Dice che ci sono due Heidegger. Vero: il primo H è il possente filosofo, il secondo è l'ominicchio che si crede grande aderendo al nazismo.
Tra SuZ e il "secondo H" c'è continuità perfetta: il nazismo è inscritto nella temporalità autentica del Dasein, che non ammette nessun divenire-rivoluzionario.
La svolta non è temporale: è una piega meta-fisica, la separazione o il chiasma tra il visibile e l'invisibile, il punto in cui si toccano la grande narrazione dell'oblio dell'(Essere) e la piccola narrazione del rettore nazista e antisemita, sposato con una donna cretina e ignorante.
E’ tutta,
In ogni umano stato, ozio la vita,
Se quell’oprar, quel procurar che a degno
Obbietto non intende, o che all’intento
Giunger mai non potria, ben si conviene
Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
mercoledì 21 maggio 2014
Roman nouveau, Ω
Sono tornato in Italia perché c'era il concorso per l'insegnamento. L'ho vinto a settembre e a gennaio ho iniziato a insegnare. Dopo un anno in provincia di Cuneo ho scelto di venire a Torino, dove sono nato. Del resto la metà dei miei amici a Parigi era torinese. Parigi ospita una grande colonia italiana e un torinese benestante possiede almeno un appartamento a Parigi. Talvolta due.
A Parigi avevo conosciuto parecchi torinesi benestanti di sinistra. Erano benestanti perché abitavano a Parigi, ed erano di sinistra perché le mie frequentazioni mi portavano naturalmente lì. E poi la borghesia torinese è prevalentemente di sinistra, perché Torino era la città del PCI della FIAT. Di tutti i torinesi che ho conosciuto a Parigi, quelli che sono rimasti lì sono i più benestanti, come la mia amica Alfonsina. Mortacci, sono contento per loro. Io invece sono tornato in Italia.
Ho 42 anni, ma dal punto di vista della conoscenza filosofica gli anni sono circa 21.
Nel senso: se a 21 anni avessi saputo ciò che so adesso, e avessi
pensato come penso adesso, forse avrei potuto essere considerato
"bravo".
Insegno al liceo, filosofia e storia. La storia la insegno solo perché sono obbligato, e la filosofia non riesco ancora a insegnarla come vorrei.
Insegno al liceo, filosofia e storia. La storia la insegno solo perché sono obbligato, e la filosofia non riesco ancora a insegnarla come vorrei.
venerdì 2 maggio 2014
domenica 20 aprile 2014
Vecchia bozza incompleta di una risposta alle sciocchezze di Massimo Recalcati sulla scuola
L'assurdo articolo di MR è qui: quando una collega lo fece leggere a scuola, all'inizio del collegio docenti, provai sgomento e rabbia. Com'era possibile che i miei colleghi si lasciassero abbindolare da simili sciocchezze disinformate e confuse?
Iniziai a scrivere questa risposta, mai terminata. Anche perché a un certo punto pensai: ma perché diavolo devo spendere tempo prezioso per far notare che costui dice stupidaggini? Chi non lo capisce da sé non presterà evidentemente nessun ascolto alle critiche.
Iniziai a scrivere questa risposta, mai terminata. Anche perché a un certo punto pensai: ma perché diavolo devo spendere tempo prezioso per far notare che costui dice stupidaggini? Chi non lo capisce da sé non presterà evidentemente nessun ascolto alle critiche.
"Auguro loro di saper ritrovare passione nello spiegare una poesia di Ungaretti, le leggi della termodinamica, la deriva dei continenti, una lingua nuova, la bellezza formale di una operazione di matematica o di un teorema di geometria. Auguro che la loro parola riesca a tenere vivi gli oggetti del sapere generando quel trasporto amoroso ed erotico verso la cultura che costituisce il vero antidoto per non smarrirsi nella vita."
L'augurio di MR è sicuramente gradito ma, da insegnante, non riesco a non vederne la fortissima valenza ideologica che sarà il tema di tutto ciò che dirò qui.
Il mondo della scuola non vive di solo spirito e il suo esser-così dipende in toto da due fattori: 1) le decisioni ministeriali in materia di politiche scolastiche 2) le determinazioni reali dell'attuale società. Se sul secondo fattore non si può intervenire direttamente tramite la scuola (educando e formando bisogna come minimo attendere anni per influire su un nuovo stato di cose sociale), la responsabilità del primo fattore, quello di cui si può cogliere immediatamente il nesso di causa-effetto, è integralmente politica.
Senza voler spingere l'analisi all'epoca Berlinguer (Luigi), cosa che sarebbe comunque sensata, basta limitarsi alla (contro)riforma Gelmini per individuare una causa diretta di condizioni lavorative radicalmente contrarie alla "passione" augurata agli insegnanti da MR.
Come si può chiedere "passione" (ma si può davvero CHIEDERE passione? E si può chiedere A UN LAVORATORE?) a un insegnante che si ritrova a lavorare con classi di 35 ragazzi, tra cui inevitabilmente dislessici, disgrafici, discalculici, diversabili, stranieri di recente immigrazione, persone disagiate dal punto di vista socio-economico ecc. (tutte caratteristiche recepite nella recente normativa sui BES)?
La "passione", che laicamente tradurrei come "motivazione", c'è o non c'è, e si può lavorare su questo, magari non a livello di iniziativa personale; ma anche se c'è un contesto lavorativo disfunzionale e tutt'altro che casuale bensì causato da un potere apparentemente insensibile ai bisogni essenziali dei giovani cittadini (sempre che non si voglia leggere una vera e propria volontà di rendere meno competitivo il servizio pubblico per favorire il trasferimento di risorse verso il privato: un disegno che molti ritengono evidente ma che in ogni caso sembrerebbe fallito, almeno finora).
"Sempre più si sta imponendo una scuola che il “sogno” di un recente ministro della pubblica istruzione codificava con le tre “i” (impresa, inglese, informatica), cioè una scuola fondata sul principio di prestazione."
Lasciando da parte il fatto che insistere sullo studio dell'inglese e dell'informatica è come insistere sulla necessità di alfabetizzare un qualsiasi cittadino del mondo globalizzato, e lasciando da parte il desiderio neoliberale di una scuola connessa col mondo delle imprese (ribadito recentemente dal ministro PD del governo Letta: "lavorare prima dei 25 anni"), il principio di prestazione si è imposto tramite decisioni ministeriali, e quindi politiche: test Invalsi ecc. La responsabilità, dunque, non è evidentemente degli insegnanti bensì dei politici, e delle scelte elettorali dei cittadini. Personalmente, pur non dovendo somministrare i test, sciopero ogni anno insieme a un 1,5 di colleghi in segno di disaccordo ideologico, ma in ultima istanza non si vede perché la massa dei lavoratori della scuola debba farsi carico di contrastare simbolicamente scelte che non sembrano infastidire affatto la politica e la società (ci sono anche genitori che boicottano gli Invalsi ma sono una minoranza paragonabile a quella dei docenti scioperanti).
