E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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mercoledì 5 luglio 2017

Soldi (Roman nouveau, 22)

Ho finora omesso (e si tratta proprio di omissione), l’ovvia considerazione per cui andare a Parigi richiedeva di avere a disposizione i soldi necessari per poterlo fare. Onestamente: fino ad allora i soldi me li aveva dati mio padre.
Tuttavia durante l'università non mi consideravo un figlio di papà mantenuto, perché quando avevo vinto il posto al Collegio Ghislieri avevo letto nel regolamento che con un reddito annuale minore di un tot si diventava alunni gratuitamente. I miei genitori erano separati e mia madre, da insegnante, aveva quel reddito. Perciò avevo spostato la mia residenza da lei, perché mi pareva giusto riuscire a fare i miei studi universitari in collegio senza pagare, per una specie di mio merito intrinseco che sentivo di avere.
Mio padre però si era accorto del mio cambio di residenza e l'aveva nuovamente spostata a casa sua senza dirmi nulla: quando me ne accorsi andai su tutte le furie ma lui sostenne assurdamente che avevo fatto una cosa illegale e che non potevo spostare la residenza siccome nella separazione dei miei genitori ero stato affidato a lui. Così, per i primi tre anni al Ghislieri mio padre dovette stupidamente pagarmi il collegio nel quale avrei invece potuto studiare gratuitamente. Al quarto anno riuscii a spostare nuovamente la residenza e a convincere il Rettore che doveva permettermi di non pagare nessuna retta.
Al secondo anno di università ero passato a filosofia, e mio padre aveva detto che da allora in poi avrei dovuto pagarmi tutto da solo. Non mi parlò per due mesi. Verso la fine del mio periodo universitario si era dato una calmata: si era ormai rassegnato al fatto che con una laurea in filosofia non avrei trovato molto presto e facilmente un lavoro decente.
Quando gli dissi che dopo la laurea volevo andare a studiare a Parigi, mio padre mi chiese rabbiosamente se non volevo far altro che studiare per tutta la vita. Poi però, siccome lo avevo convinto che avrei iniziato a tradurre il libro di Badiou e avrei guadagnato qualcosa, aveva acconsentito a mantenermi almeno per il primo anno di studi a Parigi.
A Parigi sì che ero un figlio di papà mantenuto. Oramai non mi ponevo nemmeno più la questione del merito: così volevo che fosse, e tanto mi bastava. Va detto però che lo stato francese mi aiutava a pagare l'affitto, dandomi la metà di ciò che spendevo per quell'appartamentino preso insieme a Yves.
Ma il venir meno della prospettiva di tradurre Deleuze. La clameur de l'être, di Alain Badiou, mi metteva davanti all’ipotesi di un fallimento economico assoluto.

Per fortuna c’era mio padre, che mi sosteneva economicamente controvoglia.

domenica 26 agosto 2012

L'educazione esistenziale dell'intellettuale squattrinato (intervista inedita e troppo personale a Gianluigi Ricuperati )

Lo scrittore e giornalista Gianluigi Ricuperati esordisce con un romanzo molto bello e toccante (Il mio impero è nell'aria, Minimum Fax), nel quale visita alcune possibilità contemporanee di inautenticità esistenziale e dolorosa. Il denaro, e l'ansia di disporne prendendolo a prestito, è uno dei motori narrativi delle vicende di Vic Gamalero (alter-ego virtuale dello scrittore?). Ma il rapporto con i genitori e l'amore ricevuto e dato, con una faticosa presa di coscienza, sono la vera chiave per comprendere questo libro, che merita letteralmente la definizione che il filosofo Gilles Deleuze dava di un'opera d'arte: blocco di sensazioni.

