E’ tutta, In ogni umano stato, ozio la vita, Se quell’oprar, quel procurar che a degno Obbietto non intende, o che all’intento Giunger mai non potria, ben si conviene Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)

mercoledì 19 luglio 2017

Nauman è bravo ma va visto in certe condizioni (Roman nouveau, 29)


Al mattino di sabato, io e mia madre andammo a vedere la mostra di Bruce Nauman al centro Pompidou, altrimenti detto Beaubourg. Partire per Torino non potevo ancora partire. O se potevo, non sapevo di doverlo fare. Oppure sentivo di volerlo (poter) non fare. In ogni caso non partii. Gli accordi con la zia Pierina prevedevano una telefonata nel pomeriggio, per sapere se vi fossero miglioramenti o se io dovessi scendere a Torino con estrema fretta.
Ehi, ma chi è questo manichino anaffettivo al tuo fianco? Temo che si tratti di tua madre. Che cosa si agitava nella sua mente? Nella mia c’era un surreale campo di battaglia. Andare a una mostra di Bruce Nauman mentre tuo padre inizia a morire non è una cosa da ricordare con piacere.
Tuttavia Bruce Nauman è molto bravo. Ricordo soprattutto la scultura al neon dell’impiccato che ha un’erezione mentre viene strangolato dalla corda che lo uccide. Ricordo filastrocche come: eat and drink drink and piss eat and piss piss and die e simili.
Avevano che fare con la morte, quelle opere d'arte, e c’era nelle creazioni di Bruce Naumann qualcosa di vagamente confortante per il mio animo già trafitto. Quelle opere d’arte esprimevano qualcosa che mi teneva compagnia. Una cosa che ho imparato è che il pensiero della morte è anche autoconsolatorio. 
Mia madre comunque era molto meno simpatica di Nauman. La notizia della gravità del male del suo ex marito l’aveva lasciata incredula e taciturna, in ogni caso apparentemente incosciente di quale breve spazio di tempo siano due o tre giorni. Posso ammettere che lei non provasse più alcun affetto positivo per mio padre, poiché si erano separati da vent'anni: ma l’idea che morisse, con tutto ciò che questo ha poi effettivamente comportato, non avrebbe dovuto farle orrore? Nulla che somigliasse a tale sentimento fondamentale traspariva dal suo aspetto.
La rivedo ancora, abituato al suo eterno viso: un velo opaco le offusca lo sguardo incapace di futuro.

lunedì 17 luglio 2017

Maman à Paris (Roman nouveau, 28)


Il 20 febbraio 1998, mia madre arrivò a Parigi. Andai a prenderla alla Gare de Lyon e prima ancora che salissimo sul métro che ci avrebbe portati al 54 di rue de Lancry, dove abitavo con Yves, mi aveva già detto che papà era in ospedale da tre settimane. Per "una crisi di fegato”. Quando ci incamminammo ero quasi contento di sentire che papà era in ospedale: credevo che lo avrebbero salvato, e che finalmente avrebbe iniziato a curarsi.
Non è il caso di infierire contro mia madre, sull’assurdità del suo finto essere tranquilla, anche se aveva visto mio padre giallo d'ittero ricoverato per tre settimane. Neppure voglio colpevolizzarla perché non mi aveva detto nulla, lasciandomi partire tranquillo per l’Inghilterra per passare le mie stupide vacanze di fine semestre. Tuttavia… Ne riparlerò.
Salimmo sul métro che doveva condurci alla fermata Jacques Bonsergent, dove abitavo accanto a Place de la République, in una viuzza che portava dritto dritto al famoso Hotel du Nord degli amanti del film. Il mio souvenir riguarda una frase della mamma: «Però, ieri, è insorta una complicazione». Quale complicazione? Era partita prima di avere notizie, nel pomeriggio avrei dunque dovuto telefonare alla sorella di mio padre per saperne di più. Ma perché era venuta a Parigi nonostante il ricovero di papà? La sua spiegazione fu la seguente: avrebbe perso i soldi del biglietto da lungo tempo prenotato.
Io tendo a sostituire questa giustificazione assurda con il suo desiderio inconscio di informarmi di persona del ricovero di papà.
Arrivammo a casa, dove ci aspettava Yves: le presentazioni tra lui e la mamma furono coerentemente poco festose. Mi precipitai al telefono per chiamare a Torino la vecchia zia. Parlava con un tono mogioe anestetizzato: disse che papà era grave. Lo disse come se fosse la cosa più ovvia e risaputa del mondo, ma a me sembrava del tutto irreale. Avevo l'impressione paranoica che mi avessero volutamente tenuto all'oscuro delle condizioni di mio padre.
La zia disse che i medici avevano parlato di due o tre giorni. Che tipo di giorni, mi domandai? Il mio io si stava rapidamente sdoppiando in un personaggio e uno spettatore di un film con me stesso per protagonista.
Capii d’un colpo, ma con leggero ritardo, che si parlava per la prima volta – e nella mia unica esistenza – si parlava per l’eternità futura dei probabili ultimi due o tre giorni che avrebbero separato mio padre dalla sua morte.

