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giovedì 29 giugno 2017

Lilia (Roman nouveau, 20)

Lilia

Sinceramente io avrei voluto fidanzarmi con la mia amica Lilia. Era una moscovita che studiava filosofia in Francia da un po' di anni. Anche lei aveva studiato a Strasburgo, dove Lacoue-Labarthe, che l'apprezzava, l'aveva indirizzata a Parigi per proseguire i suoi studi con Alain Badiou, no so perché. Lilia era molto strana, sia fisicamente che intellettualmente. Era biondissima, quasi albina, portava i capelli corti come le donne sovietiche della mia immaginazione, e in effetti era nata durante la presidenza Breznev, nel 1972 come me (io però ero nato sotto Giovanni Leone).
Aveva gli occhi un po' sporgenti, azzurro-grigi, e la pelle pallidissima. Non avevo mai visto una ragazza così: sembrava un'aliena, parlava francese in maniera strana, tranne quando rideva. Lilia rideva di gusto, si faceva delle risate molto composte ma per niente artefatte, che comunicavano grande allegria (un’allegria russa). Ridevamo un sacco Lilia e io, nonostante passassimo il nostro tempo insieme guardando film di Godard alla videoteca di Paris 8 o discutendo di filosofia. Nient'altro che passatempi intellettuali per Lilia ed Edoardo.
Anche dal punto di vista intellettuale Lilia era strana, di una stranezza che non riuscivo a ricondurre al mio provincialismo italiano. Anche gli amici francesi la consideravano strana. Apparentemente aveva imparato la filosofia in maniera molto personale, soprattutto grazie a un suo amico filosofo che viveva a Mosca come un barbone. Questo amico filosofo era un grande genio della filosofia, diceva Lilia, ma la sua concezione della vita fondamentalmente nichilista lo aveva indotto a tenere sempre con sé una capsula di veleno per uccidersi, nel caso che la polizia moscovita, notoriamente corrotta e violenta, lo avesse arrestato. Per stare a Mosca ci vuole un permesso anche se sei russo, e lui questo permesso non lo aveva, perciò temeva di essere arrestato e picchiato. E prima che ciò accadesse lui si sarebbe ucciso con la capsula di veleno. Dai racconti che Lilia me ne faceva, mi sembrava di capire che lei fosse soggiogata da questo nichilista russo, forse ne era innamorata, non capivo, magari erano stati amanti, anzi lo sospettavo fortemente, a me sembrava un pazzo e non capivo in che cosa consistesse la sua grandezza filosofica dato che non sembrava avere teorie metafisiche comparabili con quelle dei grandi filosofi francesi a me noti. In effetti, la mia cultura filosofica era totalmente libresca e accademica, non ero pronto per apprezzare la personalità mistica di un vecchio russo che sembrava avere plagiato la mia bellissima amica filosofa. Quando provai a esprimere qualche dubbio lei mi disse: “tu non hai mai sperimentato il nulla”. Era indubitabilmente vero, così non osai più esprimere più alcun dubbio contro il suo amico.
Nemmeno Lilia pareva confrontabile con i miei canoni scolastici: non sembrava esperta di Heidegger, né di Derrida, né di altri filosofi contemporanei. La tesi che lei aveva proposto a Badiou non mi era affatto comprensibile e non capivo bene come mai i famosi filosofi francesi stessero ad ascoltarla anziché dirle di mettersi a studiare. Forse la ascoltavano per le stesse ragioni per cui la ascoltavo io? Era molto femminile e dolcissima, anche se non si capiva bene che cosa avesse in mente.
Era un'appassionata di pipistrelli e passava molto tempo a leggere libri di zoologia, o comunque libri assurdi di storia dell'arte o di scienze, dei quali non mi pareva che capisse granché, come del resto accadeva a me quando affrontavo libri per i quali non avevo una preparazione adeguata.
Le insegnai a dire in italiano “il pipistrello svolazza nella notte” e lei mi insegnò a dire in russo “gli uccellini cinguettano” (ptichkji chyrikut).
Quando ormai ero piuttosto innamorato di lei, un giorno mi disse che si sarebbe presto sposata col suo fidanzato serbo, Milan, che abitava lì a Parigi e del quale io non avevo mai sentito parlare. Cercai di dissimulare il mio sorprendente dispiacere ma lei se ne accorse perché mi chiese come mai reagissi così male a quella notizia.

