E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)

martedì 22 febbraio 2011

Complessità, complicatezza e semplicità in musica

1. Una tipologia musicologica di Fred Lerdahl alla luce della Relevance Theory

La Teoria Generativa della Musica Tonale (GTTM) è una delle più influenti teorie della cognizione musicale (Jackendoff e Lerdahl, 1983). In GTTM Lerdahl e Jackendoff non esprimono un punto di vista estetico, tuttavia, in una serie di articoli successivi[1], Lerdahl ha derivato da GTTM alcuni principi della composizione musicale. Anche se questi principi non sono un insieme di regole estetiche, essi sono presentati come “vincoli cognitivi” per una prassi compositiva rispettosa della natura della mente umana.
La buona musica, afferma Lerdahl, deve essere fondata sull’umana “facoltà musicale” (capacity for music, Jackendoff and Lerdahl 2006), ossia sulla natura della mente e della cognizione musicale[2]. Secondo Lerdahl, gran parte della musica del XX secolo ha adottato grammatiche composizionali lontane dalle “grammatiche d’ascolto” implicite nella mente umana. Ne sono risultate opere musicali artisticamente manchevoli: per esempio, le strutture della musica dodecafonica non hanno alcuna realtà percettiva, come numerosi test psicologici sembrano mostrare[3].
In un primo momento Lerdahl afferma: “nous ne portons aucun jugement esthétique [...]. La relation entre perceptibilité et valeur est oscure; personne n’a vraiment de théorie sur de telles questions” (1985, p.112). Tuttavia questa osservazione è successivamente attenuata: « Cependant, ces remarques comportent une sorte plus subtile de sous-entendu esthétique”. Questo sottinteso è la tipologia musicale proposta da Lerdahl e che discuteremo in questo articolo. Il punto di vista di Lerdahl potrebbe dirsi “meta-estetico”, nel semplice senso che i vincoli cognitivi dedotti da GTTM rappresentano il fondamento su cui i giudizi estetici possono essere formulati.
Lerdahl afferma: “Following them [the cognitive constraints] will not guarantee quality. I maintain only that following them will lead to cognitively transparent musical surfaces, and that this is in itself a positive value; and, conversely, that not following them will lead in varying degrees to cognitively opaque surfaces, and that this is in itself a negative value” (1988, p.118). In altre parole, ci sono molti possibili generi musicali con “cognitively transparent musical surfaces”, e questa trasparenza superficiale è soltanto il primo livello di un’opera musicale “ben formata”[4].
La tipologia musicale suggerita in Lerdahl (1985) e ripetuta successivamente (1988; 1997) è fondata sull’esistenza di una doppia struttura in ogni brano musicale. Come nel “modello standard” della linguistica chomskyana, Lerdhal distingue una “superficie musicale”, ossia tutti gli eventi sonori che la mente può percepire, e una “struttura profonda”, ossia le relazioni gerarchiche che la mente può reperire sotto la superficie musicale[5]. Se tale superficie “has numerous non-redundant events per unit time”[6] la musica può dirsi complicata. Se le strutture gerarchiche che la mente dell’ascoltatore deriva inconsciamente dalla superficie musicale sono complesse, la musica può dirsi complessa.[7] Il terzo e ultimo tipo musicale è citato solo en passant da Lerdahl (1988; 1997): si tratta della musica semplice, ossia la musica che ha una superficie semplice e una struttura profonda povera. La definizione è negativa: semplicità è l’assenza sia di complicatezza che di complessità (Lerdahl 1997, p. 425). Complicato/complesso/semplice sono trattati da Lerdahl come concetti di tipo “classificatorio” (“x è complicato/complesso/semplice oppure no”) [8]: sembrano escludere la possibilità di una quantificazione e ammettere solo implicitamente una comparazione.
Uno degli elementi maggiormente problematici in questa tipologia è la sua assiologia implicita: secondo Lerdahl la complessità è migliore della semplicità. Lerdahl attribuisce un valore esteticamente neutro alla complicatezza o meglio, alla musica con una superficie complicata, e un valore positivo alla complessità, ossia alla musica con una ricca struttura profonda. Ma la terza qualificazione, la semplicità, è giudicata implicitamente come negativa: “Balinese gamelan falls short with respect to its primitive pitch space. Rock music fails on grounds of insufficient complexity” (Lerdahl 1988, p. 119).


1.1 Estetica e cognizione.

Lerdahl sembra esitare tra la possibilità di fondare l’estetica su basi cognitive e l’ammissione che tale fondazione è priva di senso. In effetti, sebbene rifiuti la fondazione cognitiva dell’estetica, Lerdahl pensa che GTTM abbia conseguenze estetiche. Lerdahl (1988), per esempio, deriva da GTTM alcuni “vincoli cognitivi” per la composizione musicale. Se questi vincoli non sono direttamente estetici[9] essi tuttavia hanno almeno un contenuto meta-estetico, nel senso definito più su, poiché determinano precise restrizioni delle possibilità compositive, restrizioni derivate dalle regole individuate in GTTM e successivi ampliamenti. Secondo Lerdahl un buon musicista deve rispettare questi vincoli cognitive per comporre musica “naturale”, ossia una musica compatibile con la nostra “capacity of music” (Jackendoff e Lerdahl, 2006), in armonia con la mente musicale[10].


1.2 Semplicità difettosa?

Lerdahl dichiara idiosincratica e personale la propria preferenza estetica per la complessità e la sua neutralità nei confronti della complicatezza, tuttavia la condanna della semplicità sembra pretendere a uno statuto superiore a quello del mero giudizio di gusto: “Rock music fails on grounds of insufficient complexity”. La semplicità è “the absence of both complicatedness and complexity” e la complessità ha per Lerdahl un valore estetico positivo, ma le ragioni per condannare la semplicità non sono chiare: non potrebbe trattarsi di un valore neutro, come la complicatezza? In mancanza di buoni argomenti, sembra immotivato dichiarare fallimentare un idioma musicale a grande diffusione popolare come la musica rock o un idioma tradizionale come il gamelan balinese. Una teoria cognitiva della musica dovrebbe tentare di spiegare anche i generi musicali demotici ed esotici realmente esistenti, e non soltanto lo stile classico; dovrebbe inoltre spiegare come possano esistere generi musicali ritenuti cognitivamente fallimentari, e perché mai essi piacciano.


1.3 Mozart complesso, Glass semplice.

Non pare molto plausibile attribuire tout court – come fa Lerdahl[11] – la “complessità pura” (senza complicatezza) alla musica di Mozart o di Schubert, se questa attribuzione è diretta a un autore in toto anziché a specifiche composizioni: più di un minuetto di Mozart potrebbe essere considerato come un esempio della categoria lerdahliana di “musica semplice”. Il punto debole di questa classificazione consiste nel fatto che Lerdahl usa la tricotomia “complesso/complicato/semplice” come se si trattasse di concetti classificatori (Carnap, 1950): qualcosa è complesso/complicato/semplice, oppure no. Ma l’applicazione dei tre concetti sembrerebbe più plausibile, almeno in funzione estetica, se ammettessero dei gradi o meglio ancora una comparazione: qualcosa è più o meno complesso/complicato/semplice di qualcos’altro (nel lessico di Carnap: concetti comparativi).
Reinterpretata in tal modo la tricotomia diventa ancor più plausibile, tanto cognitivamente quanto esteticamente, se analizzata nel contesto della  Relevance Theory (Sperber e Wilson, 1986/1995). In accordo con la teoria, la rilevanza di un input è funzione dello “sforzo di trattamento” e dell’“effetto cognitivo”: ceteris paribus, quanto più grande è lo sforzo di trattamento, tanto meno rilevante è l’input, e quanto più grande è l’effetto cognitivo, tanto più rilevante è l’input (per qualcuno, in un certo contesto cognitivo).
Proponiamo dunque di adottare il concetto di Rilevanza così come definito dalla teoria di Sperber e Wilson per rendere plausibile l’applicazione della tricotomia lerdahliana, ricollocandola nel dominio cognitivo prima che in quello estetico. Anziché come variabili categoriali, complessità/complicatezza/semplicità possono essere considerate funzione della rilevanza (locale/globale) di un brano musicale. Per risultare cognitivamente (più) rilevante (di un altro), un brano musicale richiedente un certo sforzo di processamento deve offrire in cambio un proporzionato effetto cognitivo/emotivo[12] (maggiore di quello offerto da un altro brano richiedente analogo sforzo di processamento).
Assumendo che la superficie di un brano musicale corrisponda al livello maggiore dello sforzo di trattamento e la struttura profonda corrisponda all’effetto musicale sulla mente dell’ascoltatore, in accordo con l’analisi di Lerdahl diremo che la complicatezza senza complessità produrrà una rilevanza debole. Contrariamente al punto di vista di Lerdahl, però sosterremo anche che una musica semplice, che richieda un piccolo sforzo di trattamento, può essere rilevante se offre un buon effetto cognitivo/emotivo, per lo meno non inferiore allo sforzo di processamento. Questa impostazione apre la via alla riabilitazione della musica demotica, ossia la musica strutturalmente semplice ma piacevole, come alcuni esempi di musica rock, e come il gamelan balinese alle orecchie balinesi.
Da un punto di vista computazionale, rimane aperto il compito della formulazione di un algoritmo di calcolo della Rilevanza Musicale, fondato sulla formalizzazione del concetto di Rilevanza.