domenica 16 luglio 2017

Fluctuat mergiturus (Roman nouveau, 27)

Che senso ha per noi la vita di una persona che amiamo? È una domanda assurda, e spesso ce la poniamo troppo tardi, quando questa persona non c’è più, o quando non ci ricordiamo quasi di lei, della sua concretezza fisica e vivente, prima banalmente quotidiana. Viviamo il flusso degli eventi e ci barcameniamo tra le cose che compongono la nostra normalità, andiamo a lavorare, usciamo con gli amici, ci innamoriamo, cuciniamo la pappa per il bambino, suoniamo il pianoforte, leggiamo un libro, sosteniamo un esame all'università e poi zacchete, quando meno ce lo aspettiamo succede qualcosa. Qualcosa di terribile che ci fa cambiare prospettiva sul mondo e sulla vita. Qualcosa che ci lascia senza fiato, distrutti, schiacciati, sporchi, esausti, dimentichi di tutto quello che prima era l’orizzonte della nostra speranza.
La morte giunge nelle nostre vite ed è sempre un uragano contro il quale nessun allarme vale. Siamo fuscelli nell’oceano, strappati da un albero di cui non ricordiamo nulla. Fluttuiamo ignari in una vastità terribile.

1997-98 (Roman nouveau, 26)

Nei mesi in cui ero arrivato a Parigi accaddero i seguenti fatti rilevanti per la storia mondiale.
In agosto in Algeria il terrorismo islamico fece decine di vittime. Gli attacchi degli islamisti continuarono nei messi successivi facendo altre centinaia di vittime.
Il 31 agosto a Parigi, Lady Diana Spencer rimase vittima di un incidente automobilistico sotto il Pont de l'Alma assieme al suo compagno Dodi Al-Fayed. Me lo ricordo bene perché stavo cercando la casa insieme a Yves ed ero suo ospite a casa dei suoi nonni, a Place d’Italie: al mattino accesi la televisione e udii la notizia. I funerali ebbero luogo il 6 settembre, e furono seguiti da più di 2 miliardi di persone in tutto il mondo.
Il 5 settembre morì madre Teresa di Calcutta, quella nazista.
Il 9 ottobre Dario Fo venne insignito del Premio Nobel per la letteratura: a me stava parecchio sul cazzo perchè era un vecchio bavoso che telefonava a casa della sorellina della mia fidanzata di Milano (la figlia di universitari che odiava i professori universitari).
A ottobre entrarono in vigore gli accordi di Schengen anche per l’Italia: sembrava una figata.
A dicembre fu redatto il protocollo di Kyōto, che prevedeva la riduzione dei gas serra del 5,2% rispetto al 1990 entro il 2012.
Nello stesso dicembre a Hong Kong un'epidemia potenzialmente mortale per l’uomo causò lo sterminio di oltre un milione di polli.
Il 13 gennaio Alfredo Ormando si diede fuoco in Piazza San Pietro per protestare contro l'atteggiamento della Chiesa cattolica nei confronti degli omosessuali. Morì dieci giorni dopo.
Il 21 gennaio papa Giovanni Paolo II visitò Cuba.
Il 3 febbraio un aereo militare statunitense partito dalla base di Aviano, tranciò il cavo della funivia del Cermis provocando la morte di 20 persone.

