Io me lo ricordo bene, quando all'inizio si sentiva l'esigenza di conoscere almeno il volto dell'amico di FB. Poi questa cosa è scomparsa completamente, corrispondiamo quotidianamente con amici dal volto assente.
"Segno dell'alienazione della comunicazione virtuale!", si affretta a dire il virtuoofobo apocalittico.
Va bene, ma quando per secoli gli intellettuali europei corrispondevano tra di loro avevano forse un'idea precisa del volto dell'Altro? Al massimo una stampa, ma solo per i casi più illustri, suppongo.
PS: a parte che se proprio la curiosità per il volto altrui ci rode, si fa in fretta a soddisfarla con una foto. Pensa, o virtuoofobo, conosco persino persone che dalla Rete sono passate a conoscersi realmente! Pensa!
E’ tutta,
In ogni umano stato, ozio la vita,
Se quell’oprar, quel procurar che a degno
Obbietto non intende, o che all’intento
Giunger mai non potria, ben si conviene
Ozioso nomar. (Giacomo Leopardi)
venerdì 22 novembre 2013
Crepi il porco liberale!
- L'idealismo della forza: " A quel fuoco (la politica) bruciai altresì il mio astratto moralismo, e appresi che il corso della storia ha diritto di schiacciare gli individui" Croce 1952
martedì 19 novembre 2013
Intuizione, 13 (Adorniana: musica e alienazione)
Senza sacrificio non si impara la musica. Una volta che si è imparata, essa ci restituisce poi moltissimo in forma di sentimenti ineffabili e sublimi.
Ma è appunto soltanto un risarcimento, una consolazione per aver dovuto sofrire ad imparare un linguaggio e una tecnica musicali altamente difficili.
Tale linguaggio e tale tecnica sono impensabili al di fuori di una società alienata, ne sono anzi un'espressione (vedi le elucubrazioni di Adorno sul progressismo di Schoenberg e il reazionarismo di Stravinsky).
Intuizione, 12 (Infanzia e rivoluzione)
Fino a qualche anno fa non mi dispiaceva l'idea di morire su una barricata, combattendo contro un golpe fascista.
Da quando ho un figlio, invece, penso spesso con ansia che se il sistema sociale italiano crollasse, se si creasse una situazione rivoluzionaria a rischio di violenta repressione poliziesco-militare e conseguente restaurazione tecnodittatoriale, la mia unica preoccupazione sarebbe Agostino, mio figlio. Come metterlo in salvo? Come preservarlo dalla violenza?
Da quando ho un figlio, invece, penso spesso con ansia che se il sistema sociale italiano crollasse, se si creasse una situazione rivoluzionaria a rischio di violenta repressione poliziesco-militare e conseguente restaurazione tecnodittatoriale, la mia unica preoccupazione sarebbe Agostino, mio figlio. Come metterlo in salvo? Come preservarlo dalla violenza?
Come tollerare che un bambino sia esposto al male degli uomini adulti? Lo so, sembra che tolleriamo quotidianamente che ciò avvenga, ma io credo che in realtà non lo tolleriamo affatto, chi più chi meno siamo tutti pronti a ribellarci fino alla morte per difendere un qualsiasi bambino, un qualsiasi debole, un qualsiasi oppresso: sono immagini sostanziali di noi stessi, della nostra stessa precarietà e finitezza. Gli atti di eroismo di persone comuni si spiegano così, con l'istinto altruistico e l'amorosa cooperazione che nella nostra terribile specie convivono accanto ai peggiori istinti egoistici e distruttivi.
Ho pensato a come potevano vivere i genitori nei primi giorni di una dittatura come quella cilena. Che cosa pensavano le mamme e i papà mentre i feroci assassini fascisti cominciavano a sterminare sistematicamente i cileni democratici?
Ho improvvisamente intuito che non potevano pensare ad altro che ai loro bambini, la cui vita era cognitivamente protetta - fino al momento del disastro reale - dall'angoscia della guerra e della morte. Probabilmente prima di essere catturati e annientati, molti cileni giocavano coi loro bambini esattamente come prima, si sforzavano di farlo, per non turbare la meccanica e biologica calma irrequieta della quotidianità infantile.
