedere l'appartamento. Di solito veniva scelto uno studente tra i primi della fila purché avesse le carte in regola, ossia: un conto in banca, una famiglia ricca che garantisse per lui, possibilmente anche delle lettere di referenza (ma questo per gli appartamenti borghesi). Se riuscivi a vedere l'appartamento non potevi concederti il lusso di dire "ci penso un attimo": o firmavi o perdevi l'occasione. In questo modo, dopo parecchie tentate visite, uno si riduceva nello stato d'animo di prendere il primo appartamento possibile, per quanto malridotto, umido, buio e dotato di squallido cesso con moquette.
Uno straniero da solo avrebbe trovato più penosa la selezione: l'anno successivo – abbandonai Yves, con suo gran disappunto, perché la notte tornava spesso a casa ubriaco e allora diffondeva musica rap a tutto volume – visitai decine di appartamenti schifosi e costosissimi, le cosiddette chambre de bonnes, ossia le stanzette della servitù ricavate tra un appartamento borghese e l'altro negli edifici ottocenteschi: nove metri quadrati con muri sottilissimi che fanno penetrare involontariamente e penosamente il misero studente affittuario nella triste intimità dell'adiacente famiglia piccolo borghese.
Ciononostante, era difficilissimo trovare in affitto una di queste chambres che non fosse proprio avvilente. Mentre mi rifiutava, un proprietario si lamentava con me, quasi commiserandosi, dicendo che dovevo capirlo, lui non ce l'aveva proprio con gli stranieri però una volta un caraibico lo aveva fregato era partito senza pagare e i tribunali non avevano fatto nulla per riparare al torto. Non ce l'aveva con me ma non ero francese e non poteva rischiare di nuovo. "La capisco, mi dispiace", dissi consolandolo e andandomene via, rinunciando al suo bell'appartamentino arredato di bel nuovo per studenti francesi.
Ma il primo anno a Parigi avevo al mio fianco Yves. Era la persona meno accomodante del mondo. Gli facevano schifo i padroni e non gliene fregava un cazzo di trovare un appartamento decente: purché ci dessero qualcosa in fretta a un prezzo accettabile. Accettabile, a Parigi significa carissimo. Fu così che accettammo un appartamentino con due stanze più cucinino, in rue de Lancry, a due passi da Place de la République.
La nostra vita di studenti di filosofia a Parigi cominciava per davvero.


Alcol

[...] come ho già avuto modo di dire, bevevo tantissimo fin dall'inizio dell'università. Mi avevano insegnato i miei compagni più grandi di un anno, i miei amici ubriaconi insieme ai quali compresi il valore inestimabile dell'amicizia tra uomini liberi. Grazie a loro imparai anche la potenza dell'alcol come antidepressivo e stimolante all'azione. Solo in seguito ho scoperto che Deleuze è stato un gran bevitore fino al 1967.
A Strasburgo durante l'Erasmus (io faccio parte della prima generazione Erasmus), avevo scoperto la birra. La notte in cui avevo conosciuto Yves avevamo discusso fino al mattino di filosofia, a casa di un nostro compagno di università che voleva farsi prete ma poi si era innamorato. Aveva dato una festa e poi era andato a dormire con la sua fidanzata, dicendoci di continuare pure a bere indisturbati.
Discutemmo tutta la notte di filosofia, non trovandoci mai d'accordo ma nemmeno mai veramente in disaccordo, il che è tipico di chi studia la filosofia postmoderna, che abolisce il concetto stesso di verità. Verso le sei del mattino menzionai l'argomento di Barthes secondo cui il linguaggio è fascista perché obbliga a dire. Yves disse che nella scrittura di Barthes si sente talvolta la croccantezza della tartina.
Dissentendo su quel borghese omosessuale di Barthes, verso le sei di mattina lasciammo la casa del nostro ospite. Barcollando come barcollano i giovani urbiachi, raggiungemmo una fermata di autobus e Yves raccattò da terra un mozzicone di sigaretta nonostante le mie proteste. “Ne ho bisogno” mi disse con aria disgustata, e ci separammo dandoci la mano come fanno sempre i francesi quando si salutano (ormai l'avevo imparato).
Ecco perché l'anno dopo l'Erasmus a Strasburgo, durante il quale scrissi la mia orribile tesi su Deleuze a casa di mio padre, bevevo molta birra. Mi ero allenato a Strasburgo.
[...]


Il fastidioso Yves

Quando alla sera leggevo bevendo birra, spesso mi interrompevo per chiacchierare di filosofia con Yves nell'altra stanza. Una sottile porta condannata separava la mia stanza dalla sua, permettendoci di comunicare. I nostri dialoghi filosofici avevano qualcosa di psicoanalitico e di confessionale, sentivamo vicinissima la voce dell'altro senza poterlo vedere. L'altro ridotto a pura phoné. A differenza che nel setting psicoanalitico l'altro stava davanti anziché dietro, ma era comunque perfettamente invisibile. Questa modalità comunicativa favoriva il nostro pensiero: non ci lasciavamo influenzare dagli atteggiamenti corporei, dalle micro-espressioni facciali, non ci lasciavamo sviare da segnali di fastidio che non fossero inclusi unicamente nella voce altrui. Questi segnali di fastidio in realtà arrivavano spesso, perché sia Yves che io ci identificavamo completamente con Lo Studente Di Filosofia, il chierico del lógos e dell'epistéme preso in un inarrestabile ascetico divenire-sapiente. Il dissenso era per noi necessario ma doloroso: non pensavamo che si potessero avere idee differenti sulle questioni metafisiche fondamentali, uno doveva avere ragione e l'altro torto, non per una questione di verità (noi studenti postmoderni decostruivamo il concetto di verità) ma chiaramente per volontà di potenza. È vero che cercavamo di sfumare le nostre divergenze formulando molte delle nostre affermazioni in modo ipotetico o eteroriferito (“Deleuze direbbe che...” “Per me è come se...” “Forse non sarebbe scorretto usare questa immagine...”), ma sullo sfondo era chiaro che entrambi pugnavamo per la potenza della verità, o la verità come potenza. Io però ero un deleuziano che studiava con Badiou, e lui un derridiano che studiava con Rancière (anche lui come Bruno). E tra deleuziani e derridiani è noto che non corre buon sangue, perché l'attitudine deleuziana esclude a priori l'infinita estenuazione dell'ermeneutica decostruzionista. Dove Derrida vede un'opposizione metafisica da decostruire e riconnettere all'Assoluto a-venire, Deleuze vede un'opposizione micropolitica nella quale entrare a gamba tesa per posizionarsi a fianco dell'istanza minoritaria.
In ogni caso Yves beveva più di me, anche se non durante la settimana. Lui stesso si definiva un alcolista periodico: iniziava a bere il venerdì sera, e il sabato sera raggiungeva l'acme, spesso in compagnia di ragazze fighe che si scopava ma finendo poi coinvolto in risse delle quali non ricordava nulla, tranne che si era ritrovato senza portafogli e sporco di sangue.

Era simpatico e intelligente, ma era un ossessivo, e non c'era verso di interrompere una conversazione filosofica una volta avviata, motivo per cui col tempo cercavo di contenerlo. Quando la conversazione intra-porta aveva inizio mi dicevo sempre che dovevo cercare di non lasciarla deragliare troppo, ma poi andavamo avanti anche per un'ora, sempre così, da una parte e dall'altra del diaframma che separava i nostri corpi maniacali parlanti.

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