Il 20 febbraio 1998, mia madre arrivò a Parigi.

giovedì 13 luglio 2017

Viaggio in UK (Roman nouveau, 25)

La mia ex fidanzata del Collegio in quel periodo abitava a Oxford. Lei e il suo odioso fidanzato erano due brillanti ricercatori di fisica in formazione cosmopolita nel vasto mondo dell'accademia planetaria. Sarebbero poi diventati dei cosiddetti cervelli in fuga. Poiché con Irene ero rimasto in ottimi rapporti dopo che ci eravamo lasciati, stando io a Parigi e dunque così vicino al Regno Unito avevo da tempo deciso di fare un viaggetto tra Oxford e Londra. A Oxford sarei stato ospite di Irene e Andrea, mentre a Londra avrei preso per un paio di giorni un letto in un ostello della gioventù.
Ero stato a Londra soltanto una volta con mio padre, a otto anni, e non vi ero mai tornato in età adulta. Mio padre aveva comprato un'auto nuova e così aveva più o meno vinto un viaggio per assistere a una gara di formula 3 nel circuito di Brands Hatch. Gli era sembrata una cosa abbastanza ganza da portarci me, e in effetti lo era. Oltre alla stupida gara di formula 3, avevamo visitato Londra, di cui però in età adulta ricordavo solo il museo delle cere di Madame Tissaut. Ricordavo anche che una sera la comitiva aveva assistito a uno spettacolo di cabaret: orecchiando una conversazione di mio padre con un compagno di viaggio compresi che si sarebbero viste donne nude. Questo mi mise molto a disagio perché ero un piccolo cattolico integralista, e il peccato mi appariva inestricabilmente legato al sesso, di cui il corpo femminile era evidentemente l'immondo ricettacolo.
Non osando parlarne apertamente a mio padre, che non era cattolico come me (ero un cattolico autodidatta, isolato in famiglia) e forse vergognandomi anche soltanto di nominare la possibilità di vedere una donna nuda, rimasi nervosamente taciturno per tutta la sera, fino a quando, al momento in cui secondo me le donne nude rischiavano di irrompere sul palco, dissi a mio padre che mi volevo fare un giretto fuori dalla sala in cui eravamo. Mi sarebbe bastato non vedere, per salvarmi dal peccato. Mio padre però, dopo qualche minuto venne a cercarmi. C'erano delle scale mobili sulle quali giocavo a salire e scendere: dal basso vidi mio padre uscire dalla sala e per non farmi beccare e riportare nella sala dei peccatori mi abbassai sulla scala ascendente mentre lui discendeva. Arrivato in cima, quando lui si guardò intorno non vedendomi, assumendo un’espressione che iniziava a divenire preoccupata, al suo risalire io ridiscesi. Mi parve di percepire che la sua angoscia stava aumentando, quindi smisi il gioco e mi mostrai. Lui sbottò un po' arrabbiato dicendomi di non fare più simili stupidaggini. Non poteva capire il mio strano comportamento, era turbato. Alla fine, poi, di donne nude non se ne videro.
Organizzando il mio viaggio da adulto a Londra e Oxford contavo anche di scrostare quei vecchi ricordi e sensazioni. Avrei voluto parlarne a mio padre, che però non rispondeva mai al telefono nella settimana precedente la mia partenza.
In questo secondo viaggio a Londra vidi una città grigia con torreggianti grattacieli, immigrati che mi parevano molto meno integrati degli “arabes du coin” dai quali a Parigi scendevo a comprare la birra dopo la mezzanotte se mi veniva voglia di bere fino a tardi. Visitai la Tate Gallery e mi concentrai su Turner, perché a Deleuze Turner piaceva molto (ne parlava nell'AntiEdipo).
Nel complesso, mi sembrò che Londra fosse decisamente meno bella di Parigi.

Irene e Andrea furono molto gentili, a Oxford, anche se lui era un po’ sgarbato con lei, evidentemente infastidito dalla mia presenza. Soltanto dopo molti anni ho capito quanto possa dare fastidio che la tua fidanzata ti imponga la presenza di un suo ex, manco dovesse per forza diventare tuo amico. Ma all’epoca non capivo niente di queste cose, e mi parve soltanto che lui fosse un po’ stronzo con lei.
Il che non mi dispiacque affatto.