Ostentai la massima felicità per lei, pur dichiarandomi scettico sul matrimonio in generale.

martedì 27 giugno 2017

L’unico neo (Roman nouveau, 19)


L’unico neo

Seguivo i corsi di Badiou e Rancière, per il mio DEA, e andavo spesso a sentire Derrida all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales (EHESS). Quell'anno teneva un corso sul Perdono, che poi è diventato un suo libro. Anche se con Derrida mi sembrava di avere chiuso, ci tenevo  a vedere finalmente il filosofo che per qualche anno avevo reputato il più grande del mondo. E poi, da Derrida ci andavo insieme a Lilia, l’amica russa, e con lei sarei andato a sentire chiunque, forse persino Bernard Henry Lévy.
Con le ragazze torinesi andava tutto bene, eravamo diventati amici e ci frequentavamo abbastanza spesso: facevamo aperitivi, cene, feste, andavamo al cinema e alle mostre. Erano tutte fidanzate, il che rendeva la loro frequentazione allo stesso tempo aproblematica e disperante. Tutti quelli che frequentavo erano fidanzati, tranne me e il mio coinquilino Yves.
In effetti l’unico neo della mia vita parigina era proprio Yves. Era simpatico ma pesantissimo. Un chiummo, direbbero a Palermo. Non sapeva cucinare e quando cucinavo per me non diceva mai no alla mia offerta di cucinare anche per lui. In realtà mi ero presto rotto il cazzo di cucinare sempre anche per lui: cucinavo prevalentemente pasta (“Je fais des pâtes...”, “Très bien, merci!”) sperando di dargli la nausea di pasta. Contavo sul fatto che un francese non possa mangiare sempre pastasciutta come un italiano, ma mi sbagliavo.
Cucinare per lui, però, era il meno. Anche il fatto che le pulizie a lui assegnate lasciassero alquanto a desiderare era tutto sommato sopportabile, nel frame di bohème che volevo usare per concepire la nostra vita studentesca.
La cosa peggiore era questa. Quando alla sera leggevo al mio tavolo bevendo la birra, spesso mi interrompevo per chiacchierare di filosofia con Yves nell'altra stanza. Una sottile porta condannata separava la mia stanza dalla sua, permettendoci di comunicare. I nostri dialoghi filosofici avevano qualcosa di psicoanalitico e di confessionale, sentivamo vicinissima la voce dell'altro senza poterlo vedere. L'altro, ridotto a pura phoné. A differenza che nel setting psicoanalitico, l'altro stava davanti anziché dietro, ma era comunque perfettamente invisibile. Questa modalità comunicativa favoriva il nostro pensiero: non ci lasciavamo influenzare dagli atteggiamenti corporei, dalle micro-espressioni facciali, non ci facevamo sviare da segnali di fastidio che non fossero inclusi unicamente nella voce altrui. Questi segnali di fastidio in realtà arrivavano spesso, perché sia Yves che io ci identificavamo completamente con Lo Studente Di Filosofia, il chierico del lógos e dell'epistéme, preso in un inarrestabile ascetico divenire-sapiente. Il dissenso era per noi necessario ma doloroso: non pensavamo che si potessero avere idee differenti sulle questioni metafisiche fondamentali, uno doveva avere ragione e l'altro torto, non per una questione di verità (noi studenti postmoderni decostruivamo il concetto di verità) ma chiaramente per volontà di potenza. È vero che cercavamo di sfumare le nostre divergenze formulando molte delle nostre affermazioni in modo ipotetico o eteroriferito (“Deleuze direbbe che...” “Per me è come se...” “Forse di potrebbe ipotizzare che...”), ma sullo sfondo era chiaro che entrambi pugnavamo per la potenza della verità, o la verità come potenza.
Io però ero un deleuziano che studiava con Badiou, e lui un derridiano che studiava con Rancière (anche lui come Bruno). E tra deleuziani e derridiani è noto che non corra buon sangue, perché l'attitudine deleuziana esclude a priori l'infinita estenuazione dell'ermeneutica decostruzionista. Dove Derrida vede un'opposizione metafisica da decostruire e riconnettere all'Assoluto a-venire, Deleuze vede un'opposizione micropolitica nella quale entrare a gamba tesa per posizionarsi a fianco dell'istanza minoritaria.
In ogni caso Yves beveva più di me, anche se non durante la settimana. Lui stesso si definiva un alcolista periodico: iniziava a bere il venerdì sera, e il sabato sera raggiungeva l'acme, spesso in compagnia di ragazze fighe che si scopava ma finendo poi coinvolto in risse delle quali non ricordava nulla, tranne che si era ritrovato senza portafogli e sporco di sangue.
Era simpatico e intelligente, ma era un ossessivo, e non c'era verso di interrompere una conversazione filosofica una volta avviata, motivo per cui col tempo cercavo di contenerlo. Quando la conversazione intra-porta aveva inizio, mi dicevo sempre che dovevo cercare di non lasciarla deragliare troppo, ma poi andavamo avanti anche per un'ora, sempre così, da una parte e dall'altra del diaframma ligneo che separava i nostri corpi maniacali parlanti.

