E’ tutta,
In ogni umano stato, ozio la vita,
Se quell’oprar, quel procurar che a degno
Obbietto non intende, o che all’intento
Giunger mai non potria, ben si conviene
Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
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mercoledì 26 novembre 2014
domenica 8 dicembre 2013
Matteo Renzi e la nave Argo
Avete presente la storiella filosofica della nave Argo? Durante il viaggio in mare vengono cambiati i suoi pezzi uno a uno, così alla fine del viaggio la nave non ha più nemmeno un pezzo di quelli originari.
I pezzi vecchi però esistono ancora, sono stati conservati e li puoi rimontare nel tuo cortile e ricomporre la nave. A quel punto però ci saranno due navi: qual è la vera Argo, quella in porto coi pezzi nuovi o quella in cortile coi pezzi vecchi?
I pezzi vecchi però esistono ancora, sono stati conservati e li puoi rimontare nel tuo cortile e ricomporre la nave. A quel punto però ci saranno due navi: qual è la vera Argo, quella in porto coi pezzi nuovi o quella in cortile coi pezzi vecchi?
Io sono uno di quelli che danno "la risposta dell'antiquario": la vera nave è quella fatta di pezzi vecchi, anche se sono stati sostituiti uno a uno (meglio, così non si sono deteriorati completamente).
Ora, pensate a una vecchia nave chiamata Sogno Di Una Cosa... Mentre era in mare i suoi pezzi sono stati tutti sostituiti con pezzi nuovi, di magnifica apaprenza, anche se talvolta sotto lo smalto meraviglioso sono fradici e lasciano passare l'acqua.
Vogliamo provare a rimontare i pezzi vecchi e a rimettere in mare la vecchia nave gloriosa? Spetta solo a noi.
Ora, pensate a una vecchia nave chiamata Sogno Di Una Cosa... Mentre era in mare i suoi pezzi sono stati tutti sostituiti con pezzi nuovi, di magnifica apaprenza, anche se talvolta sotto lo smalto meraviglioso sono fradici e lasciano passare l'acqua.
Vogliamo provare a rimontare i pezzi vecchi e a rimettere in mare la vecchia nave gloriosa? Spetta solo a noi.
martedì 19 novembre 2013
Intuizione, 12 (Infanzia e rivoluzione)
Fino a qualche anno fa non mi dispiaceva l'idea di morire su una barricata, combattendo contro un golpe fascista.
Da quando ho un figlio, invece, penso spesso con ansia che se il sistema sociale italiano crollasse, se si creasse una situazione rivoluzionaria a rischio di violenta repressione poliziesco-militare e conseguente restaurazione tecnodittatoriale, la mia unica preoccupazione sarebbe Agostino, mio figlio. Come metterlo in salvo? Come preservarlo dalla violenza?
Da quando ho un figlio, invece, penso spesso con ansia che se il sistema sociale italiano crollasse, se si creasse una situazione rivoluzionaria a rischio di violenta repressione poliziesco-militare e conseguente restaurazione tecnodittatoriale, la mia unica preoccupazione sarebbe Agostino, mio figlio. Come metterlo in salvo? Come preservarlo dalla violenza?
Come tollerare che un bambino sia esposto al male degli uomini adulti? Lo so, sembra che tolleriamo quotidianamente che ciò avvenga, ma io credo che in realtà non lo tolleriamo affatto, chi più chi meno siamo tutti pronti a ribellarci fino alla morte per difendere un qualsiasi bambino, un qualsiasi debole, un qualsiasi oppresso: sono immagini sostanziali di noi stessi, della nostra stessa precarietà e finitezza. Gli atti di eroismo di persone comuni si spiegano così, con l'istinto altruistico e l'amorosa cooperazione che nella nostra terribile specie convivono accanto ai peggiori istinti egoistici e distruttivi.
Ho pensato a come potevano vivere i genitori nei primi giorni di una dittatura come quella cilena. Che cosa pensavano le mamme e i papà mentre i feroci assassini fascisti cominciavano a sterminare sistematicamente i cileni democratici?