E qui scatta la reazione emotiva all'analisi razionale del discorso di MR: perché chiedere a noi qualcosa che dovresti chiedere a ben altri soggetti? Non voglio parafrasare Don Abbondio dicendo che la passione uno non se la può dare, ma voglio sottolineare che finché il discorso pubblico non saprà vedere da una prospettiva realistica e sistematica i soggetti coinvolti nel mondo della scuola, si potranno scrivere molti altri articoli giornalistici e libri divulgativi senza che lo stato delle cose cambi di un'unghia. Anzi, peggiorando nel frattempo a causa della dinamica innescata dalla riforma Gelmini [Nota 31/03/2015: all'epoca non si parlava ancora di Buona Scuola, ma ora possiamo dire che in confronto la riforma Gelmini non faceva che iniziare un processo che adesso viene spinto molto più in profondità. Si tratta di spezzare la scuola come comunità educativa e renderla un mercato come un altro, soggetto alla competizione e all'antagonismo tra colleghi, rigorosamente valutabili da colleghi "esperti" (sarà interessante vedere con che logiche verrano scelto questi esperti)].
"Il conformismo attuale non è più morale ma cognitivo. Il nostro tempo non concepisce più l’allievo come una vite storta, ma come un computer vuoto."
Non è qui possibile non leggere in controluce la polemica della psicoanalisi contro le scienze cognitive, polemica più che legittima se si voglia fare un discorso filosofico sulle "immagini del mondo", ma abbastanza sterile se si vuole contrapporre il "sapere" psicoanalitico, più pratico che scientifico, alle acquisizioni delle scienze cognitive e delle neuroscienze. Ma senza entrare nella questione che ci porterebbe molto molto lontano, mi sento di poter dire che la maggioranza degli insegnanti della scuola pubblica italiana NON si ispira alla metafora cognitivista della mente come computer, semplicemente perché lo studio delle scienze cognitive NON fa parte del bagaglio formativo della maggioranza dei docenti attualmente in servizio (età media 50 anni). (Inoltre, alla metafora mente-computer non crede praticamente più nessuno).
Si potrebbe peraltro obiettare che è sicuramente più presente e attiva la metafora della mente come tabula rasa, che però non è di derivazione cognitivista bensì umanistica, al punto da essere uno degli obiettivi polemici del cognitivismo (si veda il best-seller di Steven Pinker, Tabula Rasa).
Se vogliamo parlare di conformismo, parlerei piuttosto di un conformismo della rassegnazione: gli insegnanti sono rassegnati ormai ad essere considerati lavoratori di serie B, in un paese in cui vige non tanto il principio di prestazione, che da un punto di vista cognitivo può avere una sua utilità, bensì il principio della prestazione MERCIFICATA, comandata dalle esigenze del capitalismo (per altro in grave crisi strutturale).
"La sua matrice si trova nel gesto di Socrate narrato nel Simposio di Platone. Agatone, l’allievo, si siede vicino al maestro coltivando l’illusione che il suo cervello sia un contenitore dentro il quale Socrate dovrebbe versare il liquido del suo divino sapere. È l’illusione che abita ogni scolastica dell’apprendimento. Essere un recipiente passivo che il sapere del maestro può riempire sino all’orlo. Ma Socrate si nega ad Agatone. Non accontenta la sua aspirazione ad essere “riempito”. Negandosi alla domanda ingenua di Agatone – “travasa in me il tuo sapere” – Socrate cerca di mettere in movimento il suo allievo (transfert significa “trasporto”, “sentirsi trasportati”) distogliendolo dall’illusione che conoscere significa riempirsi passivamente il cervello di nozioni già esistenti e possedute da qualcuno. Il gesto di Socrate è controcorrente rispetto ad ogni idea scolastica del sapere ed è il motore di ogni forma di apprendimento autentico. Svuota il maestro di sapere affinché l’allievo si metta in movimento – si senta trasportato – verso il sapere, affinché nasca nell’allievo un desiderio autentico di sapere.
Il gesto di Socrate è innanzitutto un gesto di sottrazione; anch’io non so quello che tu non sai, non perché sono ignorante, ma perché so che è impossibile possedere tutto il sapere, perché il sapere stesso non può mai costituire un tutto. Il compito di un insegnante è quello di generare amore, transfert erotico, sul sapere più che distribuire sapere (illusione cognitivista) o mettere tra parentesi il sapere occupandosi della vita privata degli allievi (illusione psicologista) perché l’alternativa tra la vita e il sapere è sempre sterile."
Questo è il passaggio teoreticamente più confuso del testo di MR. Riguardo al personaggio di Agatone, va notato innanzitutto che non si tratta di un ragazzo bensì di un giovane uomo di spettacolo, padrone della casa nella quale si svolge il Simposio, e secondariamente che non è il maestro, Socrate, a sedersi accanto a lui per trasmettergli meccanicamente informazioni bensì è lui che si siede vicino a Socrate. La scena è rovesciata rispetto a quella immaginata da MR. Agatone è un bel giovane, come tale seducente, ed è attratto dal sapere incarnato da Socrate. Difficilmente si potrebbe sostenere che Agatone voglia imparare questa o quella informazione: piuttosto, è proprio un esempio di quell'amor di sapere che MR indica come l'obiettivo da suscitare nei discenti.
L'augurio di MR è sicuramente gradito ma, da insegnante, non riesco a non vederne la fortissima valenza ideologica che sarà il tema di tutto ciò che dirò qui.
Il mondo della scuola non vive di solo spirito e il suo esser-così dipende in toto da due fattori: 1) le decisioni ministeriali in materia di politiche scolastiche 2) le determinazioni reali dell'attuale società. Se sul secondo fattore non si può intervenire direttamente tramite la scuola (educando e formando bisogna come minimo attendere anni per influire su un nuovo stato di cose sociale), la responsabilità del primo fattore, quello di cui si può cogliere immediatamente il nesso di causa-effetto, è integralmente politica.
Senza voler spingere l'analisi all'epoca Berlinguer (Luigi), cosa che sarebbe comunque sensata, basta limitarsi alla (contro)riforma Gelmini per individuare una causa diretta di condizioni lavorative radicalmente contrarie alla "passione" augurata agli insegnanti da MR.
Come si può chiedere "passione" (ma si può davvero CHIEDERE passione? E si può chiedere A UN LAVORATORE?) a un insegnante che si ritrova a lavorare con classi di 35 ragazzi, tra cui inevitabilmente dislessici, disgrafici, discalculici, diversabili, stranieri di recente immigrazione, persone disagiate dal punto di vista socio-economico ecc. (tutte caratteristiche recepite nella recente normativa sui BES)?