Bibliografia

1.      Carnap, R. (1950). Logical foundations of probability. Routledge and Kegan Paul, London.
2.      Davies, S. (2008). Musical Understandings, in Musikalischer Sinn: Beiträger zu einer Philosophie der Musik, A. Becker & M. Vogel (eds.), Matthias Vogel (trans.), Francoforte, Suhrkamp Verlag.
3.      Jackendoff, R., Lerdahl, F. (2006). The Capacity for Music: What’s Special about it?, Cognition 100, 33-72.
4.      Lerdahl, F. (1985). Théorie genérative de la musique et composition musicale. In T. Machover, ed., Le Concept de Recherche Musicale. Parigi, Christian Bourgois.
5.      Lerdahl, F. (1988). Cognitive Constraints on Compositional Systems. In J. Sloboda, ed., Generative Processes in Music. Oxford, Oxford University Press.
6.      Lerdahl, F. (1997). Composing and Listening: A Reply to Nattiez. In I. Deliége & J. Sloboda, eds., Perception and Cognition of Music. Hove, Psychology Press
7.      Lerdahl, F., Jackendoff, R. (1983). A generative theory of tonal music. Cambridge, MIT Press.
8.      Raffmann D. (2003). Is  Twelve-Tone Music Artistically Defective?, Midwest Studies in Philosophy 27 (1): 69–87.
9.      Sperber D., Wilson, D. (1995). Relevance: communication and cognition. Blackwell, Oxford


[1] Lerdahl (1985), Lerdahl (1988), Lerdahl (1997).
[2] Lerdahl (1988, p.119): “My second aesthetic claim in effect rejects this attitude in favour of the older view that music-making should be based on “nature”. For the ancients, nature may have resided in the music of the spheres, but for us it lies in the musical mind”.
[3] Diana Raffmann (2003).
[4]  “All sorts of music satisfy these criteria - for example, Indian raga, Japanese koto, jazz, and most Western art music” Lerdahl (1988, p.119).
[5] A questo proposito, si è molto discusso se la comprensione musicale necessiti davvero della comprensione “strutturale” o se invece questa non sia appannaggio di forme d’ascolto “esperto”. Per un riassunto del dibattito si veda Davies 2008.
[6] Lerdahl (1988, p.118).
[7] Ibidem.
[8] Carnap (1950).
[9] “Il faut souligner que nous ne portons aucun jugement esthétique dans ces cas” Lerdahl (1985:112).
[10] Lerdahl (1988, p. 119-20) esplicita bene questo punto: “The avant-gardists from Wagner to Boulez thought of music in terms of a “progressivist” philosophy of history: a new work achieved value by its supposed role en route to a better (or at least more sophisticated) future. My second aesthetic claim in effect rejects this attitude in favour of the older view that music-making should be based on “nature”. For the ancients, nature may have resided in the music of the spheres, but for us it lies in the musical mind”.
[11] Lerdahl (1997, p.425): “Mozart and Schubert are complex but not complicated. Bach, Brahms, and much of Wagner are both complex and complicated. Donizetti is simple. In the 20th century, Debussy, Stravinsky, and early Webern are complex but not complicated. Schoenberg is both complex and complicated. Carter, Babbit, Xenakis, early Stockhausen, and the Boulez of Le Marteau sans Maître are complicated but not complex; the same holds for the composers of the “new complexity” such as Ferneyhough. Glass and Pärt are simple”.
[12] Sperber e Wilson considerano omogenee la sfera cognitiva e quella emotiva.

lunedì 21 febbraio 2011

2.4 Style expressif de la pensée wittgensteinienne (Lacerti di una tesi di dottorato in filosofia, 2007)

Si on ne considère pas l'espace vide dans les Dictées à Waismann laissé sous la voix « style de pensée », il y a au moins une apparition textuelle explicite et très significative de cette expression :
En un sens, je fais de la propagande en faveur d’un style de pensée en tant qu’il est opposé à un autre. […] Changer le style de pensée, c’est ce qui compte dans ce que nous faisons. Changer le style de pensée, c’est ce qui compte dans ce que je fais, et persuader les gens de changer leur style de pensée, c’est ce qui compte dans ce que je fais [Wittgenstein (1938), trad. fr. p. 64-65].

Il est évident que Wittgenstein considère la question du changement de style de pensée comme une véritable question éthique, la question d’une conversion. Bien sûr, la conversion requise – et l’auto-conversion, étant donnée la véritable lutte que la pensée wittgensteinienne dû accomplir presque contre elle-même – c'est une façon de se libérer des inquiétudes philosophiques liées à l'obsession pour l’explication, en faveur du descriptivisme grammatical, point d’arrivée de la philosophie du deuxième Wittgenstein[1].
Depuis l’usage fait par Wittgenstein de l’expression « style de la pensée » on peut en déduire qu'il ne s’agit pas d’une simple métaphore, mais d’une désignation pertinente de l’activité de penser. Certes, Wittgenstein ne dit pas en quoi consisterait le style de pensée et à notre connaissance il n’imagine aucun jeux de langage pour éclairer les usages possibles de cette expression, pourtant mystérieuse en l’absence d’une théorie de la pensée ou d’un usage paradigmatique.
Même si on a parlé à tort du prétendu « béhaviourisme philosophique » de Wittgenstein[2], sa position sur la nature de l'esprit et de la pensée est lointaine de tout projet de naturalisation. Wittgenstein soutient en effet que des états mentaux on peut parler sur un autre plan que celui des processus et des événements, qu'ils soient psychologiques, privés ou objectifs, ou physiques ou physiologiques, puisque tous ces processus ou événements sont compris sur le modèle causal qui fait des états mentaux les effets d’événements internes ou externes à un organisme[3].
La confusion entre la logique des causes et celle des raisons est selon Wittgenstein fatale pour la psychologie et projetant à l’intérieur de l’esprit un « mécanisme hypothétique »[4] – tel que les models des facultés mentales des sciences cognitives – on ne fait que reproduire cette confusion[5].
Wittgenstein ne nie pas l’existence des attitudes propositionnelles (cf. infra § 4.1) : il nie la possibilité de les traiter comme des états objectifs, des représentations mentales, des objets abstraits nécessaires pour expliquer le fonctionnement de l'esprit et de la pensée. Si la position wittgensteinienne est anti-représentationnaliste (et anti-computationnaliste avant la lettre), elle n’est pas anti-réaliste en matière d’attitudes propositionnelles, pourvu qu’on ne les réduise pas à des états mentaux privés.
Or, Wittgenstein aurait-il pu attribuer à la pensée une véritable propriété stylistique tout en considérant ineffable la pensée lorsque encore inexprimée ? L'hypothèse substantialiste est incohérente avec l’ensemble de la seconde philosophie wittgensteinienne :
D’une manière générale, Wittgenstein insiste sur le fait que les concepts mentaux n’appartiennent pas à la catégorie de substance, mais à celle des propriétés des substances : ce ne sont pas des choses, des épisodes, des événements, mais des propriétés que nous attribuons à des individus ou à des personnes. D’où le leitmotiv suivant : des expressions comme « l’esprit pense », « le cerveau pense », ou « Untel a des pensées », sont des non-sens grammaticaux, parce qu’on suppose que l’esprit et le cerveau sont « des choses qui pensent », ou qu’ils ont des pensées. Mais la pensée n’est pas une chose, et une pensée n’est pas une chose qu’on pourrait avoir, comme on a du bon tabac dans sa tabatière. Une pensée est plutôt un attribut de quelqu’un [Engel (1996), p. 171].