Ho improvvisamente intuito che non potevano pensare ad altro che ai loro bambini, la cui vita era cognitivamente protetta - fino al momento del disastro reale - dall'angoscia della guerra e della morte. Probabilmente prima di essere catturati e annientati, molti cileni giocavano coi loro bambini esattamente come prima, si sforzavano di farlo, per non turbare la meccanica e biologica calma irrequieta della quotidianità infantile.
Ho improvvisamente intuito che non potevano pensare ad altro che ai loro bambini, la cui vita era cognitivamente protetta - fino al momento del disastro reale - dall'angoscia della guerra e della morte. Probabilmente prima di essere catturati e annientati, molti cileni giocavano coi loro bambini esattamente come prima, si sforzavano di farlo, per non turbare la meccanica e biologica calma irrequieta della quotidianità infantile.
Ha ragione Deleuze, i bambini sono la pura immanenza e il loro essere mondano è in qualche senso perfetto.
Ora so che se cominciasse la rivoluzione io dovrei guardare dentro la sfera del mondo del mio bambino per trarne luce e quiete.
Fino all'ultimo istante.
venerdì 6 settembre 2013
Leggendo "Organizing for the Anti-Capitalist Transition", di David Harvey
L'articolo di David Harvey "Organizing for the Anti-Capitalist Transition" si trova qui.
Espungo e commento questo paragrafo programmatico: "We urgently need an explicit revolutionary theory suited to our times. I propose a "co-revolutionary theory" derived from an understanding of Marx's account of how capitalism arose out of feudalism. Social change arises through the dialectical unfolding of relations between seven moments within the body politic of capitalism viewed as an ensemble or assemblage of activities and practices:
a) technological and organizational forms of production, exchange, and consumption
b) relations to nature
c) social relations between people
d) mental conceptions of the world, embracing knowledges and cultural understandings and beliefs
e) labor processes and production of specific goods, geographies, services, or affects
f) institutional, legal and governmental arrangements
g) the conduct of daily life that underpins social reproduction."
Espungo e commento questo paragrafo programmatico: "We urgently need an explicit revolutionary theory suited to our times. I propose a "co-revolutionary theory" derived from an understanding of Marx's account of how capitalism arose out of feudalism. Social change arises through the dialectical unfolding of relations between seven moments within the body politic of capitalism viewed as an ensemble or assemblage of activities and practices:
a) technological and organizational forms of production, exchange, and consumption
b) relations to nature
c) social relations between people
d) mental conceptions of the world, embracing knowledges and cultural understandings and beliefs
e) labor processes and production of specific goods, geographies, services, or affects
f) institutional, legal and governmental arrangements
g) the conduct of daily life that underpins social reproduction."
Cominciamo da d) "rappresentazioni mentali del mondo, relative alle conoscenze, alla cultura e alle credenze". Sembra urgente impadronirsi in prospettiva rivoluzionaria (o almeno violentemente riformista) di un'immagine corretta dei risultati delle neuroscienze. Se l'idealismo hegeliano ha fornito al marxismo la base per pensare la coscienza come autocoscienza, trasformando la dialettica servo-padrone in quella proletario-capitalista, ora quell'immagine risulta inadeguata, non solo rispetto alle narrazioni contemporanee - il che ci lascerebbe in un contesto relativistico, per cui se si parla di x bisogna considerare x come reale a prescindere dal suo fondamento materiale - ma anche da un punto di vista scientifico: la coscienza non può più essere compresa o almeno tematizzata senza fare ricorso al patrimonio delle conoscenze neuroscientifiche. La coscienza, il mentale in genere, oggi non può più trovare una definizione puramente nominale, anche se molta filosofia (continentale ma anche analitica) pensa ancora di potersi muovere in un recinto asettico, in disparte rispetto alle neuroscienze.
Ma per non buttare via il bambino con l'acqua sporca possiamo, e anzi dobbiamo, mantenere il nucleo razionale e motivazionale della dialettica, e cioè la necessaria opposizione tra individui appartenenti a classi sociali diverse, avviandoci però a una corretta ed efficace naturalizzazione del nostro pensiero politico rivoluzionario.
Ma per non buttare via il bambino con l'acqua sporca possiamo, e anzi dobbiamo, mantenere il nucleo razionale e motivazionale della dialettica, e cioè la necessaria opposizione tra individui appartenenti a classi sociali diverse, avviandoci però a una corretta ed efficace naturalizzazione del nostro pensiero politico rivoluzionario.