Un aneddotto brutto. Dopo una serata alla Flèche d'or, Yves e io in compagnia dei miei amici italiani andiamo a casa di Caterina, ci divertiamo, stappiamo una bottiglia dietro l'altra. Yves beve in eccesso, come sempre, e si ubriaca fino a estraniarsi dalla situazione collettiva. All'ora di rientrare - oramai era mattina - invito Yves ad alzarsi dal canapé : lui biascica di no, e alle mie insistenze amichevoli mi insulta dicendomi di ficcarmi fuori dai coglioni e che non sono altro che un poliziotto (un poliziotto!) anche se studio con Badiou.
Decido così di lasciarlo da Caterina, se lei non è contraria. Ce ne andiamo tutti via, e anziché crollare dal sonno come aveva lasciato intendere, Yves si getta a baciare Caterina, all'improvviso e senza nessun preambolo. Caterina lo respinge, sorpresa ma gentile, com'è nella sua natura, poi gli dedica l'intera notte per spiegargli che è soltanto ubriaco e che ci prova con lei come avrebbe potuto provarci con Giulia o Giada, o con chiunque altra. 
È vero, dice Yves, ma il fatto che io ci provi con te non è indifferente. Questa è la conclusione di Yves: il fatto che io ci provi con te non è indifferente.

lunedì 26 giugno 2017

Agamben (Roman nouveau, 18)