Place des Vosges (Roman nouveau, 24)

Man mano che il mio fallimento diventava evidente, trovavo sempre più conforto nella bellezza di Parigi. Che tipo di bellezza ha una città? Si tratta di una bellezza che il genere umano conosce da millenni, il fascino delle città babilonesi o egizie doveva colpire dolorosamente gli uomini che vi erano esposti, come qualcosa di meraviglioso, sacro e inquietante, umano e divino. Posso solo provare a immaginare che cosa provasse un giorno lontano nei secoli un giovane contadino varcando per la prima volta in vita sua la porta di Ishtar.
Il grande Kant, nella Critica del Giudizio, dà diverse geniali definizioni di bellezza*, che personalmente ritengo estremamente valide ancora oggi che ho studiato molta più filosofia di quando ero a Parigi. Ma le definizioni kantiane non si applicano alla bellezza delle città, artefatti umani con la proprietà di apparire semi-naturali. Parigi mi appariva bella in modo violento, inutile e triste, come una donna che ti fa desiderarla e non si accorge di te, ma non puoi smettere di sperare che ti rivolga lo sguardo.
Affranto per la prospettiva di non poter legittimare la mia presenza a Parigi agli occhi della mia classe sociale, di mio padre, di me stesso, attraversavo le strade di Parigi riempiendomi gli occhi di immagini urbane, sempre più cosciente di condurre un’esistenza precaria, persona sbagliata nel luogo, ahimé, sbagliato, perché a me non destinato.
Attraversavo i ponti di Parigi guardando la Senna e le due rive, in prospettiva, mentre mi muovevo, immaginando una sequenza filmica in camera-car, innalzavo gli occhi ai pinnacoli di Notre-Dame, scendevo e risalivo nella metro, talvolta a caso, come in una deriva psicogeografica situazionista.
Uno dei miei luoghi preferiti era banalmente Place des Vosges. Giada, la bella ballerina torinese, vi affittava una stanza, nella casa di una vecchietta miliardaria e alcolizzata.
Tutte le volte che si trattava di riaccompagnare le ragazze a casa, io non mi tiravo indietro (tutti noi studenti italiani, ritenevamo che a Parigi fosse meglio che le ragazze non andassero in giro da sole la notte, e infatti seppi più tardi che un’amica di Yves era stata violentata una notte per strada, non lontano da Place des Vosges).
Una sera riaccompagnai Giada. Entrammo in quella meravigliosa piazzetta, ormai deserta, verso l’una di notte. Tutto taceva, sembrava di essere in una qualunque piazzetta sperduta, e invece è considerata la piazza più bella di Parigi. Anche Victor Hugo aveva una casa lì, al numero 6, ma questo l’ho scoperto più tardi. Quando riaccompagnavo Giada a casa, o quando andavo a trovare Caterina, che abitava subito oltre la piazza, io guardavo quei magnifici palazzi con le facciate rosse, i portici con gli archi a tutto tondo, i tetti di ardesia, gli abbaini misteriosi, da uno dei quali si affacciava la stanzetta di Giada, che a trovare quella stanzetta a poco prezzo aveva avuto un grandissimo culo.
Giada aveva un grandissimo culo in tutti i sensi, ma io ero un maschio non-alfa: riaccompagnavo e tornavo a casa mia a ubriacarmi di più. *1. Il Gusto è la facoltà di giudicare un oggetto o un modo rappresentativo mediante un compiacimento, o un dispiacimento, senza alcun interesse. L'oggetto di tale compiacimento si chiama bello; 2. bello è ciò che piace universalmente senza concetto; 3. bellezza è forma della conformità a scopi di un oggetto, in quanto essa viene percepita senza rappresentazione di uno scopo; 4. bello è ciò che viene riconosciuto senza concetto come oggetto di un compiacimento necessario.

sabato 8 luglio 2017

Alcol (Roman nouveau, 23)

Non cominciai a bere a dismisura per la tristezza indotta dal fallimento della mancata traduzione: bevevo tantissimo fin dall'inizio dell'università. Mi avevano insegnato i miei compagni più grandi di un anno, i miei amici ubriaconi insieme ai quali compresi il valore inestimabile dell'amicizia tra uomini liberi. Grazie a loro imparai la potenza dell'alcol come antidepressivo e stimolante all'azione.

Solo in seguito ho scoperto che Deleuze è stato un gran bevitore, fino al 1967. In quell’anno scoprì di essere tisico (ma aveva temuto di avere un tumore ai polmoni) e smise di bere. Scoprì così che molti affetti filosofici che attribuiva all’alcol in realtà non ne dipendevano affatto. Secondo me Deleuze, dopo avere smesso di bere, è diventato molto più chiaro nella scrittura (lasciamo stare l’influenza schizoide di Guattari, nelle opere a due).