La "passione", che laicamente tradurrei come "motivazione", c'è o non c'è, e si può lavorare su questo, magari non a livello di iniziativa personale; ma anche se c'è un contesto lavorativo disfunzionale e tutt'altro che casuale bensì causato da un potere apparentemente insensibile ai bisogni essenziali dei giovani cittadini (sempre che non si voglia leggere una vera e propria volontà di rendere meno competitivo il servizio pubblico per favorire il trasferimento di risorse verso il privato: un disegno che molti ritengono evidente ma che in ogni caso sembrerebbe fallito, almeno finora).
"Sempre più si sta imponendo una scuola che il “sogno” di un recente ministro della pubblica istruzione codificava con le tre “i” (impresa, inglese, informatica), cioè una scuola fondata sul principio di prestazione."
Lasciando da parte il fatto che insistere sullo studio dell'inglese e dell'informatica è come insistere sulla necessità di alfabetizzare un qualsiasi cittadino del mondo globalizzato, e lasciando da parte il desiderio neoliberale di una scuola connessa col mondo delle imprese (ribadito recentemente dal ministro PD del governo Letta: "lavorare prima dei 25 anni"), il principio di prestazione si è imposto tramite decisioni ministeriali, e quindi politiche: test Invalsi ecc. La responsabilità, dunque, non è evidentemente degli insegnanti bensì dei politici, e delle scelte elettorali dei cittadini. Personalmente, pur non dovendo somministrare i test, sciopero ogni anno insieme a un 1,5 di colleghi in segno di disaccordo ideologico, ma in ultima istanza non si vede perché la massa dei lavoratori della scuola debba farsi carico di contrastare simbolicamente scelte che non sembrano infastidire affatto la politica e la società (ci sono anche genitori che boicottano gli Invalsi ma sono una minoranza paragonabile a quella dei docenti scioperanti).
E qui scatta la reazione emotiva all'analisi razionale del discorso di MR: perché chiedere a noi qualcosa che dovresti chiedere a ben altri soggetti? Non voglio parafrasare Don Abbondio dicendo che la passione uno non se la può dare, ma voglio sottolineare che finché il discorso pubblico non saprà vedere da una prospettiva realistica e sistematica i soggetti coinvolti nel mondo della scuola, si potranno scrivere molti altri articoli giornalistici e libri divulgativi senza che lo stato delle cose cambi di un'unghia. Anzi, peggiorando nel frattempo a causa della dinamica innescata dalla riforma Gelmini [Nota 31/03/2015: all'epoca non si parlava ancora di Buona Scuola, ma ora possiamo dire che in confronto la riforma Gelmini non faceva che iniziare un processo che adesso viene spinto molto più in profondità. Si tratta di spezzare la scuola come comunità educativa e renderla un mercato come un altro, soggetto alla competizione e all'antagonismo tra colleghi, rigorosamente valutabili da colleghi "esperti" (sarà interessante vedere con che logiche verrano scelto questi esperti)].
"Il conformismo attuale non è più morale ma cognitivo. Il nostro tempo non concepisce più l’allievo come una vite storta, ma come un computer vuoto."
Non è qui possibile non leggere in controluce la polemica della psicoanalisi contro le scienze cognitive, polemica più che legittima se si voglia fare un discorso filosofico sulle "immagini del mondo", ma abbastanza sterile se si vuole contrapporre il "sapere" psicoanalitico, più pratico che scientifico, alle acquisizioni delle scienze cognitive e delle neuroscienze. Ma senza entrare nella questione che ci porterebbe molto molto lontano, mi sento di poter dire che la maggioranza degli insegnanti della scuola pubblica italiana NON si ispira alla metafora cognitivista della mente come computer, semplicemente perché lo studio delle scienze cognitive NON fa parte del bagaglio formativo della maggioranza dei docenti attualmente in servizio (età media 50 anni). (Inoltre, alla metafora mente-computer non crede praticamente più nessuno).
Si potrebbe peraltro obiettare che è sicuramente più presente e attiva la metafora della mente come tabula rasa, che però non è di derivazione cognitivista bensì umanistica, al punto da essere uno degli obiettivi polemici del cognitivismo (si veda il best-seller di Steven Pinker, Tabula Rasa).
Se vogliamo parlare di conformismo, parlerei piuttosto di un conformismo della rassegnazione: gli insegnanti sono rassegnati ormai ad essere considerati lavoratori di serie B, in un paese in cui vige non tanto il principio di prestazione, che da un punto di vista cognitivo può avere una sua utilità, bensì il principio della prestazione MERCIFICATA, comandata dalle esigenze del capitalismo (per altro in grave crisi strutturale).
"La sua matrice si trova nel gesto di Socrate narrato nel Simposio di Platone. Agatone, l’allievo, si siede vicino al maestro coltivando l’illusione che il suo cervello sia un contenitore dentro il quale Socrate dovrebbe versare il liquido del suo divino sapere. È l’illusione che abita ogni scolastica dell’apprendimento. Essere un recipiente passivo che il sapere del maestro può riempire sino all’orlo. Ma Socrate si nega ad Agatone. Non accontenta la sua aspirazione ad essere “riempito”. Negandosi alla domanda ingenua di Agatone – “travasa in me il tuo sapere” – Socrate cerca di mettere in movimento il suo allievo (transfert significa “trasporto”, “sentirsi trasportati”) distogliendolo dall’illusione che conoscere significa riempirsi passivamente il cervello di nozioni già esistenti e possedute da qualcuno. Il gesto di Socrate è controcorrente rispetto ad ogni idea scolastica del sapere ed è il motore di ogni forma di apprendimento autentico. Svuota il maestro di sapere affinché l’allievo si metta in movimento – si senta trasportato – verso il sapere, affinché nasca nell’allievo un desiderio autentico di sapere.
Il gesto di Socrate è innanzitutto un gesto di sottrazione; anch’io non so quello che tu non sai, non perché sono ignorante, ma perché so che è impossibile possedere tutto il sapere, perché il sapere stesso non può mai costituire un tutto. Il compito di un insegnante è quello di generare amore, transfert erotico, sul sapere più che distribuire sapere (illusione cognitivista) o mettere tra parentesi il sapere occupandosi della vita privata degli allievi (illusione psicologista) perché l’alternativa tra la vita e il sapere è sempre sterile."