L’image wittgensteinienne de la pensée[6] exclue la possibilité d’une ontologie de l’attribution stylistique : le phénoménalisme grammatical wittgensteinien rend insensé parler de style de pensée comme propriété d'une substance de pensée. Dans cette perspective, pourrait-on imaginer un jeu linguistique à l’intérieur duquel l’expression « changer le style de la pensée » aurait un sens ? Ce serait un jeu méta-philosophique, le jeu linguistique de l’« idéologie » wittgensteinienne avec sa dénonciation des maux de la civilisation contemporaine[7].
Certains fragments publiés dans Zettel et remontant aux années de 1929 à 1948, constituent un témoignage clair de l'image wittgensteinienne de la pensée :
110. « Penser », c’est un concept qui a de lointaines ramifications. Un concept qui rassemble en lui bien des manifestations de la vie. Les phénomènes de pensée couvrent un bien large camp.
111. Nous ne sommes pas du tout préparés à la tâche de décrire (par exemple) l’emploi du mot « penser » (et pourquoi le serions-nous? Quelle utilité aurait-elle une telle description?).
Quand à la représentation naïve que nous nous en faisons, elle ne correspond en rien à la réalité. Nous nous attendons à lui trouver un contour uni et régulier, et tout ce que nous arrivons à voir, c’est un contour fait de mille éclats. Ce serait bien là le cas de dire que nous nous sommes fait une image fausse [Wittgenstein (1967), trad. fr. p. 37-38][8].

Faisant remarquer qu’apparemment nous ne sommes pas préparés à décrire l’emploi du mot « penser », Wittgenstein semble restituer quelque chose du sens de la merveille philosophique contre les automatismes de la pensée scientifique. En tout cas Wittgenstein a une conception richissime de la pensée : toute sa dernière philosophie de la psychologie est une critique à tout réductionnisme en philosophie de l’esprit, soit-il un réductionnisme cartésien, matérialiste ou behaviouriste[9].
Les innombrables observations wittgensteiniennes sur la psychologie ont le résultat positif de souligner la variété phénoménologique du mental. Une typologie possible de la phénoménologie wittgensteinienne du mental est celle de Baker et Hacker (1982) reprise par Casati (1997) et soulignant les éléments suivants dans la philosophie wittgensteinienne de la psychologie :
1) la distinction entre la première et la troisième personne ;
2) les distinctions en termes de localisation temporelle et d’aspects temporels auxquels sont sensibles les verbes et les concepts psychologiques (les phénomènes psychologiques se divisant en instantanés, indifférenciés – comme la connaissance – ou doués d’un rythme temporel particulier) ;
3) la possibilité de localisation physique qui distingue certains événements et propriétés psychologiques (les sensations) ;
4) la possibilité d’avoir des degrés, qui distingue les sensations des pensées ;
5) la possibilité d’avoir une manifestation expressive (ici la position wittgensteinienne est déterminable comme expressionniste (Casati), puisque les ainsi dites qualités tertiaires ou expressives sont perçues directement, sans inférences[10] ;
6) la dispositionnalité de certains concepts psychologiques ;
7) la perméabilité à la volonté de certains phénomènes mentaux ;
8) la relation informationnelle avec le monde externe de certains phénomènes, qui en dépendent pour leur contenu informatif ;
9) la relation de certains concepts psychologiques avec la causalité.

En sus de cette typologie implicite à laquelle Wittgenstein se consacrait de façon non systématique, le regard philosophique wittgensteinien présuppose la critique radicale de l’explication, en psychologie comme en philosophie. Comme le dit bien le slogan philosophique des Recherches, « Denke nicht, schau ! »[11], Wittgenstein veut substituer à l’explication philosophique (qui pour lui n’en est pas une) une vision synoptique (übersichtliche Darstellung)[12]. Etant donné que « le grammatical n’est atteint que lorsque l’explication tombe »[13] on se trouve devant un choix radical entre une perspective grammaticale, dans le sens idiosyncrasique de Wittgenstein, et d’autres possibilités méthodologiques mises à disposition par la philosophie. Mais l’injonction à ne pas essayer d’expliquer peut aussi bien être vu comme un défaut de manque d’explication[14] :
Si l’énoncé 'Il y a 37 pommes sur l’arbre' n’est pas rendu vrai par quelque fait concernant l’arbre, mais par le fait que tous ceux qui comptent les pommes sur l’arbre arrivent à 37, il n’est alors pas possible d’expliquer comment tous ceux qui comptent les pommes sur l’arbre arrivent à 37 (normalement l’on expliquerait en disant qu’il y a 37 pommes sur l’arbre ; dans le contexte présent [celui de la philosophie wittgensteinienne] nous devrions dire que tous arrivent à 37 puisque tous arrivent à 37) [Casati (1997), p. 209, nous traduisons].

Cette conception ne peut pas satisfaire si l’on ne partage pas la dénonciation wittgensteinienne de l’inquiétude philosophique consistant à chercher des explications, surtout dans le cadre des sciences naturelles (comme le fait la « Nouvelle Synthèse » : cf. § 4.8). La complexe attitude de Wittgenstein envers la philosophie et la science bloque d’emblée la possibilité des spéculations métaphysiques, y inclus celles de la philosophie cognitive, mais ce blocage n’est effectif que pour ceux qui sont concerné par la tonalité émotive de la philosophie wittgensteinienne[15].
Cette critique radicale de l'explication causale équivaut d'ailleurs à la négation avant la lettre du programme de recherche cognitiviste, fondé comme il est sur l’explication causale et sur la recherche et la formulation de régularités nomologiques (avec la clause ceteris paribus). Mais il faut rappeler que la situation de la psychologie et la relation entre philosophie et psychologie et aujourd’hui bien différente qu’à l’époque de Wittgenstein[16]. Remarquons pourtant que même dans la perspective modulariste – notamment dans l’hypothèse de la Modularité Massive (cf. § 4.8) – l’on admet une multiplicité de faculté de l’esprit : les modules de l'esprit ou organes mentaux (Chomsky) ne sont pas facilement dénombrables s'il est vrai qu'ils peuvent aussi avoir les dimension d’un concept[17]. Mais dans l’image modulariste de la pensée il y a l’idée fondamentale que d’un point de vue naturalisant l’on peut faire ce que Wittgenstein considère fourvoyant, c’est-à-dire expliquer. La philosophie cognitive procède en faisant des hypothèses de mieux en mieux explicatives sur la structure et le fonctionnement du cervau-esprit[18].

A notre avis il est donc probablement impossible d’extraire une véritable théorie wittgensteinienne du style de la pensée. Que Wittgenstein parle de style de pensée nous semble donc représenter une tension interne à sa pensée : si l’on ne pouvait parler que de la pensée exprimée, comme le veut Wittgenstein, le style de pensée ne devrait-il pas se réduire au style de l'expression ou de la communication de la pensée ? Si parler de la pensée n’était possible qu'une fois la pensée exprimée, a fortiori parler d’un attribut quelconque de la pensée, tel son prétendu style, devrait être compris comme parler d'un attribut de l'expression de la pensée.


