E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)

giovedì 9 dicembre 2010

Julian Assange: il segreto del potere (Vogue15)


L’australiano Julian Paul Assange, programmatore e hacker, giornalista e blogger, studente di fisica, matematica, filosofia e neuroscienze, infine fondatore di Wikileaks, è stato arrestato l’altro ieri a Londra sulla base di un mandato di cattura internazionale emesso dalla Svezia con l’accusa di una duplice “violenza sessuale” (in realtà secondo un’accezione molto idiomatica del reato).
La vicenda è quanto meno intricata: le accuse sembrano bizzarre (si dice anche che una delle due accusatrici sia una collaboratrice della CIA) e la cosa certamente più rilevante di tutte è che gli USA vorrebbero estradarlo. Mentre si aspetta di sapere se gli USA otterrano la rendition di Assange, col rischio che l’attivista dell’informazione sia incriminato per spionaggio e punito molto duramente per il rilascio al pubblico di informazioni segrete, insorgono in tutto il mondo gli intellettuali impegnati come Noam Chomsky e Ken Loach, chiedendo la liberazione di Assange e la difesa da parte degli stati democratici della libertà di informazione.
È vero che, come ci ha fatto sapere Piergiorgio Odifreddi dal suo blog, già nel 2007 Assange si pronunciava in maniera molto ispirata in favore della trasparenza assoluta dell’informazione: “Siano benedetti i profeti della Verità, i suoi martiri, i Voltaire e i Galileo, i Gutenberg e gli Internet, i serial killer delle illusioni, quei brutali e ossessivi minatori della realtà, che distruggono ogni marcio edificio fino a ridurlo a rovine su cui seminare il seme del nuovo». Ma ciò che più colpisce dell’operato di Assange è questo: mettersi contro un potere forte sembra un’ impresa rischiosa (vengono in mente I Tre giorni del Condor di Sidney Pollack), ma mettersi contro più governi statali contemporaneamente sembra un vero suicidio.
Ma perché il caso WikiLeaks/Assange ha assunto le fattezze di uno tsunami per il mondo occidentale dell’informazione politica? Sapere è potere, diceva il filosofo Francis Bacon a proposito della tecnica: si potrebbe anche affermare che potere è sapere, e - soprattutto - non far sapere. Ancor più della sua intrinseca violenza (di cui secondo il sociologo Max Weber lo Stato ha il legittimo appannaggio) lo scandalo del potere è la sua segretezza. Fino a oggi, almeno. Perché WikiLeaks sembra avere dischiuso la possibilità che si sappia tutto ciò che normalmente rimane dietro le quinte, a fondamento di pratiche di potere pubblico e privato non sempre raccomandabili e talvolta gravissime.
WikiLeaks mette le sue informazioni, di cui viene in possesso per vie che rimangono anonime, a disposizione di chiunque sia dotato di un computer e di una connessione internet. Si tratta ovviamente di informazioni da interpretare, contestualizzare, analizzare e comprendere e che mobilitano quindi la mediazione giornalistica più tradizionale (pochi hanno letto direttamente i documenti in questione): ma l’elemento centrale è la possibilità che tutti sappiano tutto dell’operato di chi detiene il potere. Chi critica WikiLeaks lo fa per difendere il potere, nel bene e nel male, con l’idea che ''gli Stati verrebbero indeboliti e le istituzioni, la vera essenza della democrazia, sarebbero in pericolo'' come ha affermato ieri il premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa.
Ma perché mai le istituzioni democratiche dovrebbero necessariamente fondarsi sul segreto? Per quanto democratici, gli stati nazionali sembrano giustificare in ultima istanza il loro operato con la massima “il fine giustifica i mezzi”. Gandhi ha rovesciato Machiavelli affermando che un fine buono può essere raggiunto soltanto con mezzi buoni. Qual è la posizione più giusta e razionale?
Direttamente o indirettamente, il potere sacrifica risorse e vite per (presuntivamente) salvarne altre, e questo accade spesso nel più perfetto segreto. Siamo proprio sicuri che se i cittadini di uno stato venissero consultati sulla necessità di compiere azioni questi darebbero sempre il loro assenso? E siamo davvero convinti che senza violenza e segretezza la vita associata delle persone sarebbe impossibile?
Ignoriamo le risposte, ma Julian Assange e WikiLeaks ci hanno ricordato che queste domande sono ancora possibili. E questo ha molto a che fare con la libertà.

COMPLETA ANCHE TU LE PARTI IN GIALLO DELLA BIOGRAFIA DI ACOTTO, riassunta in 25 tappe fondamentali (giochino Facebook, 2009).

Regole: Una volta taggati, dovete scrivere a vostra volta una nota con 25 cose su di voi; fatti, abitudini, obiettivi raggiunti. Alla fine, scegliete e taggate 25 persone a cui inviarla. Dovete taggare anche la persona che ve l'ha inviata, se l'ha fatto è perché si voleva fa' un po' di fattacci vostri (licenza poetica di qualcuno che ha fatto questo gioco prima di me).