I neuroscienziati cognitivi (Lakoff), gli psicologi evoluzionisti (Tomasello), i biologi e gli etologi, parlano di attitudine genetica alla cooperazione (intuizione propria di alcuni teorici anarchici come Kropotkin, opposta all'erronea idea marxiana - e di un certo anarchismo - della natura umana come tabula rasa, quindi completamente plasmata dalla società).
Nessun rivoluzionario del XXI secolo, o semplicemente nessun sincero progressista può ignorare che l'animale uomo ha una struttura materiale, cognitiva e comportamentale a partire dalla quale soltanto è possibile pensare e realizzare l'azione politica.
La domanda è dunque la seguente: come intervenire politicamente in modo efficace, da sinistra?
Coloro che ritengono che l'unica risposta possibile a questa domanda sia l'accettazione del capitalismo, avrebbero naturalmente l'onere di dimostrare che il mercato, con le sue "leggi" mortifere ("onora il profitto" ha il triste corollario dello scarso valore, o nullo, della vita umana rispetto al profitto) si adatti alla struttura materialmente cognitiva dell'essere umano. Ma non possiamo aspettarci che chi esercita il dominio si senta costretto a fornire una simile dimostrazione. L'onere spetta dunque a noi anticapitalisti (comunisti e anarchici): come potremo produrre una nuova narrazione anticapitalista che abbia la possibilità di affermarsi nel proletariato mondiale? (I paesi occidentali devono ormai essere considerati una periferia estrema e residuale del movimento anticapitalista).
[to be permanently continued]
Nessun rivoluzionario del XXI secolo, o semplicemente nessun sincero progressista può ignorare che l'animale uomo ha una struttura materiale, cognitiva e comportamentale a partire dalla quale soltanto è possibile pensare e realizzare l'azione politica.
La domanda è dunque la seguente: come intervenire politicamente in modo efficace, da sinistra?
Coloro che ritengono che l'unica risposta possibile a questa domanda sia l'accettazione del capitalismo, avrebbero naturalmente l'onere di dimostrare che il mercato, con le sue "leggi" mortifere ("onora il profitto" ha il triste corollario dello scarso valore, o nullo, della vita umana rispetto al profitto) si adatti alla struttura materialmente cognitiva dell'essere umano. Ma non possiamo aspettarci che chi esercita il dominio si senta costretto a fornire una simile dimostrazione. L'onere spetta dunque a noi anticapitalisti (comunisti e anarchici): come potremo produrre una nuova narrazione anticapitalista che abbia la possibilità di affermarsi nel proletariato mondiale? (I paesi occidentali devono ormai essere considerati una periferia estrema e residuale del movimento anticapitalista).
[to be permanently continued]
sabato 2 marzo 2013
CE N'EST QU'UN DEBUT (pensieri entusiasti del post-tsunami)
basta con l'intellettuale organico e anche con
quello inorganico, con il suo sex appeal sudaticcio e appiccicoso: è
giunto il momento dell'INTELLETTUALE SENZ'ORGANI
venerdì 6 luglio 2012
Appunti incomprensibili a me stesso sulla politica liquida
Sovrapposizioni, intersezioni, rifrazioni di identità sociopolitiche disperse e forse illusorie. La Classe Universale non esiste.
L'unico modo per combattere oggi è moltiplicare le AZIONI, attuali e/o virtuali.
Democrazia assoluta delle azioni.
Il mezzo: la Rete.
***
La sinistra non c'è più. Dopo avere rivendicato l'identità di comunisti abbiamo tenuto duro dicendoci di sinistra. Infine abbiamo compreso l'importanza della azioni più e prima che quella delle parole.
***
Due epoche storiche novecentesche tornano insistentemente nelle similitudini: gli anni '20 e '30 e gli anni '70.
Anche noi siamo presi in una "mobilitazione totale" (Junger), ma non c'è più alcun Operaio che possa incarnarla, nemmno in senso reazionario e fascista.
***
I fascisti non fanno più paura perchè la loro essenziale rigidità li rende inesistenti rispetto alla liquidità dell'epoca. Quelli che fanno paura sono i tecnici, perché possono facilmente essere sprovvisti di morale e spirito cooperativo.