[1] Sur ce point voir Soulez (1997).
[2] Wittgenstein (1953), § 308 (cité in Casati (1997), p. 216), par exemple prend nettement position contre le béhaviourisme.
[3] Engel (1996), p. 165.
[4] Wittgenstein (1958).
[5] Engel (1996), p. 168.
[6] L’on pourrait pourtant considérer la première image de la pensée wittgensteinienne, quelque peu différente de la deuxième ; à l’époque du Tractatus en effet Wittgenstein concevait la pensée comme « une espèce de langage » [Wittgenstein (1979), cité in Glock (1996), p. 421]. Wittgenstein (1921) définie la pensée comme « la proposition douée de sens » (proposition 4), comme « l’image logique des faits » (proposition 3) ou encore comme le « signe propositionnel appliqué, pensé » (proposition 3.5). Glock [Ibidem] commente ainsi : « Une pensée est elle-même une proposition dans le langage de la pensée, intimement liée au signe propositionnel. […] Par suite c’est un trait essentiel des pensées que de pouvoir être exprimées complètement dans le langage. Cela rompt avec la conception vénérable, partagée par Frege et Russell, selon laquelle la relation entre la pensée et le langage est externe ». Une telle conception "effabiliste" de la pensée n’est pas encore la résorption de la pensée dans le langage, et permettrait peut-être de faire l’économie d’une notion du style de pensée chez le premier Wittgenstein.
[7] Voir Casati (1997), p. 196.
[8] « 110. 'Denken', ein weit verzweigter Begriff. Ein Begriff, der viele Lebensäusserungen in sich verbindet. Die Denk-phänomene liegen weit auseinander.
111. Wir sind auf die Aufgabe gar nicht gefasst, den Gebrauch des Wortes "denken" z. B. Zu beschreiben. (Und warum sollten wir's sein? Wozu ist so eine Beschreibung nütze?)
Und die naive Vorstellung, die man sich von ihm macht, entspricht gar nicht der Wirklichkeit. Wir erwarten uns eine glatte, regelmäßige Kontur und kriegen eine zerfetzte zu sehen. Hier könnte man wirklich sagen, wir hätten uns ein falsches Bild gemacht ».
[9] Voir Engel (1996) p. 178.
[10] Casati (1997), p. 218 : Le fait que nous voyons directement la tristesse sur un visage « signifie que le concept de tristesse fait déjà partie du contenu perceptif » et qu’« en tout cas nous ne saurions pas décrire la configuration du visage sans employer le concept de tristesse » : il y a donc une relation interne entre concept et manifestation perceptive »).
[11] Wittgenstein (1953), § 66.
[12] Voir Soulez (2005), p. 120-121 : « […] la grammaire wittgensteinienne vise un objectif positif qui est d’abord cette vision synoptique, laquelle ne peut être éventuellement atteinte que si l’on fait la chasse aux mots « métalogiques » [ » Y compris les mots « philosophie », « langage  »,  etc. Cf. Dictée « Philosophie », vol. 1, p. 61 », note d’A. Soulez]. La méthode doit cependant rester descriptive et opposer toujours une résistance au besoin de donner des explications profondes. L’attention portée aux règles l’emporte sur l’explication de ces règles et même nous en dispense car seule la vision des connexions intermédiaires suffit ».
[13] Soulez (2005), p. 121.
[14] Casati (1997), p. 209.
[15] Comme le résume Casati (1997), p. 210 : « Toutefois il est difficile de trouver chez Wittgenstein un argument vainquant contre le désir d’expliquer ou de rationaliser certains phénomènes, en particulier ceux du comportement humain ».
[16] Voir Casati (1997), p. 197 : « [l]a complexité des interactions entre philosophie et psychologie (dans les deux directions) est aujourd’hui telle qu’elle constitue un véritable objet théorique, et cela ne valait pas à l’époque où Wittgenstein écrivait, si ce n’est qu’en mesure marginale ».
[17] Voir Sperber (2002) : « J’argumentais [in Sperber (1994)], que les capacités spécifiques à un domaine [domain-specific abilities] étaient subordonnées à des véritables modules, que les modules existent dans tout format et dimension, y inclus les micro-modules de la taille d’un concept, et que l’esprit était complètement modulaire ».
[18] Sur l’architecture de l’esprit selon la perspective modulaire, voir Carruthers (2006).

domenica 20 febbraio 2011

Il male della banalità (Vogue19)



È nelle sale italiane la trasposizione cinematografica del best-seller di Mordecai Richler La versione di Barney. Un film da vedere anche - o soprattutto? - per chi non ha letto il libro…

Un film tratto da un libro innesca sempre la discussione se la trasposizione sia fedele o addirittura migliore dell’opera di partenza (secondo me è il caso della Solitudine dei numeri primi). In fondo è bizzarro questo accanimento nel confrontare due diversi generi di rappresentazioni narrative, come se l’ossessione per la fedeltà a un Originale contasse qualcosa per giudicare il valore estetico dell’opera di finzione. Ma tant’è, questo è l’andazzo della critica.
Della fedeltà al libro s’è parlato dunque molto anche nel caso di La versione di Barney tratto dal best-seller di Mordecai Richler, scrittore canadese, e diretto da Richard J. Lewis (già autore di numerosi episodi di CSI).
Un ulteriore elemento di valutazione estetica dovrebbe essere forse questo: il film ha fatto venire voglia di leggere il libro a chi non lo aveva ancora letto? È questo il mio caso. Il film mi ha emozionato molto: eccellenti gli attori (Paul Giamatti è Barney, Dustin Hoffman suo padre, nei panni un buffo e volgare ex-poliziotto ebreo, Rosamunde Pike è un’incantevole Miriam, la terza amatissima moglie di Barney; Scott Speedman è un irresistibile strafottentissimo Boogie), ma soprattutto – credo – per i temi trattati: amore, tradimenti, morte, carriera, figli, la vita umana insomma, nella cornice antropologica dell’ebraismo nordamericano che i film di Woody Allen hanno ormai reso famigliare agli europei.
Per gli ignari del plot la storia è avvincente perché si viene subito a sapere (come nel libro, narrato in prima persona) che Barney è da molti anni sospettato dell’omicidio del suo migliore amico, lo scrittore Boogie, anche se è stato assolto al processo per assenza di prove. I teorici come Noël Carroll che pongono l’essenza del cinema nella formulazione di una domanda trovano qui piena soddisfazione: per quasi tutto il film lo spettatore si domanderà se Barney sia colpevole o innocente.
Ma il film non emoziona per questa domanda e per la risposta che si troverà alla fine, il sospetto di omicidio è anzi quasi secondario rispetto al fluire degli eventi narrativi. I temi che compaiono sullo schermo sono i classici Grandi Temi: amicizia, amore, tradimento, malattia, la morte, il senso della vita, la memoria e il rimpianto. Detto così sembra banale, e infatti il film raffigura un essere umano banale, Barney Panofsky, a cui sono capitati alcuni eventi drammatici (ma a chi non ne capitano?). Certo, colpisce il suo amore inconsolabile per Miriam, che nasce da un colpo di fulmine avvenuto il giorno stesso del suo matrimonio con la precedente moglie: ma non è un devastante amore romantico e anche il dolore per la misteriosa scomparsa dell’amico Boogie durante un litigio non lascia a Barney sensi di colpa paralizzanti. Infine, la tragica malattia che lo priva della memoria, prima, e di tutte le facoltà cognitive poi, non può riscattare in nessun modo la sua esistenza.
Questo colpisce del Barney cinematografico: è banale il male che finisce per permeare la sua vita ed è per questo che possiamo identificarci con lui e dolerci che i nostri amori e la nostra vita possano concludersi in maniera così assoluta e definitiva.

sabato 19 febbraio 2011

Dieci sonetti politici di Alfonso Maria Petrosino

I

Nessuno ancora dei lacché collabora
e il Cavaliere resta senza macchia
(à la Lewinsky, organica). Di gabola
in trucco ed espediente si vivacchia.