2.     I miei genitori si sono separati quando avevo 6 anni, o meglio: quando avevo sei anni mia madre ha lasciato mio padre che non si è mai rifatto una vita e anzi se l'è disfatta.
3.     I miei nonni erano contadini: democristiano salentino lui, bigotta piemontese lei
4.     Ho iniziato a suonare il pianoforte a 8 anni, perché la mia fidanzatina Emi andava a lezione. Ora studio composizione con Giulio Castagnoli che è un genio.
5.     Sono cresciuto a Cherasco, un paesino di campagna in provincia di Cuneo, assurdamente carico di storia (3000 abitanti e 33 chiese, mi par di ricordare, nonché palazzi nobiliari e residenze dei Savoia). Da bambino, quindi, giocavo nei campi, mi arrampicavo sugli alberi e andavo nei fossi, cosa che a pensarci adesso mi sembra improbabile.
6.     Quando mia madre ha lasciato mio padre lei ed io siamo andati ad abitare a Bra, vicino a Cherasco, però dividevo la mia vita tra Bra e Cherasco: una settimana con papà e una settimana con mamma. Verso i vent'anni iniziai a pensare di far causa ai miei genitori perché non avevano rispettato la sentenza del giudice che mi affidava a mio padre (mia madre non si era opposta ritenendola una pura formalità).
7.     Da bambino ero molto cattolico e parlavo con Dio/Gesù (non era mai ben chiaro, ma sapevo che Gesù era Dio). Odiavo il farisaismo dei cattolici cheraschesi. Il giorno dopo la cresima, a 14 anni, alla fine della terza media, mi resi istantaneamente conto che "parlare con Dio" era semplicemente parlare con me stesso: Dio era nella mia testa, la voce che pensavo di sentire era la mia voce. Così diventai ateo.
8.     liceo adolescenza
9.     Ghislieri
10.  Il filosofo che mi ha salvato la vita è stato Gilles Deleuze, che per alcuni anni mi ha impedito di impazzire, almeno finché non è morto mio padre. Prima di incontrare Deleuze, però, Derrida mi ha quasi fatto impazzire.
11.  Deleuze
12.  Roberto, mio padre, è morto il 23 febbraio 1997, all’età di cinquantacinque anni. Il giorno che mio padre è morto ho subito pensato che la sua anima era custodita nel mio corpo, l’avevo in qualche modo ereditata. Avevo pensato la stessa cosa quando era morto Deleuze, ma allora mi ero detto che doveva trattarsi solo di un frammento e non dell’anima intera.
13.  Ho abitato tre anni a Parigi per studiare dapprima filosofia con Badiou, poi letteratura italiana alla Sorbona per diventare prof di italiano in Francia. Ho lasciato Parigi il primo agosto 2000, la casa in rue du Fer à Moulin, con un po’ di ansia ma senza un solo rimpianto: sapevo che dovevo tornare in Italia, che Parigi era solo una pausa.
14.  Il G8
15.  Francesca, l’anarchismo la nonviolenza
16.  Nel 2004 ho avuto una crisi di ipocondria fortissima che mi ha portato a credere di avere diverse e inesistenti allergie alimentari. Credendo di essere celiaco smisi di mangiare farinacei e mi provocai uno shock alimentare. Un sabato notte mi svegliai con batticuore fortissimo e pulsazioni nello stomaco come se stessi per morire o un Alien mi uscisse da dentro. Il giorno dopo, convalescente a letto (su Rete4 rividi I tre giorni del condor) pensavo che se fossi morto allora la mia vita non avrebbe avuto alcun senso e sentii che se non fossi morto avrei dovuto recuperare il senso profondo della mia vita. Banalmente ripensai il mio rapporto con la religione, ma essendo ateo (punto 5) valutai il valore metaforico del concetto di Dio, ritenendolo un semplice nome per la natura profonda dell’essere. Decisi di frequentare il tempio valdese, per conoscere un cristianesimo non cattolico. Mi piacque molto, cantavo gli inni con una certa convinzione e i discorsi del bravissimo pastore Giuseppe Platone mi piacevano. Ma ogni volta che nominava Dio dovevo provare a sostituirlo con qualcos’altro. Era faticoso
17.  Dopo quindici giorni cascai sui libri del Dalai Lama e iniziai a leggerli con interesse. Colsi subito la possibilità di diventare buddista: trovavo una filosofia religiosa compatibile col mio modo di pensare. Dopo un mesetto di infarinatura buddista scoprii Thich Nhat Hanh, di cui il mio amico Emanuele Basile era allievo e amico. La scoperta del “buddismo impegnato”, una forma vietnamita di zen, più calda e umana dello zen giapponese, mi illuminò definitivamente la mente riguardo alla natura degli esseri e alla loro vacuità e interdipendenza.
18.  Dopo essere andato a un concerto di Debora Petrina che cantava e suonava i Radiohead a Fontanetto Po ho avuto l’intuizione che si potesse fare Narradiohead. Che poi si è fatto ed è stato il mio primo passo nell’editoria. E anche l'ultimo, probabilmente.
19.  Dopo il suo suicidio, DFW è diventato il mio scrittore preferito, esattamente come Deleuze era diventato il mo filosofo preferito dopo il suo suicidio.
20.  Aspetto un figlio che dovrebbe nascere il 4 maggio, quindi del segno del Toro come me: questo semplice fatto chiude la mia vita fin qui e ne apre una nuova che penso sarà molto più profonda.
21.  Il primo ottobre 2008 ho vinto il concorso di dottorato in scienze cognitive, che mi ha permesso di andare in congedo dall’insegnamento per 4 anni. Sembra un miracolo.
22.  Per preparami alla venuta del figlio Agostino il 5 gennaio 2009 ho smesso radicalmente di bere alcol e mangiare carne.
23.  Sto preparando un libro insieme ad Aldo Nove che è sempre stato il mio mito fin dall’inizio. Questo è molto bello.

AGGIORNAMENTI 2010

24.  Mio figlio Agostino è nato l'11 maggio 2009 ed è il mio centro vitale, la mia stessa vita nuova. Non ho fatto nessun libro con Aldo Nove., purtroppo (ma lui ha scritto un capolavoro, La vita oscena). Ho ripreso a bere alcol e mangiare carne.
25.  Ho iniziato a scrivere piccoli post per Vogue.it, il che mi diverte molto e dà una direzione ai miei pensieri extralavorativi vaganti.

mercoledì 8 dicembre 2010

se io fossi assolutamente libero e potessi fare più cose contemporaneamente e il tempo non finisse mai...

...oggi leggerei qualche racconto di Hoffmann (e ascolterei Offenbach), poi leggerei una prosa breve di Beckett, e magari darei un'occhiata al Beckett di Badiou e a L'esausto di Deleuze.

I ruoli tematici e il call for paper possono aspettare domani.

Se fossi pure ricco andrei alla FNAC a comprarmi il videogioco Tron, magari adirittura la playstation 3.


Invece scriverò su Assange, sbobinerò Houellebecq e scriverò su Argento e Seymour Hoffman, sperando che i pochi guadagni extra non se ne vadano via col dentista.

Le forme di vita libera sono lontane da me, se mai sono esistite.

martedì 7 dicembre 2010

WikiLeaks tra bene e male.