Questo è il passaggio teoreticamente più confuso del testo di MR. Riguardo al personaggio di Agatone, va notato innanzitutto che non si tratta di un ragazzo bensì di un giovane uomo di spettacolo, padrone della casa nella quale si svolge il Simposio, e secondariamente che non è il maestro, Socrate, a sedersi accanto a lui per trasmettergli meccanicamente informazioni bensì è lui che si siede vicino a Socrate. La scena è rovesciata rispetto a quella immaginata da MR. Agatone è un bel giovane, come tale seducente, ed è attratto dal sapere incarnato da Socrate. Difficilmente si potrebbe sostenere che Agatone voglia imparare questa o quella informazione: piuttosto, è proprio un esempio di quell'amor di sapere che MR indica come l'obiettivo da suscitare nei discenti.
sabato 5 aprile 2014
Roman nouveau, FILOSOFI1
Deleuze
è un filosofo della Differenza. Il concetto di differenza è al centro del sistema del suo intricatissimo pensiero. Deleuze pensa che la differenza sia “intensiva”, qualitativa anziché
quantitativa. La Differenza diventa un concetto metafisico che non
ha nulla a che vedere con il concetto logico di differenza (ma com'è possibile?) e si
collega alla nietzscheana “volontà di potenza”, consistente
nella valutazione di ogni ente secondo la prospettiva della sua
intrinseca quantità di energia. Il concetto di Differenza va analizzato insieme a quello di molteplicità. L’identità non è più il concetto
privilegiato della metafisica, così come avviene nella tradizione
filosofica da Platone fino a Hegel: nella
prospettiva di Deleuze ogni ente è paragonabile a una monade leibniziana
che anziché rapportarsi all’essere secondo le modalità della
rappresentazione “sintetizza” una quota di intensità o energia (da
intendersi metaforicamente, senza riferimento alla fisica) e questa energia è una molteplicità di possibilità. L’elemento qualitativo è
particolarmente presente nell’opposizione, di provenienza nietzscheana,
tra le “forze forti” e le “forze deboli”. Contro
la lettura volgare del pensiero gerarchico di Nietzsche, Deleuze fa
valere una ben diversa lettura: poiché
il prospettivismo nietzscheano annulla il concetto di sostanza
pensante, soggetto cartesiano, individuo, anche la realtà umana, come
quella naturale, risulta leggibile come campo di forze metafisiche
che si affrontano perennemente (visione tragica dell’essere,
eraclitea). Una forza è “forte” quando esprime appieno la propria
essenza, la propria potenzialità; è “debole” quando non giunge a
realizzare appieno la propria natura potenziale.
domenica 23 marzo 2014
Roman nouveau, 2.1
Di fini d'agosto a Parigi ne ho viste tante perciò mi pare
comprensibile che io le confonda le une con le altre. Quella del mio primo anno a Parigi però la
ricordo piuttosto bene.
Appena arrivato nella metropoli iniziai a cercare casa insieme a Yves, uno studente di filosofia con cui avevo fatto grande amicizia a Strasburgo durante l'Erasmus. C'erano le Giornate Mondiali della Gioventù, che erano un raduno giovanile di massa voluto dal papa polacco. Le strade di Parigi formicolavano di scout. Nella metropolitana non c'era spazio per procedere sulla banchina e spesso bisognava saltare sui rialzi per non essere urtati, ti aggrappavi per non cadere: c'erano giovani cattolici dappertutto con il loro strascico di immondizie. Sembrava un'invasione, era un'invasione, io la percepivo come tale. Yves era più contrariato di me: lui era cresciuto in una specie di comune hippy e odiava i cattolici (in effetti odiava anche gli hippy.
Appena arrivato nella metropoli iniziai a cercare casa insieme a Yves, uno studente di filosofia con cui avevo fatto grande amicizia a Strasburgo durante l'Erasmus. C'erano le Giornate Mondiali della Gioventù, che erano un raduno giovanile di massa voluto dal papa polacco. Le strade di Parigi formicolavano di scout. Nella metropolitana non c'era spazio per procedere sulla banchina e spesso bisognava saltare sui rialzi per non essere urtati, ti aggrappavi per non cadere: c'erano giovani cattolici dappertutto con il loro strascico di immondizie. Sembrava un'invasione, era un'invasione, io la percepivo come tale. Yves era più contrariato di me: lui era cresciuto in una specie di comune hippy e odiava i cattolici (in effetti odiava anche gli hippy.
Il primo
impatto con la città non era dunque quello che mi ero figurato. Mi sforzavo di visualizzare l'infinito che
finalmente mi si apriva davanti. Scout a parte, ero arrivato
nella città dei miei sogni.
La ricerca di appartamento a Parigi, per uno studente straniero non ricco è cosa difficile e disgustosa: il fatto che fossi in compagnia di un francese
rendeva le cose un po' più più facili, ma subivamo il trattamento
riservato a tutti gli studenti. Gli appuntamenti per la visita dell'appartamento erano organizzati tramite annunci su giornaletto settimanale. In base all'ordine di arrivo si formava una coda disciplinata, ma la maggior parte dei postulanti non riusciva nemmeno a vedere l'appartamento. Di solito veniva scelto uno studente tra i primi della coda, purché avesse le carte in regola. Se riuscivi a vederlo non potevi concederti il lusso di dire "ci penso un attimo": o firmavi o perdevi l'occasione. In questo modo, dopo parecchie tentate visite, uno si riduceva nello stato d'animo di prendere la prima cosa possibile.
Uno straniero da solo avrebbe trovato più penosa la selezione subita: l'anno successivo - abbandonai Yves perché la notte tornava spesso a casa ubriaco e poi diffondeva musica rap a tutto volume - visitai decine di appartamenti schifosi e costosissimi, stanzette della servitù (chambre de bonnes, le chiamano) ricavate tra un appartamento borghese e l'altro: nove metri quadrati con muri sottilissimi che ti fanno peneterare nell'intimità della famiglia accanto.
Ciononostante trovarne una in affitto era difficilissimo. Mentre mi rifiutava, un proprietario mi piagnucolò che dovevo capire, non ce l'aveva con gli stranieri ma una volta un caraibico lo aveva fregato, era partito senza pagare e i tribunali non avevano fatto nulla per riparare al torto: non ce l'aveva con me ma non ero francese e non poteva rischiare di nuovo. "La capisco, mi dispiace", dissi consolandolo.
Uno straniero da solo avrebbe trovato più penosa la selezione subita: l'anno successivo - abbandonai Yves perché la notte tornava spesso a casa ubriaco e poi diffondeva musica rap a tutto volume - visitai decine di appartamenti schifosi e costosissimi, stanzette della servitù (chambre de bonnes, le chiamano) ricavate tra un appartamento borghese e l'altro: nove metri quadrati con muri sottilissimi che ti fanno peneterare nell'intimità della famiglia accanto.