Vic Gamalero è un intellettuale - anche se tu non lo presenti come tale (diciamo che camuffi un po' il suo status sociale). Mi domando se la sua formazione incompleta e fluttuante, che lo porta a occuparsi di cose di cui non sa nulla pur essendone attratto, come l’architettura, sia un’implicita critica a un tipo di intellettuale odierno (quello postmoderno) oppure se tu abbia piuttosto voluto fotografare un tipo umano particolare, affetto da una debolezza di volontà slegata dal contesto storico.
La tua impressione è corretta. Vic Gamalero è un intellettuale, ma un intellettuale marginale dell'era hyper-finanziaria, con un cumulo di conoscenze e strumenti assai superiore a quelli richiestigli. È un intellettuale sottoutilizzato, come molti altri - in questo è una rappresentazione realistica, il romanzo, per nulla metaforica, a mio parere. Non sono d'accordo invece con la tua definizione di 'debolezza di volontà' riguardo alle azioni e ai pensieri di Vic. Mi pare invece l'esatto opposto: a intrappolarlo è un eccesso di volontà, con una totale assenza di strategia. Cos'è un intellettuale, se non un agente deputato alla produzione di conoscenza? Ecco, in questo senso Vic è capace di produrre conoscenza, pur nella sua volatilità e superficialità, tocca forse delle corde nascoste e abbastanza profonde all'interno dei 'sistemi' in cui s'infila più o meno lecitamente: l'architettura, la pubblicità, il recupero crediti, l'élite economica. Dice cose ‘vere’ - come direbbe Franca D'Agostini - rispetto al suo sfregamento con questi 'mondi', e anche rispetto a questi mondi in se stessi. Il punto è un altro. È che Vic, pur essendo a tutti gli effetti un agente della produzione di conoscenza, non si accontenta della conoscenza: vuole produrre realtà. Vuole influenzare i processi che accadono nella cosiddetta realtà: vuole influenzare gli altri, che sono parte consistente della 'realtà'. Per rovesciare il famoso motto coniato a mo' di titolo dal grande Tommaso Landolfi - uno degli eroi citati e nascosti di questo personaggio, con la sua languida attrazione per il nulla e per la creazione e la distruzione di valori, economici e sentimentali - 'cosa importa / se non la realtà'?

Nonostante si muova in un ambiente normalmente politico (c’è il cattolicesimo borghese dei genitori; viene anche evocatala figura di un giudice che combatte la mafia), Vic è un personaggio impolitico. Per esempio, abbandona l’Opus Dei nel giorno stesso della beatificazione di Escrivà de Balaguer; ci si potrebbe attendere un giudizio sul personaggio beatificato (notoriamente simpatizzante per il nazionalsocialismo), invece sembra quasi che Vic prenda le distanze dall'Opus Dei in virtù dell'ascolto del mitico disco dei Velvet Underground. Il tuo è cinismo verso la politica?
Impolitico è una definizione interessante. Considerazioni di un impolitico di Mann è uno dei miei libri prediletti e la sua posizione rispetto alle turbolenze ideologiche del 900 è per me un modello di relazione corretta (e impermeabile alle mode) di relazione fra un letterato e la politica. Come cittadino ho opinioni contraddittorie e screziate, pur all'interno di una generale adesione a ciò che potremmo chiamare liberalismo di sinistra: provo simpatia per Vendola, che ho conosciuto recentemente, ma ritengo che l'Italia abbia bisogno disperato di un nuovo Prodi. Generalmente giudico un politico verificando la sua attitudine verso la letteratura, perché in un mondo che emargina sempre di più il sapere letterario, sostenerlo e amarlo è per me prova di coriacea appartenenza al meglio del passato e coraggiosa diffidenza nei confronti di un futuro che sembrerebbe poco incline ai polverosi abissi gratuiti che allignano al fondo di ogni educazione letteraria. Io detesto gli scrittori che emettono giudizi semplicistici per bocca dei loro personaggi. Vic è indifferente alla beatificazione di Jose Maria Escrivà perché è rapito dalla testa ai piedi: completamente avvinto dalla scoperta di un meraviglioso disco che fa parte per me della storia della letteratura e dell'arte contemporanea non meno che della musica rock. La beatificazione è per lui un rito fatto da adulti morti. I Velvet e il loro mondo sono un rito fatto da giovani immortali.