Sapere è potere, diceva il filosofo Francis Bacon pensando alla tecnica: rovesciando il suo slogan e applicandolo alla politica si potrebbe affermare che potere è sapere, e, soprattutto non far sapere. Fino a oggi, almeno, ossia prima di WikiLeaks.
Terrorismo mediatico, secondo alcuni; secondo altri, invece, una preziosa possibilità per l’opinione pubblica mondiale di conoscere compromettenti documenti segreti.
Di WikiLeaks si parlava molto da anni (Guantanamo fu conosciuta anche grazie a WikiLeaks), ma secondo qualche commento giornalistico a caldo, il 28 novembre 2010 verrà ricordato come un punto di non-ritorno: il giorno in cui i media tradizionali hanno dovuto inseguire le rivelazioni di WikiLeaks relative a governi di tutto il mondo.
WikiLeaks mette le informazioni a disposizione di chiunque sia dotato di un computer e di una connessione internet. Si tratta di informazioni da interpretare, contestualizzare, analizzare e comprendere: ma è di forte impatto psicologico, ancor prima che mediatico, sapere di poter venire a conoscenza di giudizi denigratori rilasciati dalle diplomazie mondiali a proposito di questo o quel personaggio politico.

PERCHE’ E’ UNA RIVOLUZIONE
 …

PERCHE’ E’ UN BENE
Si può sostenere con buone ragioni che l’azione di WikiLeaks sia buona e preziosa (nessuno l’aveva fatto prima su questa scala) perché, tra l’altro, rende trasparente ciò che normalmente è opaco: le azioni governative e aziendali destinante a produrre un determinato effetto.
Gandhi ha insegnato a rovesciare Machiavelli: nessun fine buono può essere ottenuto con mezzi non buoni. Ora, tradizionalmente gli stati nazionali e le istituzioni con qualche parvenza di fondamento democratico, e i loro sostenitori attivi o passivi, difendono il loro operato con la massima “il fine giustifica i mezzi”. Il famoso esperimento mentale del carrello … mostra che in realtà le nostre intuizioni etiche non vanno in quella direzione.
Il potere ha spesso sacrificato risorse e vite per (presuntivamente) salvarne altre, e nel consenso verso i sistemi di potere vigenti è incorporata anche l’accettazione del fine che giustifica i mezzi.
Possiamo ora iniziare a pensare che se l’opinione pubblica sapesse che per salvare alcune persone bisogna sacrificarne altre, non tutti sarebbero così pronti a sacrificare vite altrui.

PROBLEMI.
Ma l’opinione pubblica mondiale è davvero sensibile alla verità? Verrebbe da dire di no, perché i cittadini spesso sembrano non voler sapere, o voler sapere il meno possibile. In questo senso, rivelazioni “scandalose” sul potere ce ne sono sempre state, senza che per questo venisse mai meno la legittimazione democratica del potere statale.

WikiLeaks, forse, viene troppo presto, o forse il tempo della trasparenza del potere non verrà mai, perché è strutturalmente impossibile.

Hypnica (2005?)

So che sogno ma non ricordo mai cosa sogno, solo raramente ricordo, di solito sono incubi. Disastri naturali, mi inseguono killer che vogliono eliminarmi con molta determinazione.

In un sogno antico ero in montagna con la tuta bianca dei soldati polari e c’era un nemico che mi doveva uccidere, poi capivo che era un Alter-ego. A un certo punto dovevo attraversare un crepaccio su una fune tesa, Alter ne raggiungeva un capo quando ero a metà del percorso sull’abisso innevato (in realtà, come nel vecchio film con Spencer Tracy e Robert Wagner, la neve copriva e occultava il crepaccio, ma non avrebbe retto il peso), Alter scuoteva la fune facendomi cadere e morire.
Scivolavo sotto la montagna e giungevo in una valle stretta e soleggiata e calma, ero morto ma mi risvegliavo in forma di anima immortale. C’era un cimitero zen, fatto di loculi di legno per le urne delle ceneri, era tutto molto sereno e bello.

Mi sembra di sognare spesso che mi cadono gli occhiali e si rompono.

Ero in America non so se a New York. Mi ero fatto prestare una bici da F, andavo in giro perdendomi per la città, cercavo l’università e la trovavo. Prima mi ero perso sulla metropolitana, ero anche salito sul bus con la bici smontata, così facevano tutti. Salivano e smontavano la bici.
In università vedevo passare Gianni Vattimo con un fiocchetto rosso su una treccina di capelli, lo salutavo in italiano e lui vedendomi compatriota (e - pensavo - maschio) mi sorrideva e mi diceva di aspettare che parlavamo.
Ma aveva un sacco di studenti con cui parlare, nel corridoio, e a un certo punto gli dispiaceva ma doveva andare via.
In un precedente momento ero in vacanza e vedevo un furgoncino pieno di torinesi - riconoscevo la voce di GB - venivamo accolti nella loro casa in affitto poi andavano via e io ascoltando un CD rompevo il lettore, mi pareva danno da niente ma qualcuno (?) con me mi convinceva a nascondere il danno e a non dire niente anche se in quel momento passava di lì una specie di cameriera che avrebbe potuto testimoniare contro di me.
Ero scontento della scelta disonesta ma le ragioni per aderirvi mi erano parse buone sul piano della convenienza.

C’era mia madre, pericolo di morte, montagna di ghiaccio sul mare, iceberg affioranti e altri che si staccavano dall’alto e potevano franare in mare. All’improvviso mi rendevo conto che il pericolo sussisteva per il palombaro sott’acqua, che ero io, e veniva fatto emergere in tutta fretta ma non ci si era accorti che c’era stato un incidente ed era morto bollito: nella tuta subacquea era mancata l’aria o era stata immessa aria bollente, il palombaro-io era letteralmente lesso.

lunedì 6 dicembre 2010

Francesco Piccolo mi fai cagare

La precedente nota su Francesco Piccolo è molto vecchia: non sapevo chi fosse anche se degli amici me ne avevano parlato, e piuttosto bene.
Ora so chi è, perché sto leggendo il suo La separazione del maschio. Ora so che oltre ad essere lo sceneggiatore di quella merda di Caos calmo, questo signore è convinto che fare letteratura signifchi esibire le proprie scopate e un'esistenza di tradimenti ai danni della consorte ma soprattutto di se stesso, uomo ridotto a cazzo, una volta risolta l'esistenza materiale col lavoro cinematografico (nel libro il montaggio).
Quest'uomo si permette poi di svolgere sul Domenicale considerazioni sull'Italia contemporanea, della cui mediocre mancanza di un'etica è lui stesso un campione: un'etica non dico pubblica ma almeno condivisibile, e non quella fondata sul fottere (meglio che comandare: forse l'autore si sente figo per questo, pospone il comandare al fottere), mentire, tradire, farla franca e ancora fottere.
Non mi importa quanto bene scriva questo signore, che certamente le scuole medie le ha fatte e forse pure le superiori, e pure con un certo talento, non mi importa che successo possano riscontrare gli altri suoi libri - che immagino merdosi come La separazione del maschio - e non mi importa nemmeno il suo atteggiarsi a superuomo oltremorale sinistrorso "dobbiamo tutti morire".
Non mi importa niente di lui, triste simbolo di un'Italia moribonda e putrefatta, ignorante e compiaciuta, ricca e gradassa, violenta e meschina: terminerò il suo libro e inizierò ad aspettare l'occasione giusta per dirgli in faccia quello che penso di lui.