Ho improvvisamente intuito che non potevano pensare ad altro che ai loro bambini, la cui vita era cognitivamente protetta - fino al momento del disastro reale - dall'angoscia della guerra e della morte. Probabilmente prima di essere catturati e annientati, molti cileni giocavano coi loro bambini esattamente come prima, si sforzavano di farlo, per non turbare la meccanica e biologica calma irrequieta della quotidianità infantile.
Ha ragione Deleuze, i bambini sono la pura immanenza e il loro essere mondano è in qualche senso perfetto.
Ora so che se cominciasse la rivoluzione io dovrei guardare dentro la sfera del mondo del mio bambino per trarne luce e quiete.
Fino all'ultimo istante.
lunedì 18 novembre 2013
Appunti su "La conoscenza storica dal punto di vista cognitivo"
Conoscenza storica come rappresentazioni mentali.
Perché lo storicismo non funziona (nella scuola di massa) sul piano cognitivo.
Concatenamenti di eventi storici: meccanici (causali), non logici.
Tipicità del post hoc ergo propter hoc.
Informazioni del contesto iniziale troppo poco rilevanti (bisognerebbe eventualmente cominciare dal presente e andare a ritroso: "prima di x c'era y". Perché non si può?).
Se fino a un certo punto il bambino riceve come naturali le narrazioni sul passato, quando avviene la frattura gnoseologico-storica? Tra fanciullezza e adolescenza? Tra medie e superiori? Perché ricominciare dall'antichità nel primo biennio superiore? Forse sarebbe meglio continuare con la contemporaneità e recuperare vecchie informazioni, via via ampliandole e approfondendole, in dialettica spiraloide, per assecondare la maturazione del discente?
Perché lo storicismo non funziona (nella scuola di massa) sul piano cognitivo.
Concatenamenti di eventi storici: meccanici (causali), non logici.
Tipicità del post hoc ergo propter hoc.
Informazioni del contesto iniziale troppo poco rilevanti (bisognerebbe eventualmente cominciare dal presente e andare a ritroso: "prima di x c'era y". Perché non si può?).
Se fino a un certo punto il bambino riceve come naturali le narrazioni sul passato, quando avviene la frattura gnoseologico-storica? Tra fanciullezza e adolescenza? Tra medie e superiori? Perché ricominciare dall'antichità nel primo biennio superiore? Forse sarebbe meglio continuare con la contemporaneità e recuperare vecchie informazioni, via via ampliandole e approfondendole, in dialettica spiraloide, per assecondare la maturazione del discente?
Scuola italiana
La mia supplente dell'anno scorso scriveva "D'Anton" e pronunciava apéiron (non sapeva il greco ma diceva di voler insegnare i termini greci) e Goite (il famoso poeta tedesco-piemontese di inizio Ottocento).
Quest'anno invece il mio supplente è un Normalista e vorrei quasi chiedergli di darmi qualche lezione.
Quando torno a scuola devo dire ai miei alunni: in questi due anni voi avete visto l'Alfa e l'Omega della scuola italiana. Io sto nel bel mezzo (sono il Lambda o il Mi).
Quest'anno invece il mio supplente è un Normalista e vorrei quasi chiedergli di darmi qualche lezione.
Quando torno a scuola devo dire ai miei alunni: in questi due anni voi avete visto l'Alfa e l'Omega della scuola italiana. Io sto nel bel mezzo (sono il Lambda o il Mi).
Liberarsi da Facebook!
Mi sto finalmente liberando da Facebook!
(Bastava dirmi che Twitter era così divertente :-D)
[Iniziare a pensare a Filosofia di Twitter]
(Bastava dirmi che Twitter era così divertente :-D)
[Iniziare a pensare a Filosofia di Twitter]
domenica 17 novembre 2013
Intuizione, 11 (finitezza della merce)
La merce come oggetto necessariamente finito, diversamente invendibile.
Il non-finito come resistenza alla merce.
