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giovedì 23 settembre 2010

Cognizione sociale, social network e partecipazione politica. Traccia per un vecchio discorso. (2009)

Partecipazione e identità.
Le teorie psicologiche dell’identità sociale (si potrebbe dire “identità tout court” se si accetta che “il soggetto è ‘originariamente sociale’, è cioé sin dalla nascita inserito in una rete di rapporti con gli altri, parte della sua identità sarà determinata dall’appartenenza a gruppi”, Catellani, p.153) hanno messo in luce che l’identità sociale è definita da quella parte dell’immagine che un individuo si fa di se stesso, che deriva dalla consapevolezza di appartenere a un gruppo (o gruppi) sociale, unita al valore e al significato emozionale associati a tale appartenenza.
Si riteneva che fosse importante la “distintività positiva” del gruppo di appartenenza, ma sviluppi più recenti della teoria hanno messo in luce che l’appartenenza a un gruppo domina persino sulla positività dell’immagine del gruppo stesso. In altre parole, gli individui sembrano preferire appartenere a un gruppo eventualmente non connotato positivamente piuttosto che a un gruppo valutato come positivo ma non abbastanza identificabile (p.154).
Tralasciando gli ovvi commenti che si potrebbero fare su questo punto riguardo alla specificità dei tanti gruppi sociali connotati negativamente caratteristici del nostro paese (penso subito ai giovani concittadini di Roberto Saviano che lo accusano di avere infamato la loro città...) mi pare che questa ipotesi sia da prendere seriamente in considerazione per tentare una spiegazione del perché la sinistra abbia perso e stia tuttora perdendo consensi. Lungi dal voler ipostatizzare le identità, che sappiamo tutti, noi postmoderni e post-postmoderni, essere molteplici, frammentarie, aperte, creative, dinamiche e spesso ambigue, tuttavia è chiaro che per molti italiani è diventato oscuro che cosa significhi praticare la propria appartenenza alla Sinistra perché la Sinistra non ha più un’identità positiva chiara e distinta.
La Sinistra italiana ha coltivato troppo la distintività differenziale, a scapito dell’identificazione positiva.
Come dice Lakoff, con tutta la semplificazione possibile a uno psicolinguista americano che si occupa di politica: non bisogna utilizzare i frames concettuali degli avversari ma bisogna proporre i propri.
Se questo è stato fatto è stato fatto poco e male.


Partecipazione e NTIC
In un articolo intitolato E-democracy e politiche per la partecipazione dei cittadini, la sociologa Anna Carola Freschi sostiene l’importanza delle cosiddette NTIC relativamente all’opportunità di relazione sociale fra soggetti prima isolati, minoritari e dispersi e alla costruzione di identità sociali nuove:

“La disintermediazione dei flussi di comunicazione e la loro pluralizzazione – legata a bassi costi e crescente agilità nell’uso attivo dei nuovi media - hanno rafforzato le opportunità di relazione sociale fra soggetti prima isolati, minoritari e dispersi, con scarse risorse per accedere alla sfera pubblica attraverso il sistema mass mediale, se non attraverso canali consolidati e logiche specifiche, con tutti i costi derivanti in termini di condizionamenti forti nella costruzione di identità sociali nuove, dotate di una sufficiente autonomia.”

Che cosa siano queste nuove identità sociali autonome costruibili anche (non solo!) grazie alle NTIC è naturalmente un punto problematico, del tutto subordinato al nostro concetto di identità, oggi spesso declinato secondo la modalità della postmodernità liquida.
Mi interessa di più l’idea che vi siano opportunità di relazione sociale fra soggetti prima isolati, minoritari e dispersi. Mi interessa, evidentemente, perché mi riguarda... Fin dal 2001, nei mesi che precedettero il tragico contro-G8 di Genova, il social-network (allora la chat con amici di Rifondazione nell’apposita stanza di Tiscali) mi ha presentato la possibilità di entrare in relazione con altre persone interessate alla politica.
Avvicinando i partiti politici non mi ero mai sentito valorizzato, anzi mi sentivo trattato con fastidio da chi – secondo me – avrebbe potuto giovarsi della mia disponibilità a lavorare, imparare, rendermi utile.
Come dice ancora Freschi, uno degli elementi della crisi della relazione tra partecipazione dei cittadini e istituzioni politiche (includendo anche i partiti), è