Ciononostante trovarne una in affitto era difficilissimo. Mentre mi rifiutava, un proprietario mi piagnucolò che dovevo capire, non ce l'aveva con gli stranieri ma una volta un caraibico lo aveva fregato, era partito senza pagare e i tribunali non avevano fatto nulla per riparare al torto: non ce l'aveva con me ma non ero francese e non poteva rischiare di nuovo. "La capisco, mi dispiace", dissi consolandolo.
Ma il primo anno a Parigi avevo al mio
fianco Yves. Era la persona meno accomodante del mondo. Gli facevano
schifo i padroni e non gliene fregava un cazzo di trovare un
appartamento decente: purché ci dessero qualcosa in fretta e ad un
prezzo accettabile. Accettabile, a Parigi significa: carissimo.
mercoledì 19 marzo 2014
Sofisti e meritocrazia
Da un
compito in classe di uno studente neoitaliano: “Il regime democratico dell'Atene del
V secolo a.C. favorisce lo sviluppo della sofistica perché la
democrazia e la meritocrazia ha iniziato con i sofisti”.
Il renzismo vincerà così.
Il renzismo vincerà così.
lunedì 17 marzo 2014
Roman nouveau, 1
Sempre avevo temuto di essere pressoché vuoto, di non avere insomma alcuna seria ragione per esistere. Adesso davanti ai fatti ero proprio certo del mio nulla individuale (Céline)Il giorno della mia laurea ero contento ma triste.
Mi piaceva avere finalmente terminato un lavoro assurdo di scrittura, durante il quale il mio relatore non mi aveva seguito neanche il tempo di un tè pomeridiano (privilegio riservato alle sole studentesse).
Ma percepivo una cupa pesantezza, proiettata sulla scena da mio padre, taciturno e impenetrabile come non mai. Non era da lui, tutto quel tacere. Non volevo sapere che era molto malato e sarebbe morto di lì a poco.
Ma percepivo una cupa pesantezza, proiettata sulla scena da mio padre, taciturno e impenetrabile come non mai. Non era da lui, tutto quel tacere. Non volevo sapere che era molto malato e sarebbe morto di lì a poco.
Quando la discussione della tesi fu terminata non sapevo che cosa pensare, mi sembrava che quell'evento non avesse alcun senso. Uscimmo dall'aula e il fotografo che ci aveva convinti ad affidarci a lui cominciò a fotografare il gruppo di amici e parenti mentre eravamo ancora sulle scale. Passò un autorevole antichista che ci disse: "ma perché non andate fuori, con i bellissimi chiostri che abbiamo!"Provai molta vergogna, come se la responsabilità fosse mia, e poi mi dissi che avrebbe forse potuto pensarci mio padre. Ma lui stava morendo, e non poteva fare proprio niente. Morire era già abbastanza.
La vergogna che provai è registrata nella foto ufficiale di me davanti a un pozzo al centro del chiostro. Ho gli occhi chiusi e sono un po' inclinato di lato come un omino di Chagall.
Mio padre e gli zii non rimasero nemmeno per la cena, come pensavo avrebbero fatto. Quando furono tutti partiti mi sentii molto triste e cominciai a telefonare a Strasburgo, dove avevo fatto l'Erasmus, per trovare un professore che mi prendesse a fare il DEA. Era il 24 giugno 1997 e da quel momento non mi fermai più un solo istante.
Mio padre e gli zii non rimasero nemmeno per la cena, come pensavo avrebbero fatto. Quando furono tutti partiti mi sentii molto triste e cominciai a telefonare a Strasburgo, dove avevo fatto l'Erasmus, per trovare un professore che mi prendesse a fare il DEA. Era il 24 giugno 1997 e da quel momento non mi fermai più un solo istante.
domenica 2 marzo 2014
Qual'è
Non è che io non conoscessi la regola, ma in qualche modo mi era sfuggita. Così, quando feci leggere un mio testo a un compagno di classe bravo, non so perché e non ricordo che testo fosse (una versione in classe?), lui mi punzecchiò: "be' però QUAL'È con l'apostrofo si trova soltanto nei dépliant pubblicitari che ricevo a casa mia".
Lui abitava a Cervere, un paesino fuori Bra, come a dire: testi del cazzo.
La vergogna che quelle parole mi provocarono mi si incise indelebilmente nell'anima, e non sbagliai mai più.
Ora, ho sempre dei sensi di colpa quando faccio delle traduzioni. Ma in un testo di un importantissimo filosofo italiano pubblicato dalla casa editrice per cui ho tradotto, ho appena visto un QUAL'È, con l'apostrofo...
Vecchio compagno di liceo, che cosa ne diresti tu, mio Auctor della norma ortografica?
Lui abitava a Cervere, un paesino fuori Bra, come a dire: testi del cazzo.
La vergogna che quelle parole mi provocarono mi si incise indelebilmente nell'anima, e non sbagliai mai più.
Ora, ho sempre dei sensi di colpa quando faccio delle traduzioni. Ma in un testo di un importantissimo filosofo italiano pubblicato dalla casa editrice per cui ho tradotto, ho appena visto un QUAL'È, con l'apostrofo...
Vecchio compagno di liceo, che cosa ne diresti tu, mio Auctor della norma ortografica?
lunedì 10 febbraio 2014
Depressione, musica, postmodernismo, creazione
Questo doveva essere un post sulla depressione meteoropatica. Invece si è trasformato nell'ampliamento di una vecchia bozza, scritta a dicembre mentre terminavo la mia tesi di dottorato. Vi stavo spiegando la mia attrazione per la musica di Nico Muhly, che ho recentemente scoperto. Ne parlo subito dopo.
Il punto importante è che anziché scrivere sulla depressione ho cominciato ad ascoltare la musica di Muhly e da lì mi sono spostato su Alva Noto e i suoni elettronici mi hanno fatto passare l'accenno di depressione.
I suoni elettronici sono un oggetto musicale estremamente interessante, e ancora misterioso: dagli anni '50 sappiamo produrre onde sonore assenti "in natura", eppure, che io sappia, non esiste ancora una teoria musicologica e/o cognitiva capace di spiegare l'effetto che tali suoni hanno su di noi. Poiché essi si accompagnano sempre ai vecchi parametri musicali, probabilmente un'indagine sperimentale accurata scoprirebbe che ciò conta sono sempre i cari vecchi ritmo, velocità, registro, ecc.
Per il timbro, come noto, non c'è una teoria cognitiva in grado di spiegarne l'effetto, ma soltanto dei tentativi parziali.
E ora veniamo a Muhly. Il post è in via di scrittura, come tutto ciò che scrivo, del resto
Il punto importante è che anziché scrivere sulla depressione ho cominciato ad ascoltare la musica di Muhly e da lì mi sono spostato su Alva Noto e i suoni elettronici mi hanno fatto passare l'accenno di depressione.