Un giorno da leone o cento a pecora?
Silvio elencò, sfogliando una rivista
e mostrando un bidè come una specola,
una discinta (già bloccata?) lista:

"Ce l'ho, ce l'ho… ma questa qui mi manca…"
Si era al Grazioli, nel 2009.
Latore dell'aneddoto? Chirac.

Dalla patata, insomma, al patatrac:
all'epoca già c'erano le prove
riflesse da una porcellana bianca.


II

Lombardi ascolta i Rolling Stones e Ruby
è: "She would never say where she came from…"
ragion per cui lui la rilascia subito.
Eppure, a ben pensarci, pure i rom

non ti direbbero da dove vengono
ma non per questo puoi mandarli via.
Sono raminghi? Vadano a ramengo!
si dice. Attenti all'etimologia!

Perché "gitano" viene da "egiziano",
l'Egitto che oggi è messo a ferro e fuoco.
Se quindi si riflette e si compara,

se tanto mi dà tanto, o almeno un poco,
gli zingari che vivono a Milano
magari sono figli di Mubarak!


III

Come Napoleone dopo Lipsia
o come Giulio Cesare in Senato
a Silvio annunciano l'Apocalypse:
è messo molto male, è circondato

e inizia a stringersi quel cerchio. Oppure,
se i suoi palazzi fossero dei bunker,
allora sì che sembrerebbe il Fuhrer:
avide donne con le dita adunche

al posto dei cannoni dell'Armata
Rossa; l'ineluttabile disfatta
ha l'unica incertezza della data.

Non tanto il Volga quanto l'Olgettina
l'hanno fregato. Chiuso in casa, patta
aperta, ormai la fine si avvicina.


IV

E se anche fosse? Intendo, e se anche fosse
stata parente di Mubarak? Bè?
Perché trattarla meglio, o peggio? Resta
questo problema che nessuno osa

discutere: si tratta di una cosa
che al nostro popolo non entra in testa
(e includo con il popolo anche me).
La Rubyconda avrà le gote rosse

ma non mi sembra che provi vergogna.
Ma lasciamo che i giudici lavorino.
Elvio Zornitta fu messo alla gogna

ingiustamente. Fu arrestato Riina.
Ci sono medici che fanno errori
ma non abolirei la medicina.


V

Non sono un dealer e non sono un broker,
non so a che cosa serva l'IMF,
ma se il mercato somigliasse al poker
allora quello di Marchionne è un bluff.

Che a Mirafiori non investirà
lui lo ha deciso già, ma non lo esplicita;
divide gli operai sul voto ma
intanto commissiona una pubblicità.

Sono gli spot a garantire introiti:
al Superbowl quello costoso e lauto
in cui dice Eminem: "That's what we do."

Per tenere bellissima Detroit ho
il sospetto terribile che di auto
a Torino non ne faranno più.


VI

Sul muro di Bologna l'Aretino
ha fatto proprio un bel ragionamento.
In questo caso servirà? Persino
io che non ho memoria mi rammento

la storia della povera Virginia,
nobildonna ridotta a mezzobusto,
storia che più di un giornalista minia
con dei dettagli di cattivo gusto.

Be', questa storia cosa ci rivela?
Valuta i personaggi di contorno.
E' un action movie o una telenovela?

Interpreta o produce Berlusconi?
E chi censurerà le scene porno?
Qualcuno annuncerà buone visioni?


VII

Chiamarlo Codice Penale è giusto:
lui stesso, credo, in tempi non sospetti,
aveva detto di essere, in effetti,
l'imperatore Giustiniano e un busto

si era per questo fatto fare ad hoc
(eh no, quest'ultima è una balla mia).
Il Tribunale di Milano avvia
contro di lui qualche processo choc

per l'opinione pubblica del mondo,
per scoprire se sia stato lubrico
con delle minorenni, e se è concusso.

Ai giudici l'ardua sentenza. In fondo
è meglio un giudice che il bolscevico
che giustiziò l'imperatore russo.


VIII

Il surgelato non sarebbe male
se quando viene surgelato è fresco.
Ma in questo caso (cibo e commensale)
io non vorrei averli nel mio desco.

Non so perché si votino persone
che hanno il bisogno urgente di un'analisi.
Seduti sopra a comode poltrone
fermi determinano la paralisi.

Tra gli alisei impetuosi va la nave
del capitano Findus e alza spruzzi
di onde schiumose e non è mai in bonaccia.

E pesca i nostri governanti, brave
persone con lo sguardo di merluzzi
che tutto perdono, ma non la faccia.


IX

E' vero, approvo e sottoscrivo in pieno:
anch'io avrei senz'altro preferito
che la sinistra, tetra o arcobaleno,
vincesse grazie al voto e non col rito

abbreviato; che fosse la politica,
non la prostituzione minorile,
ad incastrarlo. La sinistra litiga,
si suddivide in centomila file

come formiche ubriache e intanto il giudice
grazie a precise indagini compone
il retroscena delle feste sudicie.

Pensando al mio paese mi intristisco.
Ma non fa niente; in fondo anche Al Capone
lo presero perché evadeva il fisco.


X

La sua reputazione è lesa... fa
continue gaffes... offende i cittadini
e i leader europei... la volontà
di strumentalizzare ai propri fini,

personalissimi, le istituzioni...
la sua politica internazionale
è velleitaria.... Insomma, Berlusconi
ha fatto tanto per l'Italia, male.

Così l'America ci lega a sé
e fa favori che riscuoterà.
La lista di quei cablogrammi è lunga

e da quei cables se ne deduce che
non è più Silvio a farlo a Ruby ma
l'America all'Italia il bunga bunga.

mercoledì 16 febbraio 2011

Una mia mail nel dibattito su una lista civica per i beni comuni, a Torino

 ...
La direzione indicata da Ugo Mattei mi sembra la migliore e la più forte, sia dal punto di vista teorico che pratico: chi vorrà impegnarvisi non ha la garanzia della vittoria, ma non stiamo giocando né facendo una guerricciola politica
Vogliamo riconfigurare una nuova sinistra veramente e fortemente riformista (il che significa più rivoluzionaria di qualsiasi prospettiva rivoluzionaria libresca e puramente mentalistica) a partire dalle nuove idee proprie dello spirito del tempo, di cui la nozione di “beni comuni” appare essere una possibile chiave di volta.

Non si dica che è tardi per un simile esperimento, perché molti di noi auspicavano scelte di questo genere DA MESI, quindi semmai, sono gli attendisti che ora devono accelerare il ritmo per unirsi alla corsa comune di una sinistra che immobile non era proprio, almeno nel guazzabuglio interiore delle passioni.

L’unica obiezione virtualmente preoccupante cui mi pare si debba rispondere è la seguente: e se non riusciamo? Ebbene, perché non rivoltare la domanda così: se scegliessimo la via più facile, cioè tentare di eleggere almeno un rappresentante scelto in seno alla sinistra istituzionale, QUESTO CHE COSA CAMBIEREBBE? Dobbiamo accontentarci di sperare di venire talvolta ascoltati per finta oppure dobbiamo cercare di imporre sulla scena pubblica nuove parole d’ordine che – come ieri diceva benissimo Ugo – non siamo noi a comandare ma si stanno imponendo alle masse per la loro forza oggettiva?
Dobbiamo impegnarci per tentare di avere una voce critica nel deserto politico o vogliamo provare a ribaltare il tavolo irrompendo sulla scena politica con una forza nuova, una rappresentanza rinnovata, idee chiare distinte oneste e forti, elaborazioni nuove e profonde, parole fresche e autentiche e non cariche di una storia pur nobile ma ormai logorata dal tempo e dalla sorte?

