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giovedì 7 novembre 2013

Intuizione, 9 (La differenza intellettuale)

Differenza intellettuale di classe: in Italia, chi è colto è troppo colto, o si coltiva in modo da esserlo, come se la cultura fosse un valore in sé, a-sociale.

Chi non è colto, invece, è davvero troppo ignorante.

13 commenti:

Anacronista ha detto...

Magari fosse asociale! Oggi la cultura serve a far sapere al mondo che "minchiaquantosonointellettuale"! :)

Edoardo Acotto ha detto...

La cultura è sicuramente un "capitale sociale".
La cultura ostentata, però, raramente è vera cultura. Comunque a me pare che non sia più davvero di moda ostentare cultura, diciamo più o meno dagli anni Novanta?

Edoardo Acotto ha detto...

Ti faccio degli esempi. Gli intellettuali miei coetanei non fanno sfoggio di cultura, ma piuttosto di approfondita e feticistica conoscenza del rock, o del cinema, o dell'arte. Chi ha sfondato col lavoro intellettuale fa sfoggio del potere raggiunto, chi si arrabatta con grande dignitià si deprime e si lamenta della crisi della società. Pochi però credono ancora alla "lotta di classe nella teoria". E nessuno che io conosca ha un atteggiamento da "minchiaquantosonointellettuale"! Nessuno con un briciolo di sale in zucca, ovviamente (qualche ebbro di cultura l'ho pure conosciuto).
A me pare che essere intellettuali oggi significhi far parte di una forma di vita minoritaria (come sempre) e non riconosciuta (e questo è proprio degli ultimi due decenni, diciamo del berlusconismo di destra e di sinistra).

Anacronista ha detto...

Sono molto molto d'accordo col tuo secondo commento. Io tuttavia non credo che sia passato di moda (e certo, ostentare cultura è un controsenso), almeno, nella mia personale esperienza ne conosco tantissimi che minchiaquantosonointellettuale. Sarà per motivi geografici - in una grande città ciò avviene meno o in altre forme; in una piccola città basta aver letto una manciata di libri e non fare orrori di ortografia per diventare "grandi intellettuali". E però devo dire che si vede anche in tv: tu dirai, eh ma la tv non fa testo, io invece credo che anche quella faccia testo. Non saprei dire come possa articolarsi concretamente, oggi, "essere intellettuali". Il problema è sempre materiale, prima di tutto: perché l'intellettuale deve pur campare, come dire, e per farlo deve diventare o dipendente pubblico oppure deve vendere libri o costruirsi un'identità vendibile all'interno degli accreditati contesti che detengono il monopolio della credibilità culturale. Questo implica di per sé una deformazione, a monte, implica quel meccanismo per il quale in qualche modo l'intellettuale è tenuto a confrontarsi con l'impacchettamento identitario e la vendita di se stesso come soggetto accreditato culturalmente. Insomma, diventa un brand e si trova nell'oggettiva contraddizione di dover criticare un sistema nel quale è profondamente implicato perché giocoforza ne dipende. Tutto questo è ormai arcinoto e non voglio certo fare mia la solita critichetta del "eh, il sistema fa schifo, sono tutti venduti". Però il problema è oggettivo. E la piccola massa critica non riconosciuta di cui parli, beh, spero davvero che esista, anche se finora non l'ho vista se non in modo estremamente sparso, raro, e per forza di cose solipsistico. PS: Lotta di classe nella teoria: fantastico! Sto facendo la tesi proprio su questo argomento.

Edoardo Acotto ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Edoardo Acotto ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Edoardo Acotto ha detto...

Vada per l'opposizione città/periferia, che non mi è ignota poiché sono cresciuto in sofferenza nella periferia di una cittadina di periferia (http://edoardoacotto.blogspot.it/2011/01/pop-mambassa-vogue18.html).
Lì forse ero io uno di quelli che passavano per intellettuali, perché avevo gli occhiali, non ruttavo in classe e facevo bene le versioni di greco.

Ora tu dici la tv: ne sono sprovvisto da quattro anni quindi non so più bene cosa dirne, e neanche se affaticarmi a interpretare il mondo-della-televisione che è sicuramente pieno di rappresentazioni dell'Intellettuale (sui social network vedo che si parla molto di questo Masterpiece). Ma non ho idea di come venga rappresentato questo mostro.

Mi baso quindi soltanto sulla conoscenza diretta degli intellettuali che vedo in azione, che sono più o meno come li ho descritti qua sopra. Il mio amico fichtiano ieri si è chiuso al Torino Film Festival per guardare il maggior numero possibile di film: gli piacciono proprio, non vuole farne sfoggio, e se io non dovessi terminare la maledetta tesi di dottorato farei altrettanto, sempre per piacere. Ma forse io penso agli intellettuali quarantenni, mentre tu non sei neanche trentenne. Ecco, il punto magari è questo: non frequento più tantissimo i giovani tra i 20 e i 30 (mentre come insegnante conosco bene i liceali), quindi non so dire come loro immaginino e inscenino l'Intellettuale. Suggerisco che tu stessi parlando di quella fascia d'età. Se è così, ho un nuovo dato da fare mio: il giovane intellettuale di provincia tenta assurdamente di usare la cultura come prezioso ornamento, a testimonianza di un piccolo mondo antico ormai sostanzialmente irreale di fronte alla fase avanzata del capitalismo spettacolare globalizzato. Che ne dici?