I suoni elettronici sono un oggetto musicale estremamente interessante, e ancora misterioso: dagli anni '50 sappiamo produrre onde sonore assenti "in natura", eppure, che io sappia, non esiste ancora una teoria musicologica e/o cognitiva capace di spiegare l'effetto che tali suoni hanno su di noi. Poiché essi si accompagnano sempre ai vecchi parametri musicali, probabilmente un'indagine sperimentale accurata scoprirebbe che ciò conta sono sempre i cari vecchi ritmo, velocità, registro, ecc.
Per il timbro, come noto, non c'è una teoria cognitiva in grado di spiegarne l'effetto, ma soltanto dei tentativi parziali.
E ora veniamo a Muhly. Il post è in via di scrittura, come tutto ciò che scrivo, del resto
***
Il mio ideale musicale è una specie di postmodernismo non manieristico, colto intelligente e fruibile, musica per le masse (come le vorrei io).
La musica di Mhuly è un flusso discreto che punta a una sperimentazione perfattamente rilevante, alla pura ascoltabilità dell'oggetto musicale.
La dimensione strutturante sembra essere quella melodica (violino e archi), nonostante le sovrapposizioni di molti timbri.
Consideriamo Drones, due dischi composti a partire da un medesimo materiale abbastanza semplice, nella versione per pianoforte e archi (Drones and piano) e nela versione per violino solo (Drones and violin).
La violenza avanguardistica sembra assente, quasi si trattasse di una via d'uscita dal Novecento. La sua musica sembra sempre molto "naturale", come se non perdesse di vista mai l'ascoltatore (è questo un desideratum del musicologo Fred Lerdahl). Una metamorfosi continua e logica, e tuttavia sempre vivente, nuova e imprevedibile.
Sembra quasi che io stia parlando della Musica in generale, ed infatti è così: Muhly mi pare essere un ottimo paradigma di ciò che può l'umanità alle prese coi suoni, dentro e fuori dalle determinazioni sociali e culturali.
Se un marziano scendesse sulla Terra e chiedesse di fargli incontrare un musicista vivente, cercherei sicuramente di mandarlo da Muhly.
[Aggiungere: l'atto creativo secondo Deleuze]
[Aggiungere: l'atto creativo secondo Deleuze]
sabato 8 febbraio 2014
Intuizione, 27. Scrivere e morire.
Per chi come me sente inconsciamente che finitudine = morte, scrivere rappresenta una sfida per la sopravvivenza. Scrivere un testo e licenziarlo è come ucciderlo, e morire con esso.
Forse per questo motivo, per me scrivere significa tergiversare: immaginare il testo e poi rimandarlo, scriverne, delle parti, riscriverle, ricominciare dall'inizio, trascrivere cose che poi non verranno mai integrate nella versione finale, il tutto per creare un serbatoio di potenzialità che a partire da un certo momento mi appaia come inesauribile. Infinito.
A quel punto sono tranquillo: il passaggio all'atto della potenza è scongiurato, so che il testo finale non sarà mai altro che un'attualizzazione tra le infinite possibili, di sicuro non la migliore, probabilmente una versione più o meno soddisfacente ma la cui limitatezza sarà comandata dalla contingenza della situazione e della scadenza temporale.
Se, da una parte, è un modo per giustificarmi ai miei stessi occhi per il risultato imperfetto, dall'altra parte è anche un modo per mantenere un segreto contatto con quel testo, fondato sulla speranza: non ti ho abbandonato, caro testo, lo so che tu sei migliore di come appari, non preoccuparti, tornerò da te, ti riprenderò e amplierò, staremo di nuovo insieme, mostrerò altri aspetti della tua natura infinita.
Gli scrittori, probabilmente, hanno un rapporto migliore del mio con la finitezza e la morte. Sono più coraggiosi, o più disperati.
lunedì 27 gennaio 2014
Mia famigerata intervista inedita a Houellebecq, mai integralmente trascritta...
Michel Thomas, alias Michel Houellebecq, è stato per anni
considerato uno scrittore scandaloso, politicamente scorretto,
addirittura un portavoce del fascismo europeo (come disse un Baricco
straordinariamente abbagliato). La carta e il Territorio è il
suo ultimo romanzo e per molti versi appare come un commiato
dall’intensità della precedente scrittura, spesso quasi
insopportabile per temi e passioni tristi. Houellebecq sembra ora
avere raggiunto una specie di atarassia artistica, se non
esistenziale (anche se vedendolo da vicino emana un gran senso di
quiete).
Houellebecq è diventato celebre per gli effetti speciali a base
di molto sesso, trattato in maniera quasi pornografica, ma i suoi
libri sono intrisi di cultura filosofica: e per essere un
intellettuale francese dell'epoca d'oro della postmodernità lo
scrittore ha un punto di vista decisamente poco simpatetico verso la
produzione filosofica dei suoi connazionali.
D: L'ho sempre considerata come uno dei più filosofici tra i grandi
scrittori contemporanei, ma so che lei ha detto cose molto aggressive
contro la filosofia occidentale... non ha proprio nessuna stima per
la filosofia contemporanea, in particolare quella francese dei
Deleuze, Foucault, Derrida ecc.?
R: No. Diciamo che c'è un décalage, o meglio una divergenza che si
è prodotta tra la filosofia e la scienza e che invalida il discorso
filosofico. O meglio: non lo invalida ma lo posiziona nel campo della
letteratura. Deleuze è piuttosto un buon poeta, a tratti, Derrida è
un poeta di merda. È vero che ho una certa simpatia per Deleuze, ma
piuttosto per una specie di dimensione di sogno che apporta, una
dimensione onirica. Ma non posso prenderlo sul serio. Ci sono ancora
dei filosofi francesi seri, ma il problema è che mi sento un po'
superato sul piano intellettuale. Non solo francesi, d'altronde.
D: Intende i filosofi analitici?
R: Sì i filosofi analitici, ma oltre un certo punto non arrivo, è
troppo complicato. Per esempio, il teorema di Goedel l'ho capito una
volta, ma penso che non saprei più fare la dimostrazione. Per me
però è lì che si situa l'aspetto serio della filosofia, una specie
di corrente di pensiero derivata dal positivismo logico[1].
Carnap salvava Heidegger come poeta lirico, e direi a giusto titolo:
leggendo Heidegger si prova un'emozione realmente poetica.
D: Heidegger le piace?
R: Sì mi piace, ma è la pretesa di essere filosofo che mi
infastidisce un po'. "Romanzo" non si potrebbe dire
propriamente, ma come poema Essere e tempo andrebbe bene!