Io non ho dubbi: se le domande che pongo sono giuste, bisogna rispondere con coraggio e passione che CERTAMENTE NOI NON CI ACCONTENTIAMO PIU’ DI UNA SINISTRA CHE SI ACCONTENTA.
Tentiamo la nostra sorte, mobilitiamo la cittadinanza tutta (perché su questi temi ho la certezza che sia persino possibile raccogliere simpatie da chi è estraneo alla sinistra), diamoci da fare e facciamoci vedere: se riusciamo sarà un trionfo politico e morale, se falliamo sarà comunque un coraggioso e onorevole tentativo, meglio che deperire stando alla finestra.
L’unico almeno per il quale io mi senta di battermi fino in fondo senza riserve.

Cari saluti

Edoardo Acotto

Un mio progetto fallito del 2006: Pacemecum, piccolo vademecum della nonviolenza (suggeritomi da Einaudi)


Regole pratiche per la direzione dell’ingegno nonviolento


  1. Introduzione. La banalità della nonviolenza

Distinguiamo tra nonviolenza e "pacifismo". L’ovvietà della violenza è tale solo all'interno di una cultura che considera ovvia la violenza. Ogni cultura giustifica certi tipi di violenza ma la nonviolenza può superare la relatività delle culture. Razionalità della nonviolenza: reagire violentemente non garantisce il minor danno complessivo. Differenza tra violenza e aggressività. La nonviolenza non è una filosofia astratta ma uno stile di pensiero e di comportamento valido in tutte le circostanze.

1.   non reagire con violenza/reagisci con nonviolenza

È possibile dominare e trasformare i propri istinti aggressivi, posto che li si sappia riconoscere e identificare: l'autocontrollo è alla portata di tutti. Tecniche di base del comportamento nonviolento. Esemplificazione di casi concreti: di fronte a situazioni quotidiane si danno possibilità di comportamento che normalmente non vengono prese in considerazione per mancanza di educazione alla nonviolenza.

  1. non agire con violenza/agisci con nonviolenza

Cause ed effetti: comprendere il circolo dei comportamenti violenti. Manifestare il proprio dissenso contro la violenza e accettarne le conseguenze: l’esempio della protesta antibellicista di Thoreau. Le tecniche della nonviolenza. Tra i due litiganti il terzo media: tecniche di analisi e comunicazione dei propri "fondamenti" emotivi (Pat Patfoort).

  1. non parlare con violenza/parla con nonviolenza

La violenza verbale è violenza tout court: imparare a soppesare le parole in ogni situazione può aiutare a prevenire o smorzare la violenza. La nonviolenza mantiene sempre aperta la via del dialogo: la lettera di Gandhi a Hitler come esempio di radicale ideologia nonviolenta. La responsabilità dei media. Caratteristiche dello stile comunicativo nonviolento. Ironia vs sarcasmo.

  1. non pensare con violenza/pensa con nonviolenza

Come orientare i propri pensieri? Il pensiero è per sua natura involontario e sfugge alla presa di una coscienza non allenata a controllarsi. Non indugiare nella rappresentazione mentale violenta. Lasciar scorrere i pensieri violenti come il vento tra i rami. Analizzare i pensieri violenti per capirne le cause. «Ci mancavano gli idioti dell'orrore».

  1. non sentire con violenza/senti con nonviolenza

Orientare il proprio sentire: il pan-mentalismo buddhista come esempio di tecniche di trasformazione di sé. La cultura della violenza è contagiosa: contrastare l’interiorizzazione della violenza per spezzare il circolo della "pedagogia nera". La violenza verso gli animali e verso l’ambiente è consustanziale alla violenza verso gli esseri umani. Coetzee e Singer: l'empatia (e i neuroni-specchio).

martedì 15 febbraio 2011

San Valentino e la crisi dell’amore (Vogue20)


[Pubblicato su Vogue.it]

In un libro recentemente tradotto in italiano, Elogio dell’amore (Neri Pozza), il filosofo francese Alain Badiou sostiene che l’amore è il mondo del Due, ossia una forma di esistenza non più isolata e immersa nel narcisismo dell’ego. Ma sembrano essere sempre meno coloro che hanno ancora voglia di sdoppiare il loro mondo, per non dire moltiplicarlo e aprirlo alla relazione con gli altri.
Che senso ha la festa degli innamorati, oggi? L’invenzione della festa di San Valentino viene fatta risalire alla cerchia del poeta inglese Geoffrey Chaucer (1343-1400) e si sovrappone ai precedenti lupercalia romani, celebranti la fertilità. La produzione industriale delle cartoline amorose (“valentine”) risale al XIX secolo, ovviamente negli USA, ma la tradizione proviene dal Regno Unito e risale più indietro nel passato.
In Italia la festa di San Valentino, come Halloween, è forse diventata popolare anche grazie alle strisce dei Peanuts: più di un bambino timido della mia generazione si sarà identificato con il povero Charlie Brown, in ansia per una valentina che non giunge mai.
Il senso dell’amore sta più nel desiderio che nel possesso, come molti filosofi hanno ben visto (di solito condannando il desiderio amoroso).
Ma in una società in cui giovani ragazze possono prostituirsi a vecchi uomini di potere, adducendo una “relazione affettiva” come giustificazione buona solo per gli spiriti dormienti, la festa degli innamorati rischia di apparire come una festa fuori tempo e surreale.
Il problema è generale: la festa nella società contemporanea ha perso sia l’aura sacra che il senso laico. Le nostre festività sono posticce e intrise di irredimibile consumismo (mentre scrivo mi accorgo che il WWF mi ha inviato via mail una campagna a proprio sostegno per San Valentino, con immagini di animali apparentemente intenti in effusioni amorose: senza capire bene perché, provo una leggera vergogna…).
Se il fulcro di ogni festa contemporanea viene eroso e svuotato di senso, in una società che venera il sesso - eventualmente prezzolato - l’amore non è un valore capace di arginare la mercificazione nichilista. Sembra che Nietzsche avesse ragione: nel suo tramontare, la società occidentale non conserva intatto alcun valore e non sa (per ora?) crearne di nuovi e autentici. 

martedì 8 febbraio 2011

Pensieri influenzati

Quando sei stanco sei stanco, non c'è niente da fare. Quando ti stai ammalando devi ammalarti, non puoi resistere. Se i pensieri non funzionano devi andare a dormire, non puoi ostinarti. Al massimo potresti guardare un film sul computer, ma è troppo complicato.
Quando devi fermarti, fermati. Quando devi andare avanti avanza.
Se avanzi non recedere, e quando inciampi non spaventarti. Se è difficile dacci dentro, se è facile non illuderti.
Quando hai nausea tappati il naso. Se ti viene il vomito non pensarci.
Se vuoi piangere avanti piangi. Se vuoi urlare urla e insulta. Se vuoi fermarti stop.
Perché stai lì, che cosa vuoi fare ancora, che cosa aspetti? Perché aspetti, rassegnati, non insistere, non credere a nulla. Se sprofondi sprofonda e chissenefrega.
Quando lavori sii serio, non mentire, non svicolare, non aggirare gli ostacoli, non risparmiarti, non hai nulla da conservare.
Se qualcuno muore è finita, non tornerà più.
Quando nasce un bambino non importa nient'altro, soffrirà ma ha più futuro di te e tutti i tuoi amici messi insieme.
Il tuo futuro è finito, pazienza, hai avuto un bel passato. Be', in ogni caso un passato l'hai avuto.
Non lamentarti, non ne hai diritto, pensa a chi ne ha diritto, non puoi lamentarti tu.
Stai zitto.
E vivi.

venerdì 28 gennaio 2011

Pop a Mambassa (Vogue18)

[Pubblicato su Vogue.it]