Agamben

Badiou lo avevo scoperto per caso, a Strasburgo durante l'Erasmus, quando non era ancora molto noto tra gli studenti italiani. Dopo il suicidio di Deleuze, cinque filosofi famosi scrissero i loro necrologi su Libération. Uno di questi era Badiou, poi c'erano Derrida, Lyotard e Jean-Pierre Faye. L'unico italiano era Agamben, che non avevo mai sentito nominare, come del resto Badiou.
Giorgio Agamben è uno dei più importanti filosofi italiani contemporanei. Da ragazzo ha recitato nel Vangelo secondo Matteo di Pasolini, di cui era amico. Era anche amico di Moravia e Morante, e poi di Caproni. A guardar bene, Agamben era amico di quasi tutti gli intellettuali importanti. Fu persino presente, da giovane, al seminario di Martin Heidegger a Le Thor, insieme a Ginevra Bompiani che era la sua fidanzata. Una volta Maurizio Ferraris mi ha detto che da qualche parte Heidegger scrive di essere rimasto colpito da un giovane italiano brillante: era Agamben.
Un genio, insomma. La prima volta che lo vidi da vicino, teneva un seminario al Collège international de philosophie. Parlava del vuoto della rappresentazione, un tema ripreso da un libro di Giorgio Colli e che lui riconduceva al suo concetto autocontraddittorio di esclusione inclusiva (o inclusione esclusiva) su cui ha fondato tutto il suo pensiero a partire da Homo Sacer. Sapevo che Agamben aveva a che fare con una bella casa editrice italiana di Macerata, così dopo il seminario andai a parlargli per proporgli la mia traduzione di Deleuze. Il clamore dell'essere, di Badiou. Agamben si mostrò oltremodo interessato alla mia traduzione. Aprendo entrambe la mani e toccandosi il torace con le palme in un enfatico gesto deittico mi disse: “riferisciti pure a me, scrivi direttamente a me quando scrivi alla casa editrice”.
Che godimento provai a sentirmi dire tali parole da cotanto filosofo. Che gioia al pensiero che ce la stavo facendo. Andava tutto a gonfie vele: studiavo con Badiou, il che mi avrebbe fatto certamente diventare uno dei massimi esperti del suo pensiero, e inoltre mi accingevo a tradurre un libro che aveva suscitato un gran bel dibattito nell'ambiente filosofico francese. Sarei diventato uno studioso abbastanza noto, i giornalisti e gli studenti più giovani sarebbero venuti da me a chiedermi: ma Badiou come la pensa su questo o quello?
Be', vedete – avrei spiegato a quelle folle di curiosi – Alain ha un suo pensiero tutto originale su questa importante questione che voi giustamente mi sottoponete; voialtri, che non lo conoscete bene come me, potreste rimanere un po' sconcertati nel sentire esporre le sue incredibili tesi, pertanto vedrò di spiegarvi per benino quale punto di vista dovete necessariamente assumere, per non fraintendere grossolanamente il pensiero di questo genio filosofico.
Come del resto vi sarebbe molto facile data la vostra natura di provinciali, sprovveduti, ignari della filosofia che si fa nel vasto mondo.

Excusatio non petita (Roman nouveau, 17)


Excusatio non petita

Mi rendo perfettamente conto che raccontare le mie vicissitudini editoriali non è quanto di più appassionante io possa fare, ma prometto che racconterò ben altro.
Vorrei poter esibire storie di sesso estremo con ragazze parigine perverse, ma questo purtroppo sarebbe totalmente fantasioso. Potrei forse anche descrivervi meglio Parigi, non c’è dubbio, ma io non ho un gran rapporto con la vista, nonostante Aristotele dica, all’inizio della sua Metafisica, che la vista è il senso più importante per la conoscenza.
In quanto miope ho sofferto molto per la mia limitazione sensoriale conoscitiva.
Parigi è troppo immensa per essere descrivibile, e quelli che pubblicano libri su Parigi, a mio modesto avviso, non ne propongono null’altro che una loro immagine mentale. In ogni caso la volta che ho visto meglio Parigi, come in una deriva psicogeografica situazionista,  è stato quando ho attraversato a piedi la città a partire da Denfert-Rocherau fino a République, 54, rue de Lancry.
Ma ero in compagnia di una bella dottoranda greca più grande di me, di nome Ariasni: lei voleva fare questa passeggiata e io l’avrei seguita a piedi anche fino a Nasso.

domenica 25 giugno 2017

Deleuze. Il clamore dell'essere (Roman nouveau, 16)


Deleuze. Il clamore dell'essere

Nel suo Deleuze. Il clamore dell'essere, Badiou propone una lettura eretica della filosofia deleuziana. Deleuze è sempre stato letto come filosofo della molteplicità e del desiderio, o come si dice in gergo: della molteplicità desiderante. La realtà è sostanziata di desiderio – un equivalente post-psicoanalitico della schopenhaueriana Wille zum Leben e della nietzscheana Wille zur Macht – e non è mai il semplice stato delle cose. Un ente è fatto di parti che lo compongono, un evento si compone di altri eventi, e così via, come in Leibniz: lo stagno è pieno di pesci che al loro interno sono fatti di altri stagni con altri pesci e così via ad infinitum... Questo almeno è ciò che tutti avevano sempre creduto fino al libro di Badiou: Deleuze. Il clamore dell'essere.
Nel libro di Badiou, infatti, si sostiene che, al di là delle apparenze, Deleuze è un pensatore dell'Uno-tutto, o anche dell'Uno-natura. Scompiglio generale all'uscita del libro. Ma come si permette, dicevano i deleuziani, di rovesciare completamente il senso della filosofia deleuziana? Eppure Badiou aveva dalla sua più di un passo testuale a conferma dell'importanza sempre accordata da Deleuze all'Essere inteso come Uno, come Evento unico. In un postmoderno neoplatonismo naturalistico, à la Bruno-Spinoza.
Per parte sua, un'affermazione assiomatica di Badiou è che l'Uno non esiste, l'unità è l'effetto di un'operazione strutturale chiamata conto-per-uno, o presentazione. Ogni ente è un-multiplo, come dovrebbe averci insegnato la teoria degli insiemi di Cantor, ma la base di ogni multiplo è l'insieme vuoto che Badiou considera “il nome proprio dell'essere”.