D: Si è parlato molto del suo rapporto con l’Islam e i raheliani,
ma si è parlato un po' meno del suo rapporto con il buddhismo: lei
ha scritto che considerava il buddhismo come una possibilità, mentre
adesso il buddhismo le sembra inoperante, perché anche la
mancanza di desiderio è triste.
R: Beh, intanto il buddismo intellettualmente non è minacciato,
grazie alla celebre risposta di Buddha sui problemi metafisici, più
o meno: non si era interessato ai problemi metafisici perché non
erano interessanti. È una risposta assai insolente ma che salva...
Dunque exit la questione metafisica. Devo riconoscere che non
ho voglia che il desiderio si spenga in me, il che… non è molto
buddhista...
D: Ho l’impressione che nel suo ultimo romanzo, e forse anche in La
possibilità di un'isola, lei faccia meno resistenza al concetto
di individuo.
R: Diciamo che è un concetto molto sopravvalutato: per dirla
grossolanamente le persone sono molto più simili tra loro di quanto
non si immaginino... è un concetto che va relativizzato. Gli uomini
differiscono tra loro un po' più dei cani – per prendere degli
animali che conosco bene – ma non molto di più, ecco. La mia è
piuttosto un'incitazione a una valutazione oggettiva
dell'individualità.
D: È noto che lei non ha grandi simpatie per la psicoanalisi, e data
la sua formazione scientifica ci si potrebbe aspettare che lei fosse
più interessato alla psicologia scientifica[2]
e alle neuroscienze cognitive. Tuttavia ho l’impressione che per
descrivere gli esseri umani lei faccia ricorso al suo sguardo
riflessivo, come nella tradizione dei moralisti francesi. Come dice
Chomsky: la letteratura insegnerà sempre più sull'animo umano di
quanto non potrà fare la filosofia...
R: Be', lui si impegna un po' alla leggera, il “sempre” è
discutibile, però sì, al momento attuale è quella [la posizione]
che funziona meglio. Le neuroscienze fanno qualche progresso, ma che
io sappia non c’è ancora un concetto chiaro di che cos’è la
coscienza, il sapere è molto lacunoso. È vero d’altronde che la
psicoanalisi è stata un tentativo di teorizzare a partire da niente,
a partire da intuizioni vaghe, e quindi di introdurre dei concetti
sfocati, l’inconscio, il super-Io, ecc., insomma: un tentativo di
teorizzazione prematuro. E all’ora attuale siamo ancora PRIMA della
possibilità di una teorizzazione su basi solide. Ma dire che sarà
così “per sempre” è esagerato, comunque.
D: Da qualche parte lei ha detto che scrive con il desiderio di
venire contraddetto...
R: Ho l'impressione di avere scritto certe cose forse con quello
spirito, ma sicuramente non tutte...
D: Era a proposito della società contemporanea, per dire che quando
lei la descrive così negativamente non è perché si compiaccia di
quell’immagine, ma piuttosto con la speranza di venire
contraddetto. Allora secondo me contraddirla vorrebbe dire scrivere
ottimi romanzi che parlassero di individui e coppie felici, società
equilibrate. Sul piano filosofico ci sarebbe davvero bisogno del
buddhismo per cercare di contraddirla. Però mi sembra che il suo
ultimo romanzo vada un po’ in questa direzione, perché Jasselin,
(il personaggio di) Houellebecq e Jed non ha avuto “una vita
malvagia”. Quindi – la domanda è questa: una vita e un’opera
felici sono possibili?
MH: ...mmm... (ci pensa qualche istante). Be’ si può dir di sì, e
in più per tre vie differenti: una, lavoro soddisfacente, pensione,
coppia; l’altra, solitudine e lavoro puro; la terza un po’ di
lavoro, cane, campagna... Quindi tre vie distinte che sembrano tutte
e tre felici…
Per citare Schopenhauer, che è il pessimista per eccellenza, lui
dice alla fine del suo diario: "in fondo non me la sono cavata
così male". Non è l'estasi ma è un po' così.
EA: forse questo ha qualcosa a che fare col buddhismo, con Epicuro?
Non è la
MH: sì sì... (lunga pausa) sì sì… No, Epicuro non è niente
male...
EA: Forse il suo rapporto con i bambini si potrebbe comparare al suo
rapporto con i figli...
MH: Conosco male la sua vita, ma il suo argomento contro la morte è
il migliore?
EA: secondo me non funziona, e mi sembra rientrare bene in ciò che
lei dice sulla filosofia occidentale, ossia che sarebbe un
addestramento ...
MH: ma a rigore non è un argomento contro la morte, il fatto che non
ci sia contatto reale...
D: quando rappresenta la morte di MH quando Jed vede lefotografie dei
pezzi di cadavere, non è un po' come se lei cercasse di vedere la
sua propria morte, ma come se ciò rimanesse radicalemtne
impossibile? Io almeno ho avuto questa impressione...
R: [ci pensa un istante] No, non ha nulla a che vedere con la morte,
ma piuttosto con il dolore. Quando si vede qualcuno fatto a pezzi la
prima reazione che si ha è sentire male, non di avere paura, è un
misto di scoramento e di sofferenza... Ma, passiamo all’arte,
magari, che è anche una questione interessante?
EA: sì certo. Lei sembra ammirare le opere d'arte di Jed ma per
nulla il mondo dell'arte contemporanea... riguardo alla questione
della valutazione delle opere di Jed citando Wittg lei scrive che non
ha alcun senso: c'è qui un elemento di critica al mondo mercantile
dell'arte contemporanea?
MH: Non è nemmeno una critica, non ha proprio nessun senso, non dico
strettamente nulla più di quello che ho scritto: non ha
semplicemente senso, non bisogna cercarlo. Per esempio il prezzo di
questo libro ha un senso, si può calcolare facilmente, si può
fissare il prezzo di questo libro. Il prezzo di un’opera non ha
nessun senso, è interamente legato al desiderio delle persone di
possederla.
… Seguono domanda-risposta su
musica contemporanea; sul successo di un artista...
mercoledì 22 gennaio 2014
Intuizione, 26 (Qualità e quantità)
Hegel (Engels), Nietzsche-Deleuze...
Oggi ho capito che è un'opposizione illusoria, ma fondamentale per il pensiero. Perché?
(Intuizione ricorrente ma per ora sfuggita)
[ah sì ora ricordo: c'entra la mia definizione dello Zen]
Oggi ho capito che è un'opposizione illusoria, ma fondamentale per il pensiero. Perché?
(Intuizione ricorrente ma per ora sfuggita)
[ah sì ora ricordo: c'entra la mia definizione dello Zen]
giovedì 16 gennaio 2014
Intuizione, 25 (Surfing USA - L'ereditarietà del futile)
Ascolto Surfing USA solo perché mio padre lo ascoltava.