"una domanda crescente e nuova da parte dei cittadini di poter valorizzare il proprio patrimonio di esperienze e competenze; le comunità locali e professionali emergenti, le associazioni, i singoli cittadini esprimono sempre più la volontà di essere ascoltati e giocare un ruolo più attivo anche 'tra una elezione e l'altra'.
[...]
Una delle dimensioni analitiche più interessanti di questo fenomeno [crisi della partecipazione al voto e parallela crescita di forme di partecipazione alternative] è proprio legato al contributo specifico e al tempo stesso alla rivendicazione identitaria in termini di ‘saperi’- spesso con uno spiccato carattere esperienziale, contestuale, critico - che proviene da tali soggetti sociali emergenti."

Un aspetto positivo dei social network è il rinvio di un’immagine di sé socializzata: se non è ancora la valorizzazione del patrimonio di sapere di ogni singolo individuo, è qualcosa che procede in quella direzione (io vengo talvolta ascoltato quando su FB scrivo di libri, di cultura, di politica, e mi è capitato che una persona conosciuta in rete, intelligente ma impolitica, orientatasi verso la Lega per motivi imperscrutabili, mi dicesse che gli avevo fatto tornare voglia di informarsi e comprendere la politica).

I social network, e in particolare FB, sono un’esteriorizzazione della capacità di ragionare insieme agli altri.
Intendo dire che non si tratta soltanto di “luoghi” (ovviamente virtuali) dove poter esplicare le proprie capacità di ragionamento argomentazione e comunicazione, ma di dispositivi cognitivi allargati. Realizzano qualcosa di simile a ciò che i filosofi chiamano “mente estesa”.
La nascita della scrittura e della sfera della documentalità (si vedano i lavori di Maurizio Ferraris) ha rappresentato per la specie umana la possibilità di ricorrere a una “memoria esterna”: un ampliamento della capacità di memorizzazione di informazioni manipolabili anche non in tempo reale, quindi a più riprese, in maniera stratificata e permettendo il sorgere di una memoria culturale più astratta rispetto ai modi della trasmissione orale.
La nascita del web rappresenta qualcosa di simile, l’invenzione di una super-scrittura che superi i limiti spaziali come la scrittura superava quelli temporali dell’archiviazione di tracce: la possibilità di comunicare tutto a tutti sembra finalmente alla portata, e FB rende concreta questa possibilità per la cosiddetta moltitudine.
È chiaro che FB ha dei limiti strutturali, propri di un’impresa privata paradigmatica del turbocapitalismo da new-economy, tuttavia questi limiti sono sufficientemente larghi da permettere di usarlo come un efficace strumento di comunicazione politica, più e diversamente dagli altri popolari social network (Myspace, Youtube al quale però FB si appoggia molto per la fruizione e condivisione di documenti audiovisivi).

Alcuni analisti hanno adottato toni entusiastici nei confronti delle cosiddette “nuove tecnologie” (guardare sempre con sospetto all’aggettivo “nuove”):

"la rete permette di organizzarsi per agglomerati tematici e non solo territoriali e può rappresentare una forma di partecipazione succedanea rispetto ai vecchi modelli dell’impegno politico" (Giuseppe Di Caterino e Giuseppe A. Veltri, La necessaria evoluzione della militanza politica).

In assenza di studi che quantifichino questo fenomeno, tuttavia siamo nel campo delle intuizioni.
Terminerò dunque esponendo un paio di mie intuizioni personali.

All’opposizione tra partiti politici e associazionismo, netta e impermeabile come la presenta lo storico Paul Ginsborg in La democrazia che non c’è, affiancherei un’altra opposizione relativa ai modi comunicativi possibili in rete.