PS: Stai facendo la tesi sulla "lotta di classe nella teoria"? WOW, ringrazio ancora il dio dei blog che ci ha fatto incontrare :-D

Edoardo Acotto ha detto...

PS: scrivendo che la cultura è percepita da alcuni come un valore "asociale" intendevo: a prescindere dalle sue (invece necessarie) relazioni con il contesto sociopolitico.
In una società che crolla, a mio modesto e nichilistico avviso, essere esperti di filologia trecentesca o di metafisica analitica è del tutto inutile se poi non si agisce politicamente. Non solo inutil ma quasi immorale! Intellettuali: impegnatevi come volete, ma impegnatevi!

Edoardo Acotto ha detto...

PSS: A proposito di Masterpiece trovo un post di Aldo Nove che mi pare pertinente, e porta acqua alla tua ipotesi "minchiaquantosonointellettuale" (d'ora in poi MQSI): "L'orrore di Masterpiece è veicolare l'idea che si scriva per avere successo e per vendere. Scrivere non è un lavoro né un trampolino sociale verso alcunché. E' uno spietato corpo a corpo con se stessi e il linguaggio: al contempo disciplina estrema e costante infrazione delle convenzioni. E' una cosa che fa male. Una forma laica di ascesi (o di sprofondamento) che, è bene averlo chiaro, può farti guadagnare con la stessa probabilità di un gratta e vinci."

Ho un rispetto assoluto per Aldo Nove, che è il mio scrittore italiano di gran lunga preferito, nonché uno dei miei scrittori preferiti in assoluto (lo so, è anche una questione generazionale: appena uscito dall'adolescenza mi presi in pieno volto la botta di Woobinda), e di solito condivido molto ciò che dice. Qui però anche lui sottolinea soprattutto l'aspetto "privato" della scrittura, quella dimensione di solitudine essenziale (Blanchot) che è certamente fondamentale ma che gli scrittori nostrani spesso faticano a connettere alla "lotta di classe nella scrittura", per parafrasare l'espressione althusseriana. Certo non è tutta colpa loro: in Italia la politica è un mare magnum confusissimo.

Anacronista ha detto...

Beh, no, devo dire che non è una questione generazionale. Anzi. Mi riferisco a ultraquarantenni. Nella mia personale esperienza provinciale, gli under 35 non hanno pretese intellettuali particolari, anzi, semmai le guardano con sospetto/incomprensione. Quindi devo smentire. La tv bisognerebbe guardarla anche per rendersi conto dei risultati delle elezioni e del cosiddetto Zeitgeist, che certo non restituisce in toto, ma almeno in parte ci dà uno spaccato dell'immaginario attuale. Però certo, comprendo profondamente la tua scelta di non guardarla :D Aldo Nove non l'ho mai letto particolarmente, ma a questo punto devo, quello che riporti è davvero calzante. Il punto è che poi tutto questo passa per snobismo intellettualoide, questo mi duole particolarmente. Ora leggo l'altro tuo post su città/periferia :)

Edoardo Acotto ha detto...

ok allora ci ripenserò in termini di città/periferia. In una grande città un ultraquarantenne MQSI sarebbe ridicolo. Non dico che non ve ne siano, ma probabilmente nessuno li caga, o sono quelli che saltano sempre fuori alle presentazioni dei libri con domande assurde.

La tv ogni tanto la guardo, ce l'ha mia madre, e poi la seguo comunque anche se filtrata attraverso i social network, perché mi arrivano tutti i discorsi che si fanno al proposito.

Se non hai letto Aldo Nove (incredibile dictu!) ti consiglio nell'ordine (escludendo gli altri, per ora, e soprattutto la sua poesia che è bellissima ma è un capitolo a parte, essendo lui in effetti soprattutto un poeta): Superwoobinda, poi La più grande balena morta della Lombardia e infine il recente La vita oscena, da cui De Maria (quello di Paz) ha tratto un libro che sta per uscire. Affrettati! (La vita oscena per ultima però, se non hai tempo lascialo da parte ma leggilo sicuramente per ultimo).

Anacronista ha detto...

Si infatti, molto ridicoli. Però in un contesto in cui la cosiddetta cultura latita, è facile accreditarsi intellettuali. "La vita oscena" ha attirato subito la mia attenzione (il concetto di "osceno" è una vera e propria miniera semantica), ma accetto il tuo consiglio, non so quando, ma lo farò :)

Edoardo Acotto ha detto...

essendo anarchico, dovrei invitarti a disubbidirmi, ma era appunto solo un consiglio... Secondo ma la Vita oscena è molto bello (infatti al pubblico è piaciuto più che ai critici, mi pare: qui trovi una mia discussione con una di questi critici schizzinosetti http://edoardoacotto.blogspot.it/2011/01/su-la-vita-oscena-di-aldo-nove.html) ma acquista ancora più senso se inserito in un contesto di minima famigliarità con la sua scrittura e il suo "personaggio" (degli episodi tristi della sua vita si parlò fin dal suo esordio).