Io faccio parte della prima generazione Erasmus: a Strasburgo durante l'Erasmus avevo scoperto la birra. La notte in cui avevo conosciuto Yves, avevamo discusso fino al mattino di filosofia, a casa di un nostro compagno di università che voleva farsi prete ma poi si era innamorato. Aveva dato una festa e poi era andato a dormire con la sua fidanzata, dicendoci di continuare pure a bere indisturbati. Yves e io discutemmo tutta la notte di filosofia, non trovandoci mai d'accordo ma nemmeno mai veramente in disaccordo, il che è tipico di chi studia la filosofia postmoderna, che abolisce il concetto stesso di verità. Verso le sei del mattino menzionai l'argomento di Roland Barthes, secondo il quale il linguaggio è fascista perché obbliga a dire. Yves disse che nella scrittura di Barthes si sente talvolta la croccantezza della tartina.

Dissentendo su quel borghese omosessuale di Barthes, verso le sei di mattina lasciammo la casa del nostro ospite. Barcollando raggiungemmo una fermata d’autobus e Yves raccattò da terra un mozzicone di sigaretta. Nonostante le mie proteste. “Ne ho bisogno” mi disse con aria disgustata, e ci separammo dandoci la mano come fanno sempre i francesi quando si salutano (ormai l'avevo imparato).

Ecco perché l'anno dopo l'Erasmus a Strasburgo, durante il quale scrissi la mia orribile tesi su Deleuze, a casa di mio padre, bevevo molta birra. Mi ero allenato a Strasburgo.

Quando a Parigi seppi del mio fallimento editoriale e che non avrei probabilmente mai tradotto Deleuze la clameur de l'Etre di Alain Badiou (che infatti fu poi tradotto per Einaudi da Davide Tarizzo), intensificai la dose quotidiana di birra.
Alle sette di sera stappavo la prima Kronenbourg da 66 centilitri e iniziavo a sorseggiarla mentre leggevo L'essere e l'evento di Badiou oppure un libro di Deleuze. Verso le otto ero già alticcio e continuavo a bere a cena e dopocena. Spesso quando era ora di andare a dormire ero ubriaco e di ciò che avevo letto avevo capito ben poco, anche perché in preda all'entusiasmo alcolico saltavo da un testo all'altro mescolando Foucault con Houellebecq con Spinoza con…

Un vero disastro.

mercoledì 5 luglio 2017

Soldi (Roman nouveau, 22)

Ho finora omesso (e si tratta proprio di omissione), l’ovvia considerazione per cui andare a Parigi richiedeva di avere a disposizione i soldi necessari per poterlo fare. Onestamente: fino ad allora i soldi me li aveva dati mio padre.
Tuttavia durante l'università non mi consideravo un figlio di papà mantenuto, perché quando avevo vinto il posto al Collegio Ghislieri avevo letto nel regolamento che con un reddito annuale minore di un tot si diventava alunni gratuitamente. I miei genitori erano separati e mia madre, da insegnante, aveva quel reddito. Perciò avevo spostato la mia residenza da lei, perché mi pareva giusto riuscire a fare i miei studi universitari in collegio senza pagare, per una specie di mio merito intrinseco che sentivo di avere.
Mio padre però si era accorto del mio cambio di residenza e l'aveva nuovamente spostata a casa sua senza dirmi nulla: quando me ne accorsi andai su tutte le furie ma lui sostenne assurdamente che avevo fatto una cosa illegale e che non potevo spostare la residenza siccome nella separazione dei miei genitori ero stato affidato a lui. Così, per i primi tre anni al Ghislieri mio padre dovette stupidamente pagarmi il collegio nel quale avrei invece potuto studiare gratuitamente. Al quarto anno riuscii a spostare nuovamente la residenza e a convincere il Rettore che doveva permettermi di non pagare nessuna retta.
Al secondo anno di università ero passato a filosofia, e mio padre aveva detto che da allora in poi avrei dovuto pagarmi tutto da solo. Non mi parlò per due mesi. Verso la fine del mio periodo universitario si era dato una calmata: si era ormai rassegnato al fatto che con una laurea in filosofia non avrei trovato molto presto e facilmente un lavoro decente.
Quando gli dissi che dopo la laurea volevo andare a studiare a Parigi, mio padre mi chiese rabbiosamente se non volevo far altro che studiare per tutta la vita. Poi però, siccome lo avevo convinto che avrei iniziato a tradurre il libro di Badiou e avrei guadagnato qualcosa, aveva acconsentito a mantenermi almeno per il primo anno di studi a Parigi.
A Parigi sì che ero un figlio di papà mantenuto. Oramai non mi ponevo nemmeno più la questione del merito: così volevo che fosse, e tanto mi bastava. Va detto però che lo stato francese mi aiutava a pagare l'affitto, dandomi la metà di ciò che spendevo per quell'appartamentino preso insieme a Yves.
Ma il venir meno della prospettiva di tradurre Deleuze. La clameur de l'être, di Alain Badiou, mi metteva davanti all’ipotesi di un fallimento economico assoluto.