Francesco Piccolo, mi fai cagare.

Dialogo tra un sordo marxista platonico, e un sordo anarchico pseudocognitivista

  • Edoardo Acotto sospettare di tutte le "scienze" formate con nome+ismo
    10 ore fa ·

  • Italo Nobile Ma il marxismo non è una scienza, quanto un programma di ricerca. E io, al contrario di Marx, uso il termine "Marxismo" pur diffidandone. La verità è una risultante e contribuisce chi si espone.
    10 ore fa · ·

  • Edoardo Acotto
    ecco se mi dici che il marxismo non è una scienza allora sì che se ne può parlare...
    PS ma scusa Marx non diceva di non essere marxista? Io però penso che abbia ragione Chomsky, a diffidare delle dottrine che vengono irrigidite e simboleggia...te col nome del loro iniziatore (marxismo, leninismo, freudismo, darwinismo ecc.)Mostra tutto

    10 ore fa ·

  • Italo Nobile Ma dire di appartenere ad una Famigghia, non vuol dire che non dai tre pallottole al tuo fratellino...
    9 ore fa · ·

  • Edoardo Acotto sì ma un fisico relativista non dice: sono un einsteiniano, come mai?
    circa un'ora fa ·

  • Italo Nobile Beh, c'è l'interpretazione di Copenaghen ad es. e quelli che sono contro l'interpretazione di Copenaghen della MQ
    59 minuti fa · ·

  • Edoardo Acotto sì ma non si chiamano bohriani o heisenberghiani o che so io. Chosmky sfotte bene il tarlo implicito nel reclamarsi alla firma (Deleuze) di un pensatore.
    "Hegeliani", "heideggeriani", "deleuziani", "derridiani" ecc.

    52 minuti fa ·

  • Italo Nobile Dire di essere deleuziani è ammettere che non c'è scienza. Gli scienziati rispettano rigidamente il centralismo democratico. Altrimenti ammetterebbero una debolezza.
    48 minuti fa · ·

  • Edoardo Acotto ecco, me invece c'è scienza eccome.
    46 minuti fa ·

  • Italo Nobile Le differenze ci sono, ma vengono rimosse. Forse c'è un metodo unitario di verifica, ma non credo neanche questo. C'è una forte ideologia nella scienza. E forti interessi materiali pure. Pensa se dicessero apertamente di schierarsi. Forse perderebbero il rispetto di quelli che scienziati non sono
    46 minuti fa · ·

  • Italo Nobile Io sono un po' feyerabendiano. Qualcosa va, ma non si sa cosa
    45 minuti fa · · 1 personaCaricamento in corso... ·

  • Edoardo Acotto
    Sono questioni marginali e che non scalfiscono di un'unghia il lavoro che uno scienziato onesto e intelligente fa e deve fare.
    Nella scienza, prima che ideologia, ci sono oggetti, formalismi e vincoli metodologici e logici senza i quali non ...si produrrebbe conoscenza del mondo esterno. Che nonostante tutte le ideologie mi pare una cosa essenziale anche per coloro che preferiscono riflettere su altri mondi possibili, me compreso.Mostra tutto

    42 minuti fa ·

  • Edoardo Acotto Sì poi però quando Ratzinger lo ha citato contro Galilei lui era dispiaciuto...
    40 minuti fa ·

  • Italo Nobile Lo scienziato onesto mi sembra un ipotesi ad hoc
    39 minuti fa · ·

  • Italo Nobile Feyerabend piace molto ai Cattolici perchè fa dire cazzate a tutti. Un sincero anarchico
    39 minuti fa · ·

  • Edoardo Acotto
    Ne conosco a carriolate. L'onestà intellettuale è un'idealizzazione utile per impostare il discorso, se no è chiaro che chiunque piega qualsiasi cosa a qualunque fine schifoso.
    Ma basta guardare da vicino come lavorano gli scienziati e ci si... rende conto che i filosofi che parlano di loro non sanno di che parlano.Mostra tutto

    37 minuti fa ·

  • Italo Nobile Gli scienziati se parlano dicono più cazzate dei filosofi...vedi un po' tu come si è combinati.
    Gli scienziati sono come quello maledetto da Alex Drastico: stanno muti tutto il tempo tranne pochissimi minuti dove dicono cazzate inenarrabili

    35 minuti fa · ·

  • Italo Nobile Oddio se parlano con i loro formalismi, tanto rispetto per il pidgin, però se vogliono trasmettere conoscenza sono più coglioni di noi.
    Prendi Zichichi, Boncinelli, Odifreddi. Valgono Baricco

    34 minuti fa · ·

  • Edoardo Acotto
    Ma va, Zichichi è un coglione, gli altri due no per nulla e mi risulta che sia Odifreddi il più divulgativo. Ma questo name dropping è ad hoc, questo sì. Che c'entrano i singoli?
    E se tu chiami pidgin la matematica e la fisica, scusa tanto m...a mi sa che ti sfugge qualcosa.
    Il sapere matematico non si può "divulgare" al 100%, esattamente come a un ascoltatore naif non si può spiegare la musica come pensata e vissuta dal compositore.
    Certa conoscenza è incomunicabile a prescindere dal suo formalismo, appunto quella insita nella matematica, nella logica, nella musica, forse pure nella fisica.
    Puoi anche provare parafrasare e divulgare, ma non conservi integralmente l'informazione, ovvio.
    Mostra tutto