Il bisogno di denaro di una persona “irregolare” ma di estrazione benestante è uno dei motori narrativi del tuo romanzo e ha una fortissima valenza emotiva e affettiva. A un certo punto però raffiguri in maniera grottesca un ricco miliardario che si priva di tutti i suoi soldi per motivi etici (un po’ come fece il filosofo Ludwig Wittgenstein). Non hai dato un’immagine troppo sbrigativa e ingenerosa di chi col denaro ha (o cerca di avere) un rapporto non egoistico?
Non credo. Anzi. È una storia vera, quella del miliardario, che ho di peso trasferito nella realtà romanzesca; occupa un momento importante del libro, e non contiene commenti del narratore, che in un romanzo trainato dal continuo commentare del narratore è un segno di appartenenza a uno status speciale: è un'isola di fuga da alcune dinamiche psicotiche dominanti nella narrazione, ma lasciata così, come una porta che si potrebbe aprire, o forse l'incipit di un romanzo futuro. Il fatto che il miliardario, privandosi del proprio capitale progressivamente e radicalmente, finisca col compiere alcune gesta obbiettivamente grottesche (come cercare di farsi espiantare il fegato in un disperato bisogno di ‘donare’ anche parti del corpo) certamente fa acquisire un punto alla squadra di coloro che ritengono l'istinto alla proprietà e al difenderla un tratto 'naturale’ e non troppo modificabile culturalmente (cioè eticamente). Non ti dirò come la penso, anche se è facile intuirlo. Però ti dirò questo: nella mia vita, personale intendo, ho sperimentato e sperimento delle pulsioni verso la generosità che trovo talvolta inquietanti: cioè mi appaiono come inversioni della natura, sebbene possiedano l'indubbia qualità di farmi stare molto bene. È come dire: non essere egoisti con la proprietà e con le proprie cose (materiali e immateriali) rende un po' più felici e un po' più strani, irregolari rispetto al decorso umano.

Ti ho sentito dichiarare che il tuo potrebbe essere il primo “personaggio post-berlusconiano” della letteratura italiana contemporanea. Ma per configurare alternative antropologiche al berlusconismo imperante non ci vorrebbe un personaggio un po’ più engagé di Vic, che rispetto all'Italia contemporanea appare comunque come un outsider (e anche piuttosto simpatico)?
I personaggi engagé producono talvolta letteratura che non suscita interesse, almeno in me. Io credo che la svolta antropologica non dipenderà dalla letteratura o dal cinema, ma da un complesso, troppo complesso coincidere di effetti e conseguenze – un incrocio fra un crollo e una prova d'orchestra. I personaggi che m'interessano di più sono i faccendieri, figuriamoci se può funzionare l'engagement di un faccendiere...

A differenza di Vic tu non sei certo un intellettuale disorientato e in crisi con la realtà: Vic rappresenta un destino che hai pensato possibile per te?
Sono disorientato, ma non in crisi con la realtà. Mi piace maneggiarla, affrontarla, influenzarla per come posso. Il destino di Vic è esattamente l'opposto, e spero con ogni vivacità d'animo che non sia il mio.

Mi pare che il tuo romanzo si presterebbe molto bene a una versione cinematografica: ci sono progetti in questo senso?

Sarebbe cosa buona e giusta. Ci sono contatti ma per ora non posso dire nulla.

martedì 10 gennaio 2012

Florilegio impopolare e anti-demagogico a cura della redazione di Carmilla [http://www.carmillaonline.com/]



Parole di Massimo Mantellini, Antonio Moresco, Carlo Lucarelli, Adriano Prosperi, Wu Ming, Massimo Roccaforte, Girolamo De Michele, Michela Murgia, Antonio Pennacchi, Evelina Santangelo, Luca, Alain Badiou.



http://www.carmillaonline.com/archives/2010/09/003608.html



"[...] L’Einaudi non è Berlusconi, perché quest’ultimo passa, mentre l’Einaudi resterà. Resterà il catalogo, per dirla con Valter Binaghi, “poeticamente più sovversivo del mondo”. Resterà quel soggetto, quella voce nel dibattito culturale e civile.Quindi [...] bisogna TENER DURO, “resistere un minuto più del padrone”. Bisogna lottare dentro, per salvaguardare i margini e gli spazi di autonomia rispetto alla proprietà, per riequilibrare con mosse “buone” ogni concessione o cedimento, ogni eventuale “scivolone”. Date un’occhiata al catalogo e vedrete quali e quante sono le mosse “buone”. Abbiate un po’ di pazienza e vedrete, quest’autunno, alcune uscite strategicamente fondamentali..."