Ma ascoltandolo lo faccio ascoltare ad Agostino, che magari lo ascolterà quando sarò vecchio, o morto.
L'ereditarietà del futile.
PS: Philippe Ridet in suo tweet mi ricorda indirettamente che è stato lui a farmi ascoltare questa canzone a Roma, alcuni anno or sono. Per me era musica insulsa di mio padre, Philippe mi argomentò la loro grandezza e cominciai ad ascoltare Pet Sounds. Ma poi rimossi l'apporto di Philippe...
Ma ascoltandolo lo faccio ascoltare ad Agostino, che magari lo ascolterà quando sarò vecchio, o morto.
L'ereditarietà del futile.
PS: Philippe Ridet in suo tweet mi ricorda indirettamente che è stato lui a farmi ascoltare questa canzone a Roma, alcuni anno or sono. Per me era musica insulsa di mio padre, Philippe mi argomentò la loro grandezza e cominciai ad ascoltare Pet Sounds. Ma poi rimossi l'apporto di Philippe...
martedì 7 gennaio 2014
Segreti che non devono andare perduti come lacrime nella pioggia, 3
Da bimbo, una volta la mamma del mio amico mi diede per merenda pane e cioccolata: io mangiai prima tutto il pane, per poter mangiare poi tutta la cioccolata da sola.
Le lamentazioni dei vecchi (intuizione 24)
Comincio a sospettare che i vecchi si divertano ad essere vecchi, e che si lamentino per non farsi scoprire dai giovani.
giovedì 2 gennaio 2014
Piccola borghesia (Intuizione 23)
La piccola borghesia è la classe planetaria dominante. Quantitativamente e culturalmente. Il problema non è dunque appartenervi o no ma come uscirne indirizzando le produzioni del proprio cervello verso la negazione dell'essere piccoloborghese (che non può essere un épater les [petits] bourgeois).
(PS: problema simile a quello di Deleuze: trovare una via d'uscita filosofica dalla filosofia.)
sabato 28 dicembre 2013
Progetti di ricerca 2014
1) La rilevanza cinematografica (con enrico Terrone).
2) Il senso di "senso" (c'è molta confusione sotto il cielo filosofico).
2) Il senso di "senso" (c'è molta confusione sotto il cielo filosofico).
Tracce:
il senso-indicibile, nel Tractatus;
la partizione di Hjelmslev (espressione/contenuto);
l'evoluzione di "senso" dall'estetica alla logica e alla linguistica (Ferraris?);
il senso nell'Enciclopedia di Hegel;
il senso nella teoria dell'enazione;
senso e non-senso in Deleuze (Logique du sens e Différence et répétition);
il senso incorporeo nella logica stoica.
Sperber, Per una teoria del simbolismo: "nel linguaggio ordinario, ogni oggetto della conoscenza ha per forza un senso"
Sperber, Per una teoria del simbolismo: "nel linguaggio ordinario, ogni oggetto della conoscenza ha per forza un senso"
3) Logica e teoria della rilevanza
4) Urbanismo e cognizione (con Angela Nasso)
5) L'errore di Descartes e la cognizione emotiva.
Tracce: Scheler: «l’abisso che Descartes ha scavato fra anima e corpo è stato colmato da un’unità della vita divenuta tangibile. Naturalmente il fatto che quando un cane vede un pezzo di carne il suo stomaco inizi a secernere determinati succhi gastrici, risulta, dal punto di vista di Descartes, un miracolo assoluto: egli infatti elimina dalla sfera psichica il complesso della vita pulsionale e affettiva e tenta inoltre una spiegazione puramente chimico-fisica delle manifestazioni vitali anche relativamente alle loro leggi strutturali. […] Che cosa direbbe però Descartes se gli si facesse vedere l’esperimento di Heyder, secondo cui la semplice suggestione del mangiare un cibo sortisce gli stessi effetti che si verificano a proposito di un mangiare effettivo? Qui emerge l’errore, l’errore fondamentale di Descartes: l’aver misconosciuto completamente il sistema pulsionale nell’uomo e nell’animale. È solo tale sistema che costituisce la mediazione e l’unità fra ogni autentico movimento vitale e il contenuto della coscienza» (Max Scheler, La posizione dell'uomo nel cosmo, cit., pp. 163-164).
6) La rilevanza documentale (sulla teoria di Ferraris)
Tracce: Scheler: «l’abisso che Descartes ha scavato fra anima e corpo è stato colmato da un’unità della vita divenuta tangibile. Naturalmente il fatto che quando un cane vede un pezzo di carne il suo stomaco inizi a secernere determinati succhi gastrici, risulta, dal punto di vista di Descartes, un miracolo assoluto: egli infatti elimina dalla sfera psichica il complesso della vita pulsionale e affettiva e tenta inoltre una spiegazione puramente chimico-fisica delle manifestazioni vitali anche relativamente alle loro leggi strutturali. […] Che cosa direbbe però Descartes se gli si facesse vedere l’esperimento di Heyder, secondo cui la semplice suggestione del mangiare un cibo sortisce gli stessi effetti che si verificano a proposito di un mangiare effettivo? Qui emerge l’errore, l’errore fondamentale di Descartes: l’aver misconosciuto completamente il sistema pulsionale nell’uomo e nell’animale. È solo tale sistema che costituisce la mediazione e l’unità fra ogni autentico movimento vitale e il contenuto della coscienza» (Max Scheler, La posizione dell'uomo nel cosmo, cit., pp. 163-164).
6) La rilevanza documentale (sulla teoria di Ferraris)
Film famosi visti da Agostino
La vita è meravigliosa
"Quello lì ha sposato una ragazza, poi ha perso i soldi ma tutti glieli hanno regalati così è diventato ricco"
"Quello lì ha sposato una ragazza, poi ha perso i soldi ma tutti glieli hanno regalati così è diventato ricco"
Intuizione, 22 (La stupidità)
La stupidità, deleuzianamente
intesa come condizione fondamentale del pensiero che non pensa se non
forzato (meccanicamente, quindi, e non per uno spiritualistico
richiamo heideggeriano), è perfettamente fotografata nella Relevance
Theory di Sperber e Wilson. Uno stimolo non è pensabile se il suo effetto non giustifica lo sforzo richiesto.
Per uno stupido (= pigro), uno stimolo non
gratificante non è degno di essere pensato. Ecco spiegato Canale 5, Drive in, il Gabibbo.
Fondazione cognitiva della violenza
politica per la costruzione di un'umanità cooperativa.
(Al contrario, nell'educazione domina
la forza della curiosità infantile: confutazione della pedagogia
nera.)
| F. Zourabichvili, Deleuze, une philosophie de l'événement, p.24 |
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