Per fortuna c’era mio padre, che mi sosteneva economicamente controvoglia.

Tempo-corsa (intuizione 43)

Quando corri, il tempo si dialettizza e diventa puro.

giovedì 29 giugno 2017

Lilia (Roman nouveau, 20)

Lilia

Sinceramente io avrei voluto fidanzarmi con la mia amica Lilia. Era una moscovita che studiava filosofia in Francia da un po' di anni. Anche lei aveva studiato a Strasburgo, dove Lacoue-Labarthe, che l'apprezzava, l'aveva indirizzata a Parigi per proseguire i suoi studi con Alain Badiou, non so perché. Lilia era molto strana, sia fisicamente che intellettualmente. Era biondissima, quasi albina, portava i capelli corti come le donne sovietiche della mia immaginazione, e in effetti era nata durante la presidenza Breznev, nel 1972 come me (io però ero nato sotto Giovanni Leone).
Aveva gli occhi un po' sporgenti, azzurro-grigi, e la pelle pallidissima. Non avevo mai visto una ragazza così: sembrava un'aliena, parlava francese in maniera strana, tranne quando rideva. Lilia rideva di gusto, si faceva delle risate molto composte ma per niente artefatte, che comunicavano grande allegria (un’allegria russa). Ridevamo un sacco Lilia e io, nonostante passassimo il nostro tempo insieme guardando film di Godard alla videoteca di Paris 8 o discutendo di filosofia. Nient'altro che passatempi intellettuali per Lilia ed Edoardo.
Anche dal punto di vista intellettuale Lilia era strana, di una stranezza che non riuscivo a ricondurre al mio provincialismo italiano. Anche gli amici francesi la consideravano strana. Apparentemente aveva imparato la filosofia in maniera molto personale, soprattutto grazie a un suo amico filosofo che viveva a Mosca come un barbone. Questo amico filosofo era un grande genio della filosofia, diceva Lilia, ma la sua concezione della vita fondamentalmente nichilista lo aveva indotto a tenere sempre con sé una capsula di veleno per uccidersi, nel caso che la polizia moscovita, notoriamente corrotta e violenta, lo avesse arrestato. Per stare a Mosca ci vuole un permesso anche se sei russo, e lui questo permesso non lo aveva, perciò temeva di essere arrestato e picchiato. E prima che ciò accadesse lui si sarebbe ucciso con la capsula di veleno. Dai racconti che Lilia me ne faceva, mi sembrava di capire che lei fosse soggiogata da questo nichilista russo, forse ne era innamorata, non capivo, magari erano stati amanti, anzi lo sospettavo fortemente, a me sembrava un pazzo e non capivo in che cosa consistesse la sua grandezza filosofica dato che non sembrava avere teorie metafisiche comparabili con quelle dei grandi filosofi francesi a me noti. In effetti, la mia cultura filosofica era totalmente libresca e accademica, non ero pronto per apprezzare la personalità mistica di un vecchio russo che sembrava avere plagiato la mia bellissima amica filosofa. Quando provai a esprimere qualche dubbio lei mi disse: “tu non hai mai sperimentato il nulla”. Era indubitabilmente vero, così non osai più esprimere più alcun dubbio contro il suo amico.
Nemmeno Lilia pareva confrontabile con i miei canoni scolastici: non sembrava esperta di Heidegger, né di Derrida, né di altri filosofi contemporanei. La tesi che lei aveva proposto a Badiou non mi era affatto comprensibile e non capivo bene come mai i famosi filosofi francesi stessero ad ascoltarla anziché dirle di mettersi a studiare. Forse la ascoltavano per le stesse ragioni per cui la ascoltavo io? Era molto femminile e dolcissima, anche se non si capiva bene che cosa avesse in mente.
Era un'appassionata di pipistrelli e passava molto tempo a leggere libri di zoologia, o comunque libri assurdi di storia dell'arte o di scienze, dei quali non mi pareva che capisse granché, come del resto accadeva a me quando affrontavo libri per i quali non avevo una preparazione adeguata.
Le insegnai a dire in italiano “il pipistrello svolazza nella notte” e lei mi insegnò a dire in russo “gli uccellini cinguettano” (ptichkji chyrikut).
Quando ormai ero piuttosto innamorato di lei, un giorno mi disse che si sarebbe presto sposata col suo fidanzato serbo, Milan, che abitava lì a Parigi e del quale io non avevo mai sentito parlare. Cercai di dissimulare il mio sorprendente dispiacere ma lei se ne accorse perché mi chiese come mai reagissi così male a quella notizia.