    25 minuti fa ·

  • Italo Nobile
    Per me non è tanto ovvio. Per me è un problema serio. Ovviamente lo scienziato ci può passare sopra, tanto a lui che frega ? Dice quattro cazzate e si sdraia. Tanto è lo scienziato.
    Whitehead del rapporto tra mondo della fisica e mondo quoti...diano ne faceva un problema filosofico e anche lo Husserl della Crisi.
    Per me ripeto si tratta di un problema serio.
    Ovviamente fin quando non si risolve, per me dal punto di vista filosofico uno scienziato vale quanto un sofferente mentale. Si legge quello che scrive, ma come una sintomatologia.
    Mostra tutto

    20 minuti fa · ·

  • Edoardo Acotto
    e non ti viene in mente che anziché psicoanalizzare gli scienziati sarebbe meglio psicoanalizzare i nevrotici?
    Voglio dire, la scienza funziona, e basta che funzioni, poi il filosofo filosofeggia e chiarisce i concetti che gli scienziati las...ciano confusi e oscuri. Ma da qui a pretendere di avere il punto di vista migliore perché "la scienza non pensa" e simili amentià, passa la distinzione tra un lavoro intellettuale che si confronta con la realtà e uno che si confronta coi propri concetti, insomma la differenza tra materialismo e idealismo.
    Ah già, ma tu sei platonico...
    Be', per me è seriamente inconcepibile.
    Mostra tutto

    15 minuti fa ·

  • Italo Nobile
    Non si tratta di psicoanalizzare, ma si tratta di dare una rappresentazione a cose che valgono solo perchè funzionano
    Ma le cose che valgono solo perchè funzionano al massimo sono il trapano e il commissario Rex. Ma una persona se deve spieg...are. Non è che fa come Clint Eastwood, spara e lo intervistiamo o diciamo "Chi sa fa e chi non sa insegna". Perchè così arriviamo ai figli dei camorristi che non vanno a scuola e a Berlusconi con le tre I, le tre D etc etcMostra tutto

    8 minuti fa · ·

  • Edoardo Acotto
    ecco adesso ci manca solo che tu dica che camorra e Berlusconi sono colpa dell'atteggiamento scientifico.
    Ben vengano tutte le epoché, purché i filosofi non dimentichino che il pensiero filosofico è una modalità derealizzante della mente uma...na.
    Scienza e filosofia sono cose completamente diverse. La scienza funziona, spiega il mondo in maniera progressivamente sempre più limpida e per capirla bisogna farsi un culo così.
    La filosofia per parte sua illumina zone d'ombra dell'umano, ma si presta anche a fraintendimenti ed errori a prova di bomba, nonché a dottrine misteriche e inverificabili che corroborano soltanto la psiche dei suoi adepti (vedi certo postmodernismo, certo heideggerismo, certa filosofia cristiana ma anche un certo marxismo).
    Mostra tutto

    circa un minuto fa ·

sabato 4 dicembre 2010

Lezioni cinematografiche di cunnilingus. Kaboom di Gregg Araki (Vogue14)

Pubblicato su Vogue.it

Se volete vedere un film che mescola generi e citazioni, Twin peaks con Matrix e il Dottor Stranamore, Eyes Wide Shut con Strange days e Le streghe di Eastwick, il tutto condito da un irresistibile erotismo lesbo-gay appena attenuato dalla commedia, non perdetevi il nuovo film del regista nippo-americano Gregg Araki, in questi giorni sugli schermi del Torino Film Festival: Kaboom, già vincitore della Queer Palm al Festival di Cannes 2010.
Non manca nulla per divertirsi: un ritmo rapidissimo, bravi attori giovani, belli e molto sexy (Roxane Mesquida è una strega lesbica che non perdona), humour, mistero, visioni, complotti, inseguimenti, travestimenti, personaggi bizzarri e sesso soft. Ma neanche tanto soft, se si considera la piccola lezione di cunnilingus per machos troppo pieni di sé: la vagina non è un piatto di spaghetti e il clitoride è come un piccolo pene, va trattato di conseguenza…
L’atmosfera è surreale e fumettistica, ma il film non si dimentica mai dello spettatore e, nonostante il sovrapporsi di colpi di scena ai limiti della credibilità, non c’è nemmeno un momento di noia.
Belle musiche post-rock e un finale a sorpresa più che esaltante: di che uscire dalla sala con l’aria pienamente soddisfatta. E con qualche consolidamento delle proprie nozioni sessuali.

Facebook e la filosofia: un pezzo per Alfabeta 2

Esteriorizzazione
Per chi può permettersi un computer e un abbonamento a internet – e non sono ancora tutti, nemmeno nei paesi più ricchi – l’esistenza odierna è parzialmente online. Sembra allora un compito arduo provare a indicare un senso globale delle interazioni tra i soggetti che popolano i social network, per la pervasività delle pratiche di vita online e per il continuo intreccio di attuale e virtuale.
Considero i social network in generale come una "tecnologia dell'intelletto" (Jack Goody a proposito della scrittura) e in particolare come un’esteriorizzazione della facoltà di ragionare: non solo luoghi virtuali ma veri e propri dispositivi cognitivi allargati, una protesi delle facoltà mentali innate e culturalmente implementate. La nascita della scrittura, per esempio, ha rappresentato per la specie umana la possibilità di ricorrere a una memoria esterna, a un ampliamento della capacità di memorizzazione di informazioni manipolabili in tempo differito, in maniera complessa e stratificata, permettendo così il sorgere di una memoria culturale più astratta rispetto ai modi della trasmissione orale. Come la scrittura ha testualizzato la differenza temporale, così i social network virtualizzano la differenza spaziale.
Alle frequenti critiche secondo cui le nuove tecnologie di informazione e comunicazione impoverirebbero le facoltà cognitive e comunicative  si può facilmente obiettare che i social network, entro i limiti formali, contenutistici e stilistici loro propri, sono naturali catalizzatori di letto-scrittura. In particolare Facebook, il re di tutti i social network, risulta simile a una lenta multi-chat, un dialogo scritto, virtualmente aperto a tutti: la necessaria differenza temporale che intercorre tra una produzione segnica e le risposte da essa occasionate, rappresenta un modo per custodire il logos, o quel che ne resta. In seno alla società dello spettacolo generalizzato, Facebook ha definitivamente inaugurato l’epoca dei nuovi soggetti (online) che leggono e scrivono, svincolati dalla necessità di offrire la loro immagine corporea in tempo reale (non è più così frequente sentirsi  invitare a continuare la conversazione sulla video-chat di skype).
Anche se le ricadute emotive della frequentazione di Facebook sono molte e interessanti, mi concentrerò su ciò che Facebook fa o sembra fare al pensiero e alla comunicazione.