Ricevimento al café (Roman nouveau, 15)


Ricevimento al café

A causa della distanza dell'Università di Paris 8 dal centro della metropoli e da casa sua, Badiou riceveva gli studenti in un café a Denfert-Rocherau, a sud di Parigi, non lontano dalla Tour Montparnasse e dal famoso cimitero dove riposano, si fa per dire, Serge Gainsbourg e Samuel Beckett. Gli studenti di Badiou si sedevano ai tavolini e lui li riceveva in ordine di arrivo, discutendo con ciascuno le sue questioni per il tempo necessario.
La prima volta che andai al ricevimento nel café, la cosa mi sembrava un po' assurda ma capii subito che a Parigi poteva sembrare normale (volevo lasciarmi alle spalle in fretta tutte le mie reazioni da provinciale). Nell'attesa conobbi un po' di studenti, tra i quali anche Lilia, una simpatica ebrea russa dagli occhi di ghiaccio, e uno psicologo tunisino alcolizzato che lavorava per l'ONU (almeno così mi disse). 
Venuto il mio turno, dopo aver detto al professore, col sorriso più sportivo possibile, che non c'era stato nessun problema alla riunione dottorale a Paris 8 anche se lui non c'era e volevano affidarmi a un'altra professoressa, gli illustrai il mio progetto di tesina per il D.E.A. Il progetto verteva su un confronto tra la filosofia di Deleuze e quella di Badiou. Lui sembrò trovare del tutto ovvio che gli si proponesse come tema un confronto tra Deleuze e lui stesso. Affrontai conseguentemente la questione della traduzione del suo Deleuze. La clameur de l'Être. Gli dissi che stavo cercando una casa editrice e lui disse che era d'accordo che fossi io a tradurlo. Certo, il fatto che anche per il D.E.A. mi avesse incoraggiato salvo poi dimenticarmi al primo passo burocratico, mi rendeva un tantino diffidente. Ma con la sua parola potevo iniziare a contattare le case editrici italiane.

sabato 24 giugno 2017

Ragazze torinesi a Parigi (Roman nouveau, 14)


Ragazze torinesi a Parigi

Dal punto di vista amoroso, quand'ero arrivato a Parigi ero a pezzi. Negli ultimi due anni avevo avuto una storia distruttiva con una mia ex compagna di Collegio, la figlia dei professori universitari che odiava i professori universitari, che era innamorata di un altro e non si riteneva nemmeno mia fidanzata. E da quando mi aveva definitivamente respinto io ero assai risentito e ossessivo.
Elisa era entrata in Collegio facilmente, essendo un supersecchiona, ma dopo un anno aveva preferito tornarsene a Milano perché i collegiali le sembravano pazzi e sfigati. Io mi ero un po' invaghito di lei fin dall’inizio del suo primo anno al Collegio, mio secondo, e una sera ci eravamo dati un bacio, subito da me interrotto perché ero fidanzato con Irene che era la ragazza più bella buona e intelligente del mondo, e per questo non volevo tradirla. Anche se di dare quel bacio a Elisa avevo voglissima. La qual cosa Elisa decise giustamente di farmi pagare.
Arrivato a Parigi avevo l'autostima seduttiva molto azzerata, ma non vedevo l'ora di conoscere qualche nuova ragazza.
Uno dei primi giorni in giro per Paris 8 conobbi Giada, una torinese bionda e ricciolona, strabica e nasona ma abbastanza figa. A dire il vero era molto figa, anche se emanava una specie di irraggiungibilità che per me rimase intatta negli anni. Giada conosceva altre ragazze italiane, e senza rischiare l'imbarazzo di un invito che venisse frainteso come tentativo di baccaglio potemmo onorevolmente combinare una serata fra torinesi. Io per la verità ero braidese, ma fin da questo primo momento parigino fui preso in un divenire-torinese che mi portò poi ad esserlo effettivamente.
Ci ritrovammo dunque una sera a bere una cosa con Giada, Giulia, Caterina e Pierpaolo, il torinese che era venuto a studiare con Rancière. Il buffo Pierpaolo, come maschio, non era pericoloso, rientrava nella categoria del maschio non-alfa, come me. Cioè eravamo ad armi abbastanza pari.
Le giovani studentesse torinesi erano ai miei occhi tutte belle.