1) comunicazione “verticale”, dall’alto in basso, “moderata”, ego-centrata; è quella tipica del blog, utilizzata molto bene da Grillo e Di Pietro, e praticamente sconosciuta ai politici del PD e della sinistra, con l’eccezione significativa di Nichi Vendola.
Di Caterino e Veltri sostengono che i blog sono “intesi come nuove forme di militanza, luoghi di discussione e confronto attraverso tutti i benefici che la rete offre: da un platea potenzialmente enorme a forme di integrazione e group thinking (grazie a network e blog aggregators), sino all’utilizzo dell’enorme database di sapere che internet costituisce.”
Questa forse può essere la forma di comunicazione elettronica migliore per la forma-partito, perché veicola tacitamente l’elemento gerarchico e organizzativo necessario a un partito, anche leggero e postmoderno, o vicino alla forma-movimento come le liste di Grillo.

2) comunicazione “orizzontale”, tipica di FB, diffusione “rizomatica” dell’informazione, priva di censure oltre a quelle dettate dalla legge (americana: molto pruriginosa in fatto di sessualità ma del tutto tollerante nei confronti dell’espressione di simpatie nazifasciste, verso la mafia, o di aggressione verbale ai danni di mioranze etniche come i rom e i sinti). Ciascun utente è un individuo, atomo, nodo, e costruisce intorno a sé il proprio mondo-ambiente - Umwelt – virtuale. Qui c’è più libertà di associarsi agli “amici” coi quali si va d’accordo, quindi il rischio è di parlare soltanto a chi la pensa come noi, l’elusione del confronto e della dialettica.
Questa forma di comunicazione elettronica però può essere quella migliore per affrontare il problema identitario di cui dicevo all’inizio. La comunicazione “orizzontale” tipica di un social network come FB non rischia la vuota omogeneità, il conformismo, proprio perché ogni individuo-utente è il centro del proprio gruppo virtuale e nulla lo trattiene mai dall’esprimere il proprio pensiero, anche solo per dettagliare minime differenze o punti di vista personali che in un blog sarebbero insensati e fuori posto.
La comunicazione orizzontale propria dei social network à la FB sembrerebbe più adatta al mondo delle associazioni, che si nutrono (o dovrebbero) di molteplici proposte non filtrate da gerarchie organizzative.

Come tutte le opposizioni concettuali, anche questa che ho delineato, tra e-communication verticale e orizzontale è forse destinata a decostruirsi, e del resto ci può essere interazione tra le due forme comunicative, tuttavia almeno nell’immediato corrisponde probabilmente a una dualità di pubblico e utenza.
Esempio: ho l’impressione, tutta da verificare, che i “grillini” comunichino meno con FB, ma piuttosto a partire dall’informazione “lasciata fluire verso il basso” dal blog di Grillo. Se un utente del blog di Grillo apporta informazione non si tratta di informazione teorica ma pratica (denuncia di questo o quel caso locale pertinente ai temi che stanno a cuore dei grillini).
Su FB invece c’è una maggior circolazione dell’informazione da un utente all’altro, secondo dinamiche cognitive e statistiche (a parità di difficoltà di fruizione, ciò che è più rilevante si diffonde maggiormente, cfr. Teoria della Pertinenza).

Questi due modi comunicativi corrispondono implicitamente a due modi diversi di intendere la partecipazione, la comunicazione e in fin dei conti il potere: da una parte il modello gerarchico-arborescente del blog, la partecipazione strutturata dall’alto (simile alla tradizionale militanza partitica); dall’altra parte il modello rizomatico, interconnesso, proprio di FB et similia, dove la comunicazione è democratica, libertaria e direi quasi anarchica o con parola di Aldo Capitini: omnicratica.

Post Scriptum: da questa bozza ho poi ricavato una presentazione aggiornata, per un workshop alla facoltà di Informatica di Torino, durante la protesta contro la riforma Gelmini. Qui il link al powerpoint.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

questo è un buon inizio che potrei contribuire a compessificare. ciao gr

Eli ha detto...

mi piace! è super interessante :)

Deleuze ha detto...

grazie Eli!

Deleuze ha detto...

Riproporrò una nuova lettura aggiornata di questo testo al workshop degli informatici anti-Gelmini, martedì 6 ottobre p.v., a Torino, Dipartimento di informatica