giovedì 2 dicembre 2010

Formalizzare la rilevanza musicale (versione preliminare accettata ad AISC 2010. Contiene alcuni errori che sto correggendo)

Formalizzare la rilevanza musicale
Edoardo Acotto
Department of Computer Sciences, University of Turin; corso Svizzera, 185 10149 Turin,
Italy; Tel. +39 0116706711, Fax +39 011751603

 

1. Generative Theory of Tonal Music, Tonal Pitch Space, Relevance Theory

 

Il presente studio ha come obiettivo la formulazione e la formalizzazione del concetto di Rilevanza Musicale[1], a partire dalla Relevance Theory (d’ora innanzi RT) [1]. Pur concepita nell’ambito del computazionalismo, RT non ha ancora trovato applicazioni computazionali e non è mai stata applicata alla cognizione musicale. Il concetto di Rilevanza Musicale permetterebbe di spiegare in parte il comportamento musicale degli ascoltatori e le scelte dei compositori e un’efficiente implementazione potrebbe fornire un ausilio alla composizione. Inoltre, indagare la plausibilità di un dispositivo computazionale per il calcolo della Rilevanza Musicale può contribuire alla formulazione di una teoria cognitiva dell’ideazione musicale e del pensiero creativo in generale. In questo studio proponiamo di ibridare la RT con la Generative Theory of Tonal Music (d’ora innanzi GTTM) [2], al fine di formulare un algoritmo per il calcolo della Rilevanza Musicale, approssimando così un modello di simulazione del ragionamento musicale.
GTTM intende descrivere la comprensione musicale di un ascoltatore esperto, postulando l’esistenza di rappresentazioni mentali musicali strutturate su quattro livelli: due strutture “orizzontali”, ritmo e raggruppamento, e due strutture gerarchiche “verticali” formalizzabili come alberi binari [4, p. 253] e chiamate “riduzione temporale” e “riduzione del prolungamento”. GTTM trova in [3] un parziale riaggiustamento e un complemento, specialmente in fatto di quantificazione e formalizzazione dei parametri cognitivi musicali (analizzati in [2] come “regole di preferenza” non facilmente implementabili [4]).
RT è stata inizialmente formulata come teoria cognitivo-pragmatica della comunicazione, ma si è successivamente espansa fino ad assumere le dimensioni di una teoria generale della cognizione. Il Principio di Rilevanza Cognitiva si formula così: “La cognizione umana tende a essere guidata dalla massimizzazione della rilevanza” [5]. La rilevanza di un input è definita come rapporto ottimale tra sforzo ed effetto cognitivi. Qualsiasi input è rilevante per un individuo, in un certo contesto cognitivo, quando può essere messo in relazione all’informazione registrata e accessibile, producendo un “effetto cognitivo positivo” [5]. La rilevanza di un input è una variabile continua e non categoriale e un concetto comparativo e non quantitativo (“x è più rilevante di y, per P nel contesto C al momento t”)[2]. Quanto maggiori sono gli effetti cognitivi, tanto maggiore sarà la loro rilevanza; viceversa, quanto minore è lo sforzo di processamento, tanto maggiore sarà la rilevanza dell’input (ceteris paribus).
Per rendere computazionale la teoria della Rilevanza Musicale dobbiamo però trasformare la Rilevanza in variabile quantitativa. Poiché in [1] non è previsto alcun metodo per calcolare la Rilevanza, formulare un algoritmo che ne approssimi il valore relativamente a un flusso di input musicali ci sembra costituire un passo decisivo per mettere alla prova la natura computazionale del Principio di Rilevanza Cognitiva.

2. Calcolare lo sforzo di trattamento (ST)


In accordo con RT, per risultare (più) rilevante (di un altro), un brano musicale richiedente un certo sforzo di processamento dovrà offrire in cambio un proporzionato effetto cognitivo/emotivo[3] (maggiore di quello offerto da un altro brano richiedente un analogo sforzo di processamento). Per poter calcolare la rilevanza di un input qualsiasi è però necessario quantificare entrambe le variabili che la costituiscono, per definizione: lo sforzo di trattamento e l’effetto cognitivo/emotivo. Riguardo allo sforzo di trattamento (ST), né in [1] né in [2] o [3] vengono formulati metodi per calcolarlo. Riguardo invece all’effetto musicale (EM), inteso come effetto cognitivo/emotivo causato dalla percezione di un brano musicale, diversi algoritmi sono formulati in [3] per il calcolo della tensione e dell’attrazione tonali: tensione e attrazione costituiscono un probabile nucleo di EM, pur non esaurendolo.
Individuiamo due dimensioni di ST: una “orizzontale”, determinata dal fluire del tempo musicale, e una “verticale”, strutturale e gerarchica (la comprensione delle proprietà strutturali di un brano musicale è parte fondamentale della sua comprensione anche non esperta [7]; possiamo pertanto ipotizzare plausibilmente che una quota di ST sia investita nel rilevamento delle proprietà strutturali della musica udita).
In virtù della necessità di mantenere in memoria un numero crescente di eventi musicali,  ipotizziamo poi un progressivo aumento di ST al trascorrere del tempo musicale. Date le capacità finite di immagazzinamento nella memoria di breve termine, ST non crescerà indefinitamente al semplice sommarsi degli eventi sonori: postuliamo l’esistenza di un filtro cognitivo che processi  l’accumulo dei gruppi-frasi, intesi come Gestalten. Poiché le strutture del Raggruppamento di GTTM si elevano ricorsivamente a partire da unità minime, ipotizziamo che un buon livello di default, plausibile a livello psicologico, possa essere il livello del gruppo minimo, ossia quello di più basso livello gerarchico, spesso coincidente con un inciso della tradizione musicale occidentale. Nel nostro modello, ogni gruppo-frase riceverà un numero progressivo che misuri l’incremento lineare di ST, nell’ipotesi che la mente calcoli il progressivo allontanamento dall’inizio strutturale del brano: a tale numero dovremo aggiungere i valori della dimensione gerarchica di ST.
In [8] Katz e Pesetsky osservano che tanto la riduzione temporale (time-span reduction = TSR) quanto la riduzione del prolungamento colgono importanti proprietà strutturali della musica: dopo avere confrontato le due strutture, gli autori concludono che ha importanza formale soltanto la nozione di “distanza dalla radice” di un nodo della struttura gerarchica degli eventi sonori. Tale distanza viene quantificata attraverso un “numero RD”: “The RD number of an event e in a structure K, RD(e), is the number of nodes that nonreflexively dominate the maximal projection of e (i.e. eP) in K” [8, p. 32-27]. Considereremo la distanza gerarchica di ciascun evento sonoro dalla propria “proiezione massima”, ossia il suo “numero RD”, come una componente di ST. Poiché nella formalizzazione di [8] il numero RD dell’evento dominante – la testa della frase musicale – è uguale a zero, e poiché non è plausibile che la percezione del primo di una serie di eventi sonori abbia un costo cognitivo nullo, aumenteremo di una unità i numeri RD calcolati secondo la regola di Katz e Pesetsky.
Calcoleremo dunque ST ricorrendo alle regole di TSR formulate in [2, p. 152-178] e parzialmente implementate in [4]. Ottenuta la segmentazione del brano musicale in gruppi-frase, l’algoritmo assegnerà a ognuno di questi un numero progressivo; successivamente si applicherà la regola di Katz-Pesetsky per trovare i numeri DR di ciascun evento sonoro e, dopo averli aumentati di una unità, l’algoritmo li sommerà al numero – che chiameremo “Ng”[4] – proprio di ciascun gruppo-frase. Il semplice algoritmo descrivente questo processo di calcolo di ST sarà dunque:

ST = Ng + DR’ (dove ST = sforzo di trattamento cognitivo; Ng = numero progressivo di gruppo-frase; DR’ = numero DR aumentato di un’unità).

Così calcolato, ST verrà messo in rapporto con EM, entrando a costituire la formula della Rilevanza Musicale: RM = EM/ST.

3. Calcolare l’effetto cognitivo musicale


Riguardo ai tre tipi di tensione tonale distinti da Lerdahl (superficiale, sequenziale, gerarchica), i test sperimentali sembrano mostrare che tutti gli ascoltatori percepiscono anche la tensione gerarchica e che la tensione sequenziale non è una variabile sufficiente per rendere conto dell’effettiva percezione musicale[5].
Nonostante il problema lasciato aperto in [2, 3], per cui la generazione dell’albero TSR di un brano musicale non si fonda su un algoritmo ma su un “sistema di regole di preferenza” [10, p. 340], per calcolare EM faremo ricorso ad alcuni algoritmi formulati in [3] considerando il calcolo complessivo della tensione/attrazione melodica come parte fondamentale di EM:

Hierarchical tension rule: Tloc(y) = d(xdom®y) + Tdiss(y); Tglob(y) = Tloc(y) + Thin(xdom), dove y è l’accordo-bersaglio, xdom è l’accordo che domina direttamente y nell’albero del prolungamento; Tloc(y) è la tensione locale associata a y; d(xdom®y) = la distanza da xdom a y; Tglob(y) è la tensione globale associata a y; Thin(xdom) = la somma dei valori di distanza che y eredita dagli accordi che dominano xdom

Harmonic attraction rule: arh(C1®C2 ) = c[arvl(C1®C2)/d(C1®C2)], dove arh(C1®C2 ) è l’attrazione armonica di C1 verso C2; la costante c = 10; arvl(C1®C2) è la somma dell’attrazione della condotta delle parti per tutte le voci in C1; d(C1®C2) è la distanza da C1 a C2, con C1 ¹ C2.

Formulate inizialmente in [3], queste regole hanno trovato un riscontro sperimentale in [10], predicendo con sufficiente esattezza la percezione di un ascoltatore. Ipotizziamo che tali regole rendano conto congiuntamente di EM: nel calcolo della rilevanza musicale sarà dunque necessario avere una misura aggregata e ponderata della tensione locale, più la tensione globale, più l’attrazione armonica (in [10] si utilizza la tecnica della regressione multipla).
Il nostro algoritmo finale calcolerà così una prima approssimazione della Rilevanza Musicale: tale approssimazione dovrà naturalmente attraversare il banco di prova dell’implementazione e del confronto con i test psicologici sperimentali che ne saggeranno la plausibilità cognitiva.

References
1.       Sperber, D., Wilson, D.: Relevance. Communication and Cognition. Blackwell, Oxford (1986/1995)
2.       Lerdahl, F., Jackendoff, R.: A generative theory of tonal music. MIT Press, Cambridge (1983)
3.       Lerdahl, F.: Tonal pitch space. Oxford University Press, New York (2001)
4.       Hamanaka, M., Hirata, K., Tojo, S.: Implementing "A Generating Theory of Tonal Music". Journal of New Music Research, 35 (4), pp. 249--277, Routledge (2006)
5.       Wilson, D., Sperber, D.: Relevance Theory. In: Ward, G., Horn, L. (eds.) Handbook of Pragmatics. Blackwell, Oxford  (2004)
6.       Carnap, R.: Logical foundations of probability. Routledge and Kegan Paul, London (1950)
7.       Davies, S.: Musical Understandings. In: Becker, A., Vogel M. (eds.), Musikalischer Sinn: Beiträger zu einer Philosophie der Musik. Suhrkamp Verlag, Frankfurt (2008)
8.       Katz, J., Pesetsky, D.: The Identity Thesis for Language and Music, http://ling.auf.net/lingBuzz/000959
9.       Bigand, E., Parncutt, R.: Perception of musical tension in long chord sequences. Psychological Research, 62 (4), pp. 237--254. Springer (1999)
10.    Lerdahl, F., Krumhansl, C. L.: Modelling tonal tension. Music Perception, 24, pp. 329--366. University of California Press  (2007)