Da quando l’ho lasciata vent’anni fa, Bra, la mia piccola città piemontese tra Langhe e Roero un tempo sopita e noiosa, ha subìto un’esplosione di vitalità e creatività che a volte mi appare enigmatica e che sarei quasi tentato di spiegarmi con teorie alla Carpenter (gli alieni sono sbarcati all’insaputa di tutti e sotto mentite spoglie hanno preso in mano le redini della città).
Il gruppo rock Mambassa (http://www.mambassa.com/), giunto ora al suo quinto disco, Lonelyplanet, uscito alla fine del 2010  per la EMI, è sicuramente una parte importante di questa rinascita braidese.
Il cantante del gruppo, Stefano Sardo, scrittore e sceneggiatore (La doppia ora) è anche uno dei padri dell’interessantissimo festival di cortometraggi “Cinema corto in Bra”, che si svolge annualmente ed è in notevole crescita.
I Mambassa fanno una musica intelligente, un pop raffinato e divertente, senza vertigini ma senza punti morti (la famiglia di appartenenza è quella dei Perturbazione, o per altri versi i Tiromancino). Nel video del primo singolo, Casting, diretto da Lucio Pellegrini (E allora mambo), si alternano sovrapponendosi in provini fittizi attori e attrici giovani e meno giovani che cantano in playback: compaiono tra gli altri Martina Stella, Andrea Bosca, Filippo Nigro, Daniela Virgilio, Giorgio Colangeli e Marco Messeri.
Il video del secondo singolo, Nostalgia del futuro, diretto da Lorenzo Vignolo, è anch’esso interpretato da giovani esponenti del mondo del cinema, il che conferma che il link tra i Mambassa e il mondo di celluloide (molto presente anche nei testi del disco) è una cifra stilistica non passeggera.

mercoledì 26 gennaio 2011

Filosofia al cubo (Vogue17)

Tatiana Carelli, è laureata in filosofia teoretica, scrittrice, sceneggiatrice, in bilico tra parola e immagine. Durante gli studi ha lavorato come cubista nelle discoteche italiane ed estere: a questo mondo è ispirato il suo primo romanzo, Discocaine (Oscar, Mondadori 2004), seguito da Contratto di schiavitù (Strade Blu Mondadori, 2008) e racconti vari.


Come sei diventata cubista?

Ho iniziato questo mestiere per pagarmi gli studi, arrivando da 17 anni di danza classica: ero un'aliena, sopratutto perché non avevo le tette rifatte, elemento determinante nell'ambiente.


Ti sembra che quell’osservatorio particolare ti abbia fatto capire meglio certe caratteristiche degli esseri umani, magari quelli di sesso maschile?

Più che altro mi ha incuriosito l’Altro nel suo presentarsi; ciò che mi si è dischiuso è stato un mondo di relazioni basiche, animali, carnali, terrene, celestiali, tristi, cattive, ironiche, volgari, golose posso dire delle macchine desideranti, inutile da definire, un continuo flusso. Ogni momento è eterno, per quanto non ci sia già più. Come distinguere il maschile dal femminile? Non so, io non ho mai distinto...

In Discocaine ti soffermi spesso sull'abbigliamento e sulle scarpe, spesso di lusso: è una tua passione personale o è un elemento "ideologico" proprio di quell'ambiente?

Questa domanda mi fa sussultare per un attimo il sangue. Ahimè, “la scarpa” è una dipendenza. Tocca sinapsi di vanità. La sostituzione della zeppa, quella classica, truce, inestetica, con la scarpa-gioiello-feticcio è nata a Milano negli anni ‘90. La creazione della mise era fondamentale, ricercata nel concept e nell’interpretazione, oltre che un immenso piacere shopaholico. Zanotti, Sergio Rossi, Casadei, Westwood, Gucci, Dolce e Gabbana, Miu Miu... quanti soldi versati in quegli orgasmi inorganici.


Una domanda di scottante attualità: avresti mai pensato che il personaggio della Cubista avrebbe assunto una rilevanza sempre maggiore nell'immaginario italiano, insieme a una visibilità quasi inspiegabile in una società diversa dalla nostra?

Senza esser maghi era inevitabile immaginare che la cubista, apparenza pura, venisse stigmatizzata come vestale del divertimento. Ne aveva tutte le caratteristiche, e anche un velo etico della danza, per quanto dionisiaco, dietro cui ripararsi. Qual è la differenza? Il passo dalla cubista alla escort è abbastanza sdrucciolevole. Sempre di donne su un cubo, o ripiano, si parla (l’importante è che sia elevato, sovrastante, un piedistallo), la differenza è l’abbordabilità, via via più sottile finché c’è stato un capovolgimento per una tale immersione nell’oggetto desiderato, identificazione, per cui la cliente è diventata peggio della cubista: più denudata, disponibile. La velinizzazione ha cancellato l’idea di cubista, quel periodo oscuro che a volte precede la stigmatizzazione. L’ha inglobata. Così è diventata, più che icona, topos.
Tutto ciò è la conseguenza di un degrado dell’idea di donna messo in atto dalla nascita della tv privata e dall’abuso pubblicitario, un piano di mercificazione del corpo e mortificazione dell’anima, neanche tanto sottile. Un progetto politico di controllo che sta schiacciando il diritto alla femminilità e che rende difficile alla donna essere se stessa senza diventare o la costola mancante dell’uomo o moneta di carne.

L'opposizione di una giornalista tunisina: Sihem Bensedrine


Mi torna alla memoria il calvario della famiglia Mahdaui, in Tunisia : il padre imprigionato per appartenenza a un partito islamico e tutta la famiglia punita per i “crimini” commessi da uno dei suoi. Ma nel mio paese la sanzione non ha limiti nel tempo: la famiglia sarà perseguitata per tutta la sua esistenza.
Ali era meccanico in una fabbrica di gesso nel sud del paese. È sulla trentina quando viene arrestato per la prima volta nel dicembre 1991. All’uscita dalla prigione è costretto ad una quotidiana «sorveglianza amministrativa»: così la polizia lo obbliga a firmare un registro due volte al giorno, in orario diverso ogni volta in modo da impedirgli di organizzare la sua vita professionale e famigliare. Per nutrire la sua famiglia è costretto all’esodo, trova lavoro a Khetmin, nel nord del paese, in una fabbrica di mattoni. Ma non sfugge alla persecuzione della polizia, che di volta in volta si adopera per farlo licenziare. Diventano frequenti le sue convocazioni al distretto di sicurezza nazionale, dove spesso è guardato a vista, con o senza ragione. La sua casa è regolarmente invasa ad ore tarde della notte dalla polizia, che semina il terrore tra i suoi figli.
Braccato in tutti i lavori che trova, si decide a diventare venditore ambulante nei mercati delle pulci. La persecuzione si fa più dura, le sue mercanzie vengono calpestate o confiscate e lui subisce lunghe interrogazioni sull’origine del denaro investito per comprare la merce. Viene nuovamente arrestato e condannato a otto anni di reclusione per “terrorismo” : attualmente li sta scontando nella prigione di Harbub.
Non per questo termina il calvario della sua famiglia. Sua moglie Tunes viene regolarmente convocata al distretto di Biserta, dove la insultano e la picchiano affinché confessi la fonte delle sue risorse economiche. Si esercitano pressioni sul proprietario del suo tugurio affinché venga scacciata, e i suoi ritardi nel pagamento sono una buona scusa! Continuano le «inopinate visite notturne» della polizia: la sua cucina, i suoi piatti e la sua spazzatura vengono minuziosamente ispezionati per identificare il pasto mangiato alla sera dai suoi figli. E se per sbaglio qualche anima buona le ha offerto un’ala di pollo, ecco che si guadagna un pestaggio per farle denunciare il “benefattore”.
Siccome le è stato ritirato il libretto sanitario, Tunes non può più curare gratuitamente Munir, che ha la tubercolosi, Ahlem, che soffre di allergia, e nemmeno Wafa che non ha potuto essere scolarizzata perché soffre di una cataratta che le impedisce di vedere. È una famiglia di appestati, esclusa dalla categoria dei cittadini tunisini. La loro disperazione servirà da esempio.
Montassar, il figlio maggiore, è disgustato da questa vita da cani e attribuisce a suo padre la responsabilità di non averli saputi proteggere a causa delle sue scelte politiche. D’altronde i poliziotti che fanno irruzione nella loro casa non perdono mai l’occasione di ripeterglielo in mezzo a un mare di insulti. Notando il suo silenzio di approvazione, lo convocano a più riprese al commissariato e gli fanno intravedere la fine del calvario e la possibilità di una remunerazione che metterà fine all’indigenza della loro quotidianità. A questo giovane di sedici anni non occorre molto di più per venire reclutato e diventare colui che farà i rapporti circostanziati sugli amici di famiglia che tentano di venire in loro aiuto, nonché denunciare dopo due anni la propria madre, che finirà in prigione per aver ricevuto una lettera da parte di suo marito in carcere.
Sì, questa razza di uomini senza fede né legge li conosco troppo bene. Chiamano patriottismo la delazione e l’abilità nel cavarsela, il ricorso a metodi indegni per procurarsi denaro. Hanno il potere di corrompere i più fragili e di metterli in situazioni nelle quali non avranno altra possibilità se non sprofondare nell’infamia e bere il calice fino alla feccia. Grazie a questa capacità di «invischiare» quelli che non si sospetterebbe capaci di tali bassezze il regime giunge a mantenere un intero popolo sotto la sua dominazione, e a disinnescare ogni tentativo di ribellione di massa.
I ribelli, coloro che non si possono «sporcare» faranno la figura dei pazzi, teste calde ai quali verrà comminata una sanzione esemplare.