o
Marco Pasquini Ma gli intellettuali devono aspettarsi di essere compresi dal popolo?


o
Francesco Falco aspettiamo il primo genna einaudiano, mentre ora si viaggia su quello minimumfaxiano...

oEva Carriego ‎'Popolo' sta diventando un termine tipicamente berlusconiano: che tempi. Ho letto quasi tutto l'articolo, bay-passando i passaggi per me più noiosi, e lo condivido. Francamente, ho pensato fin da subito che si trattasse di questione di lana caprina.

oGiuseppe Genna Pennacchi strepitoso.

oEva Carriego ‎'contraddizioni in seno alla borghesia' è notevole: è un personaggio, a volte troppo.

oMarco Parlato ‎@Eva Carriego: ormai gli scippi lessicali di berlusconi non si contano più. Non possiamo più usare popolo, libertà, ironia, moralità e tanti altri senza provare un senso di ribrezzo.

oBruna Caffa Noto il fatto che nelle parole di Vito Mancuso c’è la manifestazione di un gesto che non pretende dagli altri la stessa conclusione a cui lui è arrivato, ovvero il suo allontanamento dalla Mondadori per incompatibilità col suo modo di sentirsi all’interno dell’azienda, Noto al contrario in quelle degli altri la critica nei suoi confronti e la pretesa di sapere come si deve unicamente agire

oMarco Pasquini Mio padre che faceva l'operaio alla FIAT negli anni settanta, era un collaborazionista o un operaio proletario?

oEva Carriego Secondo una scuola di pensiero, un operaio collaborazionista.

oMarco Pasquini Mumble... e quale sarebbe questa scuola?

oGiuseppe Genna Bruna, tu noti quanto appare, che non è quanto è. Io conosco quello che Pennacchi chiama 'il teologo', più di un decennio fa lavorai assieme a lui: credimi, siamo nel regno delle apparenze.

oRoberto Vignoli Sottoscrivo parola per parola i due editoriali di Mancuso su Repubblica, il resto è solo arrampicarsi sugli specchi per difendere scelte indifendibili

oEva Carriego Quella che dice che se sei uno scrittore e non abbandoni Mondadori e/o satelliti, indipendentemente da ciò che scrivi e da quanto fai fatturare all'azienda, te ne freghi dell'etica, della politica e della religione (a volte) rimanendo a busta paga del padrone.

oGiuseppe Genna
Ecco, Marco - la questione sarà annosa ma è proprio questa.
Siccome la società capitalista è crudele, perché non ce ne andiamo tutti? Siamo delle merde ciniche che voltano la faccia davanti alle stragi rumorose o siloenziose compiute in nome... del nostro calorifero?Mostra tutto

oMarco Pasquini ‎@Roberto: penso che il discorso sia un po' più complesso. Ci sono alternative? E quali?

oMarco Pasquini ‎@Giuseppe: qualcuno diceva che ribellarsi da soli è anarchia, ribellarsi in un gruppo organizzato è rivoluzione. L'alternativa semplicemente non esiste.

oRosella Postorino grazie, giuseppe, di avermi taggata.

oBruna Caffa Allora che si rimanga tutti ovunque e sempre con l'illusione che tutto cambi. Non è mai successo

oEva Carriego Scusa, Marco Pasquini, ho dimenticato il riferimento nella risposta.

oMarco Pasquini ‎@Bruna: no, però non è con uno slogan che si cambiano le cose. Problemi complessi hanno soluzioni complesse.