Ostentai la massima felicità per lei, pur dichiarandomi scettico sul matrimonio in generale.

martedì 27 giugno 2017

L’unico neo (Roman nouveau, 19)


L’unico neo

Seguivo i corsi di Badiou e Rancière, per il mio DEA, e andavo spesso a sentire Derrida all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales (EHESS). Quell'anno teneva un corso sul Perdono, che poi è diventato un suo libro. Anche se con Derrida mi sembrava di avere chiuso, ci tenevo  a vedere finalmente il filosofo che per qualche anno avevo reputato il più grande del mondo. E poi, da Derrida ci andavo insieme a Lilia, l’amica russa, e con lei sarei andato a sentire chiunque, forse persino Bernard Henry Lévy.
Con le ragazze torinesi andava tutto bene, eravamo diventati amici e ci frequentavamo abbastanza spesso: facevamo aperitivi, cene, feste, andavamo al cinema e alle mostre. Erano tutte fidanzate, il che rendeva la loro frequentazione allo stesso tempo aproblematica e disperante. Tutti quelli che frequentavo erano fidanzati, tranne me e il mio coinquilino Yves.
In effetti l’unico neo della mia vita parigina era proprio Yves. Era simpatico ma pesantissimo. Un chiummo, direbbero a Palermo. Non sapeva cucinare e quando cucinavo per me non diceva mai no alla mia offerta di cucinare anche per lui. In realtà mi ero presto rotto il cazzo di cucinare sempre anche per lui: cucinavo prevalentemente pasta (“Je fais des pâtes...”, “Très bien, merci!”) sperando di dargli la nausea di pasta. Contavo sul fatto che un francese non possa mangiare sempre pastasciutta come un italiano, ma mi sbagliavo.
Cucinare per lui, però, era il meno. Anche il fatto che le pulizie a lui assegnate lasciassero alquanto a desiderare era tutto sommato sopportabile, nel frame di bohème che volevo usare per concepire la nostra vita studentesca.
La cosa peggiore era questa. Quando alla sera leggevo al mio tavolo bevendo la birra, spesso mi interrompevo per chiacchierare di filosofia con Yves nell'altra stanza. Una sottile porta condannata separava la mia stanza dalla sua, permettendoci di comunicare. I nostri dialoghi filosofici avevano qualcosa di psicoanalitico e di confessionale, sentivamo vicinissima la voce dell'altro senza poterlo vedere. L'altro, ridotto a pura phoné. A differenza che nel setting psicoanalitico, l'altro stava davanti anziché dietro, ma era comunque perfettamente invisibile. Questa modalità comunicativa favoriva il nostro pensiero: non ci lasciavamo influenzare dagli atteggiamenti corporei, dalle micro-espressioni facciali, non ci facevamo sviare da segnali di fastidio che non fossero inclusi unicamente nella voce altrui. Questi segnali di fastidio in realtà arrivavano spesso, perché sia Yves che io ci identificavamo completamente con Lo Studente Di Filosofia, il chierico del lógos e dell'epistéme, preso in un inarrestabile ascetico divenire-sapiente. Il dissenso era per noi necessario ma doloroso: non pensavamo che si potessero avere idee differenti sulle questioni metafisiche fondamentali, uno doveva avere ragione e l'altro torto, non per una questione di verità (noi studenti postmoderni decostruivamo il concetto di verità) ma chiaramente per volontà di potenza. È vero che cercavamo di sfumare le nostre divergenze formulando molte delle nostre affermazioni in modo ipotetico o eteroriferito (“Deleuze direbbe che...” “Per me è come se...” “Forse di potrebbe ipotizzare che...”), ma sullo sfondo era chiaro che entrambi pugnavamo per la potenza della verità, o la verità come potenza.
Io però ero un deleuziano che studiava con Badiou, e lui un derridiano che studiava con Rancière (anche lui come Bruno). E tra deleuziani e derridiani è noto che non corra buon sangue, perché l'attitudine deleuziana esclude a priori l'infinita estenuazione dell'ermeneutica decostruzionista. Dove Derrida vede un'opposizione metafisica da decostruire e riconnettere all'Assoluto a-venire, Deleuze vede un'opposizione micropolitica nella quale entrare a gamba tesa per posizionarsi a fianco dell'istanza minoritaria.
In ogni caso Yves beveva più di me, anche se non durante la settimana. Lui stesso si definiva un alcolista periodico: iniziava a bere il venerdì sera, e il sabato sera raggiungeva l'acme, spesso in compagnia di ragazze fighe che si scopava ma finendo poi coinvolto in risse delle quali non ricordava nulla, tranne che si era ritrovato senza portafogli e sporco di sangue.
Era simpatico e intelligente, ma era un ossessivo, e non c'era verso di interrompere una conversazione filosofica una volta avviata, motivo per cui col tempo cercavo di contenerlo. Quando la conversazione intra-porta aveva inizio, mi dicevo sempre che dovevo cercare di non lasciarla deragliare troppo, ma poi andavamo avanti anche per un'ora, sempre così, da una parte e dall'altra del diaframma ligneo che separava i nostri corpi maniacali parlanti.