venerdì 23 giugno 2017

Una semplice dimenticanza (Roman nouveau, 13)


Una semplice dimenticanza

Dunque, mi trovavo finalmente a Parigi, in un appartamento sciatto ma reale, ormai iscritto al Diplôme d'Études Approfondies a Paris 8 e pronto a farmi valere come allievo italiano di Badiou. Ma quando andai a Paris 8 per la riunione preliminare degli studenti post-laurea, feci la brutta scoperta che Badiou, quel giorno assente come spesso in seguito, si era dimenticato di me. Mi volevano pertanto assegnare d'ufficio a una professoressa che non conoscevo (per una bizzarra coincidenza allora imprevedibile, anni dopo Antonia Soulez diventò effettivamente la mia direttrice di dottorato).
Spiegai ai professori riuniti che c'era un equivoco, io ero venuto a Parigi per studiare con Alain Badiou, il quale aveva dato il suo assenso e firmato le carte. La professoressa Soulez disse che per parte sua non aveva nessun desiderio particolare che io le venissi affidato, non conoscendomi affatto e non essendo affatto interessata alla mia ricerca. Sempre schietta la Soulez. Tutti i professori concordarono dunque che sarebbe stato Badiou il mio tutor di D.E.A., anche se apparentemente mi aveva temporaneamente scordato.
L'inizio accademico non era più così incoraggiante. Avevo tempestato Badiou di telefonate, gli avevo scritto lettere, ero andato a trovarlo il giorno della proclamazione alla Normale. Come diavolo aveva potuto dimenticarmi? Quanti italiani andavano a chiedergli di studiare con lui? Pensavo di essere l'unico!
Per la verità quel giorno conobbi altri due italiani che erano venuti a studiare a Paris 8, un torinese e un milanese, Bruno e Pierpaolo. Ma loro andavano a studiare con Jacques Rancière.
Rancière, Balibar e Badiou, sono i tre allievi famosi del neomarxista Louis Althusser: studiando con loro, noi tre giovani studenti italiani pieni di belle speranze ci mettevamo in contatto diretto con la grande tradizione filosofica francese contemporanea. Ma per quanto riguardava il D.E.A., mi sentivo superiore agli altri due, perché Badiou mi sembrava più importante di Rancière.
Dei due italiani quello che mi parve più pericoloso era Bruno, il milanese. Quando gli confidai con un certo sussiego che volevo tradurre il Deleuze di Badiou mi rivelò che ci aveva pensato anche lui, ma che gli sembrava che si sarebbe dovuto fare un bel lavoro filologico, con introduzione e apparato di note tutte quante.
Sì certo, pensai, tu fai pure le tue note e intanto il libro lo traduco io, che studio con l'Autore che mi ha dato il permesso di diventare il suo Traduttore.
Anche se poi si è dimenticato di venire alla riunione per l'inizio dell'anno accademico.



giovedì 22 giugno 2017

Diego, Derrida, Deleuze (DDD) (Roman Nouveau, 12)

Diego, Derrida, Deleuze (DDD)