[...]


Facendo appello ai servizi degli specialisti in relazioni pubbliche delle agenzie occidentali, il regime invita a più non posso, per soggiorni da favola e giri turistici, giornalisti, occidentali che ricoprono cariche elettive o sono dotati di poteri decisionali. Questi soggiorni comportano visite a centri o istituzioni che valorizzano i traguardi raggiunti dal potere e in cui tutti i successi e i punti forti dei tunisini sono strumentalizzati e presentati come opera del regime. Questa procedura reca i suoi frutti. Più d’uno viene sedotto e diventa sordo alle grida di disperazione delle vittime di questa dittatura.
Come ho potuto cadere nel tranello di questa propaganda, come ho potuto essere cieca a tal punto di fronte alla strumentalizzazione che il regime iracheno faceva delle sofferenze del suo popolo, come ho potuto non vedere oltre la evidentissima corazza di approvazione e unanimismo ostentata dagli artisti e dagli intellettuali che avevo incontrato?


[...]


Rientrando a Tunisi scopro che i giornali allineati sono scatenati contro di me perché ho fatto questo viaggio. Il giornale Ashuruq, per la penna di «SBH», il rappresentante della Tunisia all’Unione dei giornalisti arabi, sale «coraggiosamente» sugli spalti. Nessun appellativo mi è risparmiato: traditrice, rinnegata, serva dell’imperialismo americano e del sionismo... Agli occhi dell’opinione pubblica tunisina la questione palestinese e quella dell’Iraq costituiscono due questioni estremamente delicate nel momento in cui i due popoli vivono entrambi l’occupazione delle loro terre e la negazione dei loro diritti. Il giornalista dunque mi attacca su un terreno costituito da argomenti calunniosi legati a queste due cause.
Siccome provengono dal potere, quelle calunnie sono onorevoli. Le mie attività dissidenti mi valgono una forte ostilità che mi lusinga. Oggi si conoscono bene i piani per sottomettere i dissidenti che il regime di Ben Ali ha applicato minuziosamente dal 1987. Ha saputo maneggiare con destrezza il bastone e la carota, lusingando le ambizioni personali di coloro che sapevano dare accenti di verità alle loro subitanee conversioni e sprofondando nella miseria coloro che gli resistevano.
Ho conosciuto personalmente i misfatti dei servizi speciali del ministero degli Interni, che usano mezzi poco gloriosi come la violazione del domicilio, lo svaligiamento, i furti di beni, la confisca del passaporto, la privazione di risorse economiche, il tentativo d’assassinio o il fotomontaggio di album pornografici... E una costante sorveglianza poliziesca che dà il sentimento di vivere in una gabbia trasparente, senza possibilità di preservare una qualsiasi vita privata. Ovviamente, quando ci si rivolge all’autorità non c’è mai un’inchiesta, mai un procedimento penale!
Soffrivo per il mio paese, per le sue istituzioni deviate, prese in ostaggio da «delinquenti» che le usano come beni privati. «Non c’è legge, non c’è sicurezza per i cittadini di questo paese, non c’è altra regola se non quella della sottomissione»: è il messaggio che inviano a coloro che si avventurano a protestare.
Mi ricordo per esempio di quella domenica dell’agosto 2001. La città di Biserta era in stato d’allerta a causa di un ricevimento organizzato in mio onore da amici bisertini a casa di Am Ali Ben Salem, un oppositore di lunga data che non ha mai abbassato le armi di fronte a tutte le tirannie. Era per festeggiare la mia uscita di prigione. Tutti gli accessi che portavano a casa sua erano sbarrati da poliziotti in borghese, in numero sproporzionato. Mi ero abituata a vedermi alleggerita dei miei diritti di cittadina nello spazio pubblico. Poi era lo spazio privato ad aver subito l’assalto di quel verminaio che si arrampica su tutto quanto è vivo. Ma conservavo in fondo a me la folle speranza che la legge potesse essere di un qualche soccorso. Ciò che allora mi aveva afflitto era innanzitutto il silenzio della cittadinanza, che assisteva allo spettacolo come se fosse fuori dall’evento, mentre erano i primi ad essere impediti nella loro libertà di movimento; ma mi aveva afflitto soprattutto la replica del capo della polizia di Biserta che rispondeva alle mie domande sulla legalità dei suoi atti: «Io sono la legge e quello che decido è legale!»
Si ha un bell’esserci abituati, ma udirlo formulare così dalla bocca di colui che è considerato rappresentare la legge, ti raggela. Non c’è più stato di diritto, semplicemente non c’è più diritto. E ti invade la tristezza di vedere le istituzioni del tuo paese fatte a pezzi.
Pochi si ricordano oggi del clima ripugnante che ha minato gli ambienti democratici durante la prima fase del regime di Ben Ali, preludio a un’impresa di sottomissione della società civile. Quel periodo ha preceduto lo scatenamento della fase repressiva e l’instaurazione del terrore come metodo di governo. Il regime non ha inventato nulla; non ha fatto altro che recuperare una vecchia regola hitleriana: «Corromperò tutto». Il potere poliziesco iniziò così a sommergere la scena mediatica con nuove testate giornalistiche «private», interamente dirette e finanziate dai suoi servizi, emarginando i giornali indipendenti fino a farli scomparire; allo stesso modo ha lanciato nel circo mediatico battaglioni di nuove «penne» passate per una formazione speciale, la scuola della disinformazione, e incaricate di denigrare sistematicamente gli oppositori con l’obiettivo di favorire il disgregarsi delle organizzazioni indipendenti, di darne un’immagine negativa e decadente, spingendo i cittadini a disertare in massa lo spazio pubblico.
Dunque sono abituata agli sgorghi di fango dei giornali di fogna. Da anni la normalità sono gli attacchi alla reputazione dei dissidenti con campagne di stampa diffamatorie, senza diritto di replica o di rettificazione su altri media, visto che alla stampa libera è stata messa la museruola.
D’altronde i tunisini hanno appreso a decodificare questi messaggi. Comprendono che se un militante della libertà è bersaglio del potere significa che sta sferrando seri colpi all’immagine di quel potere corrotto. Una donna mi avvicina in un luogo pubblico e mi dice: «Se davvero si tratta di connivenza con gli americani dovrebbero incensarvi, piuttosto, visto che sono alleati degli americani e hanno appena firmato un accordo per una base americana in Tunisia». Questo buon senso popolare mi rassicura, tanto quanto mi inquietano i pregiudizi dell’ambiente politico.


[da Lettera a un'amica scomparsa in Iraq, Nottetempo, 2006]