Un aneddotto brutto. Dopo una serata alla Flèche d'or, Yves e io in compagnia dei miei amici italiani andiamo a casa di Caterina, ci divertiamo, stappiamo una bottiglia dietro l'altra. Yves beve in eccesso, come sempre, e si ubriaca fino a estraniarsi dalla situazione collettiva. All'ora di rientrare - oramai era mattina - invito Yves ad alzarsi dal canapé : lui biascica di no, e alle mie insistenze amichevoli mi insulta dicendomi di ficcarmi fuori dai coglioni e che non sono altro che un poliziotto (un poliziotto!) anche se studio con Badiou.
Decido così di lasciarlo da Caterina, se lei non è contraria. Ce ne andiamo tutti via, e anziché crollare dal sonno come aveva lasciato intendere, Yves si getta a baciare Caterina, all'improvviso e senza nessun preambolo. Caterina lo respinge, sorpresa ma gentile, com'è nella sua natura, poi gli dedica l'intera notte per spiegargli che è soltanto ubriaco e che ci prova con lei come avrebbe potuto provarci con Giulia o Giada, o con chiunque altra. 
È vero, dice Yves, ma il fatto che io ci provi con te non è indifferente. Questa è la conclusione di Yves: il fatto che io ci provi con te non è indifferente.

lunedì 26 giugno 2017

Excusatio non petita (Roman nouveau, 17)


Excusatio non petita

Mi rendo perfettamente conto che raccontare le mie vicissitudini editoriali non è quanto di più appassionante io possa fare, ma prometto che racconterò ben altro.
Vorrei poter esibire storie di sesso estremo con ragazze parigine perverse, ma questo purtroppo sarebbe totalmente fantasioso. Potrei forse anche descrivervi meglio Parigi, non c’è dubbio, ma io non ho un gran rapporto con la vista, nonostante Aristotele dica, all’inizio della sua Metafisica, che la vista è il senso più importante per la conoscenza.
In quanto miope ho sofferto molto per la mia limitazione sensoriale conoscitiva.
Parigi è troppo immensa per essere descrivibile, e quelli che pubblicano libri su Parigi, a mio modesto avviso, non ne propongono null’altro che una loro immagine mentale. In ogni caso la volta che ho visto meglio Parigi, come in una deriva psicogeografica situazionista,  è stato quando ho attraversato a piedi la città a partire da Denfert-Rocherau fino a République, 54, rue de Lancry.
Ma ero in compagnia di una bella dottoranda greca più grande di me, di nome Ariasni: lei voleva fare questa passeggiata e io l’avrei seguita a piedi anche fino a Nasso.