Se mi ero avvicinato a Derrida era solo colpa di Diego. Diego era il mio gemello spirituale. Durante il mio primo anno di filosofia, dopo avere abbandonato l'odiata giurisprudenza, condividevo con lui tutte le novità filosofiche che non filtravano attraverso l'insegnamento accademico pavese, asfittico e provinciale. Al Ghislieri noi eravamo come Bouvard e Pécuchet, due idioti abbandonati a noi stessi e ai nostri entusiasmi.
Io avevo scoperto L'Anti-Edipo di Deleuze e Guattari, e Diego aveva scoperto La scrittura e la differenza, di Derrida: ci comunicammo le nostre scoperte e ognuno pretendeva che il proprio libro fosse pazzesco e incredibile, una svolta epocale per la filosofia e la nostra formazione. Poi ci scambiammo gli autori per dialettica mimetica: io divenni un paladino di Derrida e lui di Deleuze. Negli anni successivi studiai Derrida, che era più popolare tra i docenti pavesi, e mi compromisi al punto da andare a fare l'Erasmus a Strasburgo per studiare con Nancy e Lacoue-Labarthe, che di Derrida erano amici ed eredi.
I derridiani mi avevano quasi abbattuto con la loro tristezza ermeneutica infinita, ma appena arrivai a Strasburgo Deleuze si suicidò. Iniziai a studiarlo allora. Fu lui a salvarmi dalla tristezza decostruzionista, da morto.
Gilles Deleuze si è defenestrato dalla sua casa parigina il 4 novembre 1995, perché una grave insufficienza respiratoria lo aveva ormai costretto in condizioni di vita molto difficili: non poteva stare in piedi né coricato, ma soltanto seduto e attaccato alla sua macchina respiratoria. Ricordo bene il giorno in cui Deleuze è morto perché ero a Strasburgo, me lo comunicò per telefono la mia ex ragazza (quella che odiava i professori universitari) e lo stesso giorno fu ucciso Rabin, il politico israeliano.
Il giorno che Deleuze si è suicidato e Rabin è stato ucciso avevo pensato così: se il buddismo dicesse il vero, dopo la morte l’anima si reincarna in altri corpi, allora perché non nel mio? Avevo iniziato a convincermi che poiché sentivo uno strano formicolio alla mente questo voleva dire qualcosa, era un segno della metempsicosi: era Gilles Deleuze che mi aveva scelto e veniva a reincarnarsi da me, almeno un pezzetto.
Avrei forse anche potuto immaginarmi che non fosse quella di Deleuze bensì l’anima dell’israeliano Rabin a teletrasportarsi fino a me. Ma di Rabin non mi importava nulla.

martedì 13 giugno 2017

Pixies, Un'onda di mutilazione (Wave of mutilation)

Basta resistere, ecco il mio addio
Guido l'auto nell'oceano
Penserai che io sia morto, invece navigo lontano
Su un'onda di mutilazione
Un'onda di mutilazione
Un'onda
Un'onda

Ho baciato le sirene, cavalcavo El Nino
Camminavo sulla sabbia insieme ai crostacei
Ho trovato la strada per Mariana
Su un'onda di mutilazione
Un'onda di mutilazione
Un'onda di mutilazione
Un'ondaUn'onda
Un'onda di mutilazione
Un'onda di mutilazione
Un'onda di mutilazione
Un'ondaUn'onda



Cease to resist, giving my goodbye
Drive my car into the ocean
You'll think I'm dead, but I sail away
On a wave of mutilation
A wave of mutilation
Wave of mutilation
Wave
Wave

I've kissed mermaids, rode the El Nino
Walked the sand with the crustaceans
Could find my way to Mariana
On a wave of mutilation
Wave of mutilation
Wave of mutilation
Wave
Wave
Wave of mutilation
Wave of mutilation
Wave of mutilation
Wave
Wave

venerdì 2 giugno 2017

Uno starnuto (Roman nouveau, 11)