[1] Anche se in italiano l’uso invalso è quello di tradurre “relevance” con “pertinenza”, nel corso del testo si userà la traduzione “rilevanza”, in mancanza di ragioni particolari per mantenere “pertinenza”.
[2] Sulla nozione comparativa/quantitativa di rilevanza, si veda [1, §3.2, §3.5, §3.6]. Per la distinzione tra concetti comparativi e quantitativi si veda [1, pp.79-81, 124-32], che rinvia a [6].
[3] In [1], Sperber e Wilson considerano omogenee la sfera cognitiva e quella emotiva.
[4] Per bilanciare Ng occorrerà tuttavia trovare un’adeguata quantificazione dell’effetto musicale causato dalla ripetizione di elementi musicali: proporremo questo bilanciamento in un lavoro successivo.
[5] In [9] si ottiene un diverso risultato sperimentale: gli ascoltatori percepirebbero maggiormente la tensione sequenziale. In [10, p.357] si ipotizza che questo diverso risultato sia parzialmente spiegabile con l’assenza, in [9], delle componenti della dissonanza superficiale e dell’attrazione melodica e per il fatto che il loro metodo incoraggerebbe l’ascolto “momento-per-momento”.

venerdì 26 novembre 2010

Dialogo tra un pessimista anarchico e un marxista intelligente

Marxista: [...] Stiamo aprendo una prospettiva anarco-socialista, ovvero la ricomposizione della frattura della prima internazionale. In effetti i tempi sono maturi :-)

Anarchico: certo! E comunque era tutta colpa dei marxisti :-D

Marxista: Beh, alcuni marxisti hanno certo contribuito, eccome, sia nella teoria che soprattutto nella prassi. Ma non tutti.
A parte gli scherzi, penso proprio che molte delle ragioni che dividevano anarchici da socialisti siano state superate, a partire dalle condizioni di un'efficace auto-organizzazione dal basso favorita dalle nuove tecnologie di comunicazione per finire con il fatto che anche il movimento socialista ha presto atto dei problemi enormi che sorgono scorporando il tema delle libertà individuali dagli obiettivi
di giustizia sociale.

Anarchico: sì, ma soprattutto, anche i socialisti hanno capito che la scienza non è quella marxista...

Marxista: su questo sono pronto a confrontarmi, perché sia nelle scienze sociali che nelle scienze economiche il contributo dei marxisti è stato notevole e anche più dinamico di quel che si tende a
rappresentare.
Pensa a Oskar Lange, che ebbe il coraggio di criticare la teoria del valore marxiana rinnovando così la teoria economica marxista con innesti neoclassici, dimostrò matematicamente che il piano è uno strumento di allocazione migliore del mercato perché in grado di riprodurre gli effetti allocativi di quest'ultimo, ma anche di produrne di altri, a seconda degli obiettivi sociali desiderati. Ancora comprese che il piano è in grado di asservire il mercato ai proprio fini allocativi.
http://it.wikipedia.org/wiki/Oskar_Lange (meglio la versione inglese)
Oggi la sociologia mondiale riscopre le categorie gramsciane e marxiane e l'economia il dirigismo, che è un'economia di piano che si dichiara capitalista per non occuparsi troppo delle responsabilità sociali, trionfa ovunque e soprattutto è il modello della potenza in crescita, quella cinese. E per quanto fosse imperfetta, l'economia di piano sovietica, pur applicata alla cappero che peggio non si poteva perché continuamente violentata dalle cicliche purghe di esperti e dagli ukaze politici che pretendevano obiettivi deliranti, ha permesso ad un paese di secondo piano di diventare la seconda potenza economica e industriale del pianeta in pochi decenni. E da quando c'è stata la transizione al capitalismo, non c'è stato il tanto profetizzato decollo russo, ma un'agonia economica e demografica che ha obbligato la Russia a dipendere dalle esportazioni di materie prime come gas e petrolio, al pari della Nigeria o del Venezuela. Secondo me c'è ancora troppa pressione ideologica per riconoscere anche le virtù, oltre che i limiti, della pianificazione socialista o del socialismo di mercato.

Anarchico: ecco non nego che ci siano (stati) marxisti colti e intelligenti, quello che negherei è che il loro marxismo abbia dato qualche apporto decisivo al loro lavoro intellettuale. Ma queste sono questioni inutili.
Voi marxisti siete affascinati dallo sviluppo tecnologico, che vi pare un bene primario.
Prima la società, poi l'individuo. Io invece credo che una società che sacrifichi anche solo un individuo non abbia alcuna legittimità morale, figuriamoci politica.
Mi obietterai forse che la razionalità impone vincoli, ma anche l'etica è razionale, si tratta solo di decidere se riferirsi all'economia o all'etica (tanto per riprendere le categorie dello spirito crociane)
Io credo che il mito dello sviluppo economico sia tipicamente otto-novecentesco e ormai morto e sepolto, e che per impostare un nuovo modello di sviluppo basato sulla decrescita ("sviluppo sostenibile" mi sembra un concetto ipocrita) si debbano abbandonare un bel po' di convinzioni marxiste.
(Che l'URSS crescesse e la Russia putiniana no, da un punto di vista epistemologico non è UNA DIMOSTRAZIONE di niente, anche se sappiamo tutti che dopo il crollo del regime il capitalismo mafioso ha preso in mano tutto quanto)
Il marxismo dice molto sul sistema, ma nulla sull'individuo, che viene sempre trattato come astrazione idealizzata, il che all'occorrenza può giustificare le purghe (non che le giustifichi davvero, e non che io creda che nessuno pensi che le giustifichi; ma sembra essere un fatto che il bolscevico crede nella necessità di salvare la rivoluzione massacrando i rivoltosi di Kronstadt).
Un'altra cosa notevole, anche se solo fenomenologica, è questa: nel mondo nessun grande intellettuale si riferisce più al marxismo se non, com'è giusto, come a una delle tante dottrine da cui si può prelevare qualcosa di buono senza tentare di salvarne la sacra coerenza.

Io direi così: se la tua scienza è buona, la praticherai con successo senza sentire il bisogno di magnificarne a tutti le grandi virtù. Ma se la tua scienza non produce buoni risultati (e mi pare proprio il caso del marxismo) allora non esitare a cercare altre scienze più produttive.
E bada che questo discorso non va confuso con il perserverare nella difesa dei propri ideali: quelli vanno difesi SEMPRE, a prescindere dal successo o dall'insuccesso empirico ottenuto nel difenderli.
Ma etica e scienza stanno su piani separati

[cfr. anche Dialogo tra un sordo marxista platonico, e un sordo anarchico pseudocognitivista]