***
La televisione è cattolica e reazionaria, la Rete è protestante e rivoluzionaria.
***
Domande sulla teoria storico-metafisica dei media, elaborata dal mio peggiore amico.
Mi convince tutta la questione dell'avvento dei nuovi media stampa, poi radio, poi televisione, poi Rete.
Se non sbaglio una conseguenza è il venir meno della "lotta di classe", concetto dubbio fin dal suo inizio. Ci sarebbero ora i neomediatici e i veteromediatici, variamente aggregati (la combinatoria con le variabili sociali è da considerare: internet è un medium abbastanza povero, in proporzione sicuramente più dei primi libri).
Si finisce con l'attribuire un ruolo storico alle avanguardie purché trovino il loro medium giusto?
E' finalmente venuto il momento dell'avanguardia anarchica?
La reazione della retroguardia quale potrebbe essere? In Oriente (sic!) Liquidfeedback è impossibile: chi dice che rimarrà possibile a lungo anche in Occidente? La repressione non potrebbe sconfiggere la Rete?
Pirati Indiani? La democrazia lì c'è già.
Il Digital Divide si sconfigge con un megaprogramma di sviluppo della Rete?
Quali sono le condizioni storico-materiali-metafisiche che permettono l'azione efficace di un'avanguardia anarchica?
Perché in Italia l'anarchismo è sempre stato minoritario rispetto al socialismo e al comunismo? Il cattolicesimo è un medium? Se sì, ha bisogno di una centrale fisica come lo Stato della Chiesa? Possiamo immaginare uno scontro finale Rete/Chiesa cattolica?
(Non a caso nel PP già si mette mano ai patti lateranensi...).
L'unico modo per combattere oggi è moltiplicare le AZIONI, attuali e/o virtuali.
Democrazia assoluta delle azioni.
Il mezzo: la Rete.
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La sinistra non c'è più. Dopo avere rivendicato l'identità di comunisti abbiamo tenuto duro dicendoci di sinistra. Infine abbiamo compreso l'importanza della azioni più e prima che quella delle parole.
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Due epoche storiche novecentesche tornano insistentemente nelle similitudini: gli anni '20 e '30 e gli anni '70.
Anche noi siamo presi in una "mobilitazione totale" (Junger), ma non c'è più alcun Operaio che possa incarnarla, nemmno in senso reazionario e fascista.
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I fascisti non fanno più paura perchè la loro essenziale rigidità li rende inesistenti rispetto alla liquidità dell'epoca. Quelli che fanno paura sono i tecnici, perché possono facilmente essere sprovvisti di morale e spirito cooperativo.
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La televisione è cattolica e reazionaria, la Rete è protestante e rivoluzionaria.
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Domande sulla teoria storico-metafisica dei media, elaborata dal mio peggiore amico.
Mi convince tutta la questione dell'avvento dei nuovi media stampa, poi radio, poi televisione, poi Rete.
Se non sbaglio una conseguenza è il venir meno della "lotta di classe", concetto dubbio fin dal suo inizio. Ci sarebbero ora i neomediatici e i veteromediatici, variamente aggregati (la combinatoria con le variabili sociali è da considerare: internet è un medium abbastanza povero, in proporzione sicuramente più dei primi libri).
Si finisce con l'attribuire un ruolo storico alle avanguardie purché trovino il loro medium giusto?
E' finalmente venuto il momento dell'avanguardia anarchica?
La reazione della retroguardia quale potrebbe essere? In Oriente (sic!) Liquidfeedback è impossibile: chi dice che rimarrà possibile a lungo anche in Occidente? La repressione non potrebbe sconfiggere la Rete?
Pirati Indiani? La democrazia lì c'è già.
Il Digital Divide si sconfigge con un megaprogramma di sviluppo della Rete?
Quali sono le condizioni storico-materiali-metafisiche che permettono l'azione efficace di un'avanguardia anarchica?
Perché in Italia l'anarchismo è sempre stato minoritario rispetto al socialismo e al comunismo? Il cattolicesimo è un medium? Se sì, ha bisogno di una centrale fisica come lo Stato della Chiesa? Possiamo immaginare uno scontro finale Rete/Chiesa cattolica?