Uno starnuto

Circa una settimana dopo aver trovato casa, mi sentivo finalmente tranquillo. Stavo per cominciare la mia nuova vita. Prima che cominciassero le lezioni avevo molte impellenze burocratiche da affrontare, perciò mi spostavo di continuo per la città, per ottenere il mio permesso di soggiorno e regolare tutte le questioni universitarie. Ma bighellonavo anche, provando un piacere delizioso nel percorrere le vie del centro cittadino. (Ovviamente il concetto di "centro" non ha molto senso, a Parigi, ma intendo i quartieri intorno all'Ile de la cité e lungo la Senna: il quartiere latino, Belleville, les Halles, il Marais, insomma tutti i primi arrondissements: quando mi spingevo oltre il mio decimo mi sembrava di andare in periferia).
Un mattino, stavo passando davanti alla Sorbona quando udii un potente starnuto alla mia destra e mi voltai. Lo starnutatore era Jacques Derrida. Fui subito certo che fosse lui e la certezza della sua apparizione mi lasciò stordito come da una botta: Derrida a un metro di distanza da me, Derrida al mio fianco! Derrida che starnutiva! La voce starnutente, il catarro, i germi di Derrida nel reale accanto a me.
Dubitai di me stesso, dei miei occhi e dell'apparizione quasi comica: forse era un'illusione, un abbaglio, poteva trattarsi di un signore qualsiasi vagamente somigliante al gran filosofo. Per qualche istante lo scrutai cercando di non farmene accorgere: era proprio lui. Aveva i capelli grigi di Derrida, la faccia e la giacca di Derrida. Si soffiò il naso in un bel fazzoletto di Derrida. Era Derrida, ne ero sicuro.
Che cosa ci faceva lì a un metro da me? Ma in efetti avrei piuttosto dovuto chiedermi che ci facevo io lì a Parigi a un metro da lui. A Parigi i grandi filosofi si potevano incontrare per strada! Ero circondato dai grandi filosofi contemporanei, come se fossero usciti dai loro libri per manifestarmi la loro autentica esistenza, redivivi Cristi del Sapere Assoluto incarnati di fronte a me, stupido incredulo santommaso.
Ero davanti alla Sorbona, dove dovevano andare i grandi filosofi se non nell'università più famosa al mondo? Ed eccomi lì a mia volta, non certo per diventare un grande filosofo mondiale – questo era da escludersi – ma almeno per respirare la stessa aria dei grandi filosofi, per vederli e ascoltarli, per parlare eventualmente con loro.
Derrida insomma era lì che si asciugava il naso col suo elegante fazzoletto di seta (non poteva essere fatto che di tale nobile tessuto).
Come si diceva "salute" in francese? A seconda del sistema culturale gli starnuti si trattano diversamente (in futuro avrei visto i miei amici francesi considerare barbara l'usanza, in effetti assurda, di mettersi la mano davanti alla bocca per ritrarla spruzzata del proprio muco). Che ne sapevo io se i francesi dicono “salute” quando uno sconosciuto starnutisce, come può accadere scherzosamente in Italia? E poi che senso aveva dire salute a Derrida? Avrebbe potuto pensare che io fossi un pazzo o uno scocciatore. Non avrei mai potuto dirgli in quella circostanza quanto lui fosse stato importante per la mia formazione, anche se adesso in effetti mi ero completamente allontanato da lui (salvo avvicinarmi geograficamente).
Già, questo era il vero problema: io con la sua filosofia non avevo più molto a che spartire, dunque, nonostante l'emozione per la sua presenza lì vicino a me, dovevo riconoscere che non c'era nulla da dirgli.
Derrida finì di tergersi il nobile viso, rimise in tasca il suo elegante pezzo di tessuto e riprese a camminare sul marciapiede di boulevard Saint Michel davanti alla Sorbona. Lo persi di vista. Era una chiarissima allegoria del mio rapporto con lui: la sua filosofia mi era esplosa in mezzo agli studi come un'epifania, come un boato, ma io non avevo un granché da ricavarne, poi lui era andato avanti e io non ero più riuscito a seguirlo. Del resto, a Parigi ero venuto per studiare Deleuze con Badiou...
Addio Derrida, tra noi probabilmente è finita. A tes souhaits, Jackie!