oEmanuela Patti
Scrivere per Einaudi non essendo berlusconiani, scrivere per un giornale di destra se si è intellettuali di sinistra. Quella che negli ultimi mesi in particolare è diventata la popolarissima questione del riconoscimento non è sicuramente se...condaria, ma liquidarla oggi con il boicottaggio - lasciamo perdere le inutili mobilitazioni di "soli click" dei leoni di facebook (la mattina…), puri videogiochi di intrattenimento, è più che mai inefficace in un paese in cui il berlusconismo è talmente endemico che delimitare il dentro e il fuori è quasi impossibile.
Espatriare o restare? Questo dilemma non riguarda solo gli scrittori e le case editrici, ma tutti i settori (un esempio tra tutti, l’università). Non è più vantaggioso come una volta espatriare. Restare è la scelta più difficile, ma è anche l’unica che può avere un senso (aggiungo, etico) se si prende seriamente in considerazione la domanda “qual è il reale problema?” Riguardo al problema del riconoscimento il reale problema per gli scrittori è come essere impopolari (se il 'popolo' è quello che è nel 2010 in Italia ed ha interiorizzato il berlusconismo), non tanto decidendo di espatriare, ma con la scrittura stessa. Il coraggio di essere impopolari nella scrittura per rispondere appunto alla domanda (che ciascuno scrittore risponde a modo suo, reperendo il suo punto reale sul quale non recedere) qual è il reale problema?

oBruna Caffa Non è uno slogan, è una provocazione che non nasce dal nulla. La soluzione di problemi complessi non sta nel rimandarli o nel delegare altri a risolversi in un' azione perché sicuramente è tutto più semplice

oBruna Caffa Ma quale impopolarità se poi tutto produce profitto e viene riassorbito nel sistema, comprese le persone. Letteratura di frontiera, ma per chi? se per ogni situazione si dice che il problema è complesso e sono sempre gli altri a dover fare scelte di posizione concrete

oEdoardo Acotto
ma perché poi gli scrittori dovrebbero essere più militanti e più coerenti di qualsiasi antiberlusconiano non scrittore?
Non credo che tutti i dipietrini o i grillini o persino i comunisti evitino con accuratezza militante di comprare le mer...ci berlusconiane, che sono moltissime come sappiamo.
Perché mai lo scrittore, a meno di avere alternative significative, dovrebbe suicidarsi rinunciando a pubblicare per grandi case editrici? Parafrasando direi che scriptor sine publico imago mortis, con l'eccezione di Pessoa o forse appunto no.
Ci fosse una vera censura capirei, ma per ora mi pare che i casi siano pochi (un Belpoliti e un Saramago) e non generalizzabili.
L'autocensura, poi, è un rischio: ma qui il discorso si sposta sull'onestà intellettuale dello scrittore.Mostra tutto

oEdoardo Acotto E vogliamo porre la questione del rapporto degli intellettuali con il DENARO? Eludere la questione è ipocrita.
(Un giovane scrittore che tematizza la questione spesso in modo interessante è Gianluigi Ricuperati.)

oAlba Donati ma gli intellettuali non hanno perso una bella occasione per dimostrare che le annose discussioni su 'intellettuali e potere' sono questioni complesse e reali? a me continua a convincermi molto mancuso, per l'impostazione del problema innanzitutto. Il paragone con l'operaio collaborazionista non regge. Il rapporto editore-scrittore si basa sulla libertà (e sull'identità), quello tra operaio e padrone è un rapporto di costrizione

oGiuliana Bi
Provo a muovermi su un terreno neutro, per liberarmi dai miei pregiudizi su Berlusconi e Mancuso.
Facciamo finta che … io sia un bravissimo architetto dotato di grande talento e abbia partorito un’idea, un progetto. Sono certa della qualità... e della bontà del mio progetto.
L’unico in grado di realizzarlo é un costruttore corrotto, potente. Grazie al suo potere e ai suoi denari può “condizionare” la politica. Ottenere i permessi necessari, utilizzare mezzi illeciti e denaro sporco, insomma un criminale.
So che le sue finalità sono diverse dalle mie. A lui non interessa la parte ideale del mio progetto, lui è disposto a realizzare il progetto solo perché ha ben calcolato il vantaggio che ne ricaverà. Aumenterà il suo potere e il suo patrimonio e quindi il suo potere e il suo patrimonio e io contribuirò nella sua scalata.
Ora mi chiedo se un un artista, uno scrittore, un intellettuale non ponendosi un problema etico, accettando il male minore è in buona fede dicendosi e sostenendo che la sua opera é nell’interesse e nel bene comune e deve essere accessibile a tutti. Il fine giustifica i mezzi?
O in realtà l'ego ci mette lo zampino?
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oGiuseppe Genna
Come si desume dallo streaming di interventi su Carmilla, io non sono intervenuto, nemmeno nella discussione tra i redattori, via mail. Mi basta semplicemente dire che militare è mettere le mani nel fango e che con Giulio Einaudi io mi sare...i sentito personalmente a disagio, sebbene non come con Silvio Berlusconi. Ma col cavolo che mollo un luogo senza presidiarlo, facendone il "Libero" dell'editoria. Alba, la questione è davvero più complessa: per esempio, tutta la generazione di poeti è scomparsa, è scomparsa la poesia in Italia. Dimmi poi se il rapporto non è di costrizione, ma di edenica libertà, quando uno è necessitato alla creazione, impalando la sua vita sul valore umanistico assoluto che la creazione permette di irradiare.
Dissento completamente da quello che dice Roberto Vignoli, il quale mi offende, essendo io un autore che pubblica per Einaudi e sentendomi dare dell'arrampicatore sugli specchi, cosa che proprio non sono. Qui finisce quanto ho da dire sulla "annosa" questione, che per me non lo è, mentre che lo sia determina a mio giudizio uno stato di arretrata analisi politica da parte di una società - o forse dell'assenza proprio della politica.Mostra tutto