(Non a caso nel PP già si mette mano ai patti lateranensi...).
mercoledì 16 febbraio 2011
Una mia mail nel dibattito su una lista civica per i beni comuni, a Torino
La direzione indicata da Ugo Mattei mi sembra la migliore e la più forte, sia dal punto di vista teorico che pratico: chi vorrà impegnarvisi non ha la garanzia della vittoria, ma non stiamo giocando né facendo una guerricciola politica
Vogliamo riconfigurare una nuova sinistra veramente e fortemente riformista (il che significa più rivoluzionaria di qualsiasi prospettiva rivoluzionaria libresca e puramente mentalistica) a partire dalle nuove idee proprie dello spirito del tempo, di cui la nozione di “beni comuni” appare essere una possibile chiave di volta.
Non si dica che è tardi per un simile esperimento, perché molti di noi auspicavano scelte di questo genere DA MESI, quindi semmai, sono gli attendisti che ora devono accelerare il ritmo per unirsi alla corsa comune di una sinistra che immobile non era proprio, almeno nel guazzabuglio interiore delle passioni.
L’unica obiezione virtualmente preoccupante cui mi pare si debba rispondere è la seguente: e se non riusciamo? Ebbene, perché non rivoltare la domanda così: se scegliessimo la via più facile, cioè tentare di eleggere almeno un rappresentante scelto in seno alla sinistra istituzionale, QUESTO CHE COSA CAMBIEREBBE? Dobbiamo accontentarci di sperare di venire talvolta ascoltati per finta oppure dobbiamo cercare di imporre sulla scena pubblica nuove parole d’ordine che – come ieri diceva benissimo Ugo – non siamo noi a comandare ma si stanno imponendo alle masse per la loro forza oggettiva?
Dobbiamo impegnarci per tentare di avere una voce critica nel deserto politico o vogliamo provare a ribaltare il tavolo irrompendo sulla scena politica con una forza nuova, una rappresentanza rinnovata, idee chiare distinte oneste e forti, elaborazioni nuove e profonde, parole fresche e autentiche e non cariche di una storia pur nobile ma ormai logorata dal tempo e dalla sorte?
Io non ho dubbi: se le domande che pongo sono giuste, bisogna rispondere con coraggio e passione che CERTAMENTE NOI NON CI ACCONTENTIAMO PIU’ DI UNA SINISTRA CHE SI ACCONTENTA.
Tentiamo la nostra sorte, mobilitiamo la cittadinanza tutta (perché su questi temi ho la certezza che sia persino possibile raccogliere simpatie da chi è estraneo alla sinistra), diamoci da fare e facciamoci vedere: se riusciamo sarà un trionfo politico e morale, se falliamo sarà comunque un coraggioso e onorevole tentativo, meglio che deperire stando alla finestra.
L’unico almeno per il quale io mi senta di battermi fino in fondo senza riserve.
Cari saluti
Edoardo Acotto
giovedì 9 dicembre 2010
Alfonso Petrosino e la rivoluzione di Acotto
Edoardo dice che per l'anno prossimo,
un anno, e avremo finalmente la
rivoluzione; o, meglio, ci sarà.
Come se fosse una stagione e fossimo
foglie che cadono dagli alberi anzi
foglie che spuntano tra i rami. La
visione opposta, a questo punto, tra
le due stagioni è roba da romanzi
e in quanto tale interessante, ma
più suscettibile di ramanzine
che di dibattiti e dibattimenti.
E noi? Saremo in grado noi? Chissà.
Perché si parla tanto, ma alla fine
un anno è una questione di momenti.
(Alfonso Maria Petrosino)
un anno, e avremo finalmente la
rivoluzione; o, meglio, ci sarà.
Come se fosse una stagione e fossimo
foglie che cadono dagli alberi anzi
foglie che spuntano tra i rami. La
visione opposta, a questo punto, tra
le due stagioni è roba da romanzi
e in quanto tale interessante, ma
più suscettibile di ramanzine
che di dibattiti e dibattimenti.
E noi? Saremo in grado noi? Chissà.
Perché si parla tanto, ma alla fine
un anno è una questione di momenti.
(Alfonso Maria Petrosino)
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