oPaolo Melissi la gabanelli lavora per la rai. quindi? una questione affrontata tempestosamente con l'illuminato daniele card. sepe

oEva Carriego
‎'Il rapporto editore-scrittore si basa sulla libertà (e sull'identità), quello tra operaio e padrone è un rapporto di costrizione.'
Gli scrittori mangiano come e più degli operai, la libertà non è esclusiva dello scrittore, il rapporto iden...tità sarebbe auspicabile ma non è di questo mondo. O, forse, neanche auspicabile: l'ordine determinato da autori che scrivono solo per editori della loro parte politica mi mette a disagio, in natura vince il disordine. Non sottovaluterei nemmeno il fatto che opere strepitosamente belle sono uscite da penne di autori affamati e pieni di debiti. Il bisogno è una spinta potentissima, e romantica, anche.Mostra tutto

oAlba Donati gius l'annosa questione non è annosa nemmeno per me, ma su questo argomento (che mi ha fatto pensare molto e parlare poco, tanto che è la prima cosa che 'esterno') ci sarebbe da confrontarsi sul serio e spero che lo faremo prima o poi anche sotto un albero di Largo Marinai d'Italia, fb è un pò costrittivo per questo tipo di approfondimento

oEmanuela Patti ‎@Edoardo Acotto: "ma perché poi gli scrittori dovrebbero essere più militanti e più coerenti di qualsiasi antiberlusconiano non scrittore?" io proverei a darmi una risposta a prescindere dalle categorie.

oRoberto Vignoli
Caro Giuseppe ovviamente non mi riferivo a te, il problema principale sono quelle macchine da bestseller chiamate Augias, Scalfari, Saviano, Rossanda e compagnia che pontificano ed editorialeggiano un giorno sì e l'altro pure sul conflitto ...d'interessi e contro Berlusconi e poi continuano ad arricchirlo. E' una questione innanzitutto di coerenza tra parole e comportamenti. In secondo luogo tutti questi autori sono in una posizione di forza tale che potrebbero permettersi gesti politici e simbolici come farà Mancuso con il suo addio, senza rimetterci, anzi. Altre grandi case editrici sono pronte a fargli contratti persino migliori, e non mi si dica che Rizzoli, Feltrinelli o le controllate del gruppo Mauri Spagnol non offrono altrettanta potenza promozionale e distribuitiva. Molto diverso è invece per tutti gli altri autori che non hanno questa posizione di forza, dai wu ming a genna e a tanti altri, per i quali, come ha scritto anche mancuso è comprensibile che prima si pensi a "vivere e poi a filosofare". Ma quello che trovo inaccettabile nei vostri ragionamenti è lo spudorato rivendicare la scelta di restare negando il problema o sostenendo di poter comunque influire e modificare le cose dall'interno. Se tutti coloro che hanno ancora un minimo di coscienza politica e sociale rinunciano a lavorare per una editoria e per una informazione realmente indipendente il berlusconismo, di destra, centro, sinistra, ha davvero vinto, e gli spazi liberi verranno sempre più prosciugati. E lo dico con amarezza, da persona che nella propria vita ci ha provato, pagando prezzi altissimi, e rinunciando quasi a tutto, a fare editoria indipendente, ed ora pur di lavorare, deve vendere l'anima a un altro grande editore di sx certo non con meno difetti di mondadori o einaudi... ma, ripeto, Saviano e altri big, diversamente da quasi noi tutti, sono invece nelle condizioni per poter mettere in pratica ciò che proclamano. La differenza è tutta qui.Mostra tutto

oEdoardo Acotto
‎@Giuseppe: "con Giulio Einaudi io mi sare...i sentito personalmente a disagio, sebbene non come con Silvio Berlusconi"

Ho un aneddotto su Rodari, proveniente da un suo diretto conoscente: un amico lo vide coi polsini lisi e gli domandò se a...vesse problemi. Lui rispose che ogni volta che andava da Einaudi a chiedere di pagarlo, quello gli rispondeva: Gianni, con gli amici non si parla di denaro!Mostra tutto

oEdoardo Acotto
APPLAUSI: "...mentre che lo sia determina a mio giudizio uno stato di arretrata analisi politica da parte di una società - o forse dell'assenza proprio della politica."

Mancuso fa bene ad andarsene, se vuole e può, anche perché da un cattoli...co chiedo un po' più di coerenza, giusto per alzare la media dei suoi correligionari.
Ma che gli ipocriti perbenisti di sinistra contino fino a 100 e pensino a quello che hanno fatto LORO CONTRO BERLUSCONI negli ultimi 20 anni prima di indicare negli scrittori il capro espiatorio di turno.

(E basta con la stupida malafede: il lavoro intellettuale non è un privilegio da rentiers!)

oEdoardo Acotto
Facciamo un altro esempio, secondo me calzante perché viviamo il Secondo Ventennio italiano: notoriamente Gentile per la Treccani ricorreva alla collaborazione di vari intellettuali antifascisti, tra cui Aldo Capitini.
Se il paragone regge, ...costoro avrebbero dovuto rinunciare, per non essere tacciati di collaborazionismo. E all'epoca qualcuno avrebbe potuto rimproverarli di non preparare alcun futuro.
Invece essi l'hanno preparato ed è stato indubitabilmente migliore.

I francesi ci hanno insegnato a pensare al futuro anteriore: un giorno Berlusconi non ci sarà più, e SARA' STATO GIUSTO non autodistruggersi come autori...

o
Edoardo Acotto
‎@Emanuela io la risposta me la do eccome, ed è la seguente.
che non si vuole ammettere che la differenza tra lavoro manuale e intellettuale si sta progressivamente abolendo con la proletarizzazione del secondo (così come sta scomparendo la ...piccola borghesia che si proletarizza vieppiù).
Perciò che si ipostatizzi la posizione dello Scrittore trasformandolo in Capro, è un facile modo per alleggerirsi del proprio senso di colpa per essere impotenti di fronte a Berlusconi, e più in generale di fronte al Capitale.

L'attacco agli scrittori "collaborazionisti", insomma, mi pare il tipico stupido gesto piccolo borghese di chi si sente affogare nella rivoluzione fascista e vuol credere che la colpa non sia anche sua.

Ciò detto, mi pare anche di scorgere una differenza tra chi fa dell'etica l'oggetto esplicito del proprio lavoro intellettuale e chi invece tematizza altri oggetti culturali: Mancuso sarebbe incoerente a non andarsene, ma per un antiberlusconiano che scriva di sport, la contradddizione mi parrebbe assai minore, e via graduando a seconda del CONTENUTO ETICO del lavoro di ognuno.
Il criterio della coerenza per me non è tra l'armonia tra antiberlusconismo e datore di lavoro, bensì tra parole e azioni: se in un libro Einaudi io scrivessi "non bisogna pubblicare per Einaudi" allora la contraddizione performativa sarebbe lampante e le conseguenze un fecondo campo di battaglia.

PS: le categorie pensate non sono merda, a differenza di quelle stereotipiche, bensì uno dei sacri frutti del lavoro analitico di filosofi scrittori e intellettuali.

PS2: mi sono appena dato un'idea: ora propongo a Einaudi un libro intitolato "Non pubblicare per Einaudi" :-D