(Testi frammentari, in fieri, versioni multiple, scrittura online).
Il non-finito come resistenza alla merce.
(Testi frammentari, in fieri, versioni multiple, scrittura online).
giovedì 14 novembre 2013
Appunti su Deleuze e Guattari e le scienze cognitive
Ottimo fiuto di D&G: "È una questione linguistica e politica: la critica al postulato che vuole il linguaggio essere informativo e comunicativo.Il linguaggio sarebbe una sorta di staffettista che informa, cioè passa i contenuti da un parlante a un ascoltatore. Il linguaggio fa anche questo, intendiamoci: ma non è questa la sua essenza." (De Michele)
E' anche una questione cognitiva: per Chomsky il linguaggio non è uno strumento evolutosi teleologicamente per farci comunicare. Serve anche a quello, ma è uno strumento comunicativo come altri, solo molto più potente e versatile.
D&G a modo loro l'avevano ben capito. Certo, la dimensione cognitiva è loro del tutto estranea, et pour cause. Sicuramente per loro "scienze cognitive" significava Chomsky, che avevano superficialmente identificato come un avversario, per via della struttura formale e gerarchica del linguaggio così come teorizzata fin dalle prime opere chomskyane.
E' anche una questione cognitiva: per Chomsky il linguaggio non è uno strumento evolutosi teleologicamente per farci comunicare. Serve anche a quello, ma è uno strumento comunicativo come altri, solo molto più potente e versatile.
D&G a modo loro l'avevano ben capito. Certo, la dimensione cognitiva è loro del tutto estranea, et pour cause. Sicuramente per loro "scienze cognitive" significava Chomsky, che avevano superficialmente identificato come un avversario, per via della struttura formale e gerarchica del linguaggio così come teorizzata fin dalle prime opere chomskyane.
sabato 9 novembre 2013
Segreti che non devono andare perduti come lacrime nella pioggia, 2
Quando Agostino aveva due anni ogni tanto guardavamo insieme canzoni di Sesame Street: 1,2,3,4 di Feist era la nostra preferita.
Dio quant'ero felice!
Dio quant'ero felice!
venerdì 8 novembre 2013
BES per Gli Asini (in fase di scrittura)
Estensione
del dominio dell'inclusività
Remember
me, special needs (Placebo)
Bisogni Educativi Speciali è l'etichetta italiana con cui il MIUR ha recepito l'orientamento europeo sugli Special Educative Needs (SEN: pare che sia il Regno Unito ad averne parlato per primo). L'etichetta nostrana, buffamente omofona del nome del dio minore del pantheon egizio (spesso rappresentanto come un vecchio nano con gambe storte e ornato di piume di struzzo), ha subito attecchito nel gergo scolastichese: pochi sanno che cosa significhi e quand'anche si sappia sembra che si consideri ovvio il significato di un concetto tecnico che ovvio non è affatto. Dato il contesto scolastico, che cosa significa bisogni? Che cosa significa educativo? Che cosa significa speciale? È un concetto tripartito che prima di essere applicato in modo intuitivo o burocratico andrebbe pensato e analizzato molto bene.
Bisogni Educativi Speciali è l'etichetta italiana con cui il MIUR ha recepito l'orientamento europeo sugli Special Educative Needs (SEN: pare che sia il Regno Unito ad averne parlato per primo). L'etichetta nostrana, buffamente omofona del nome del dio minore del pantheon egizio (spesso rappresentanto come un vecchio nano con gambe storte e ornato di piume di struzzo), ha subito attecchito nel gergo scolastichese: pochi sanno che cosa significhi e quand'anche si sappia sembra che si consideri ovvio il significato di un concetto tecnico che ovvio non è affatto. Dato il contesto scolastico, che cosa significa bisogni? Che cosa significa educativo? Che cosa significa speciale? È un concetto tripartito che prima di essere applicato in modo intuitivo o burocratico andrebbe pensato e analizzato molto bene.
Non
c'è una normativa comune a livello di Unione Europea, ma da anni i
SEN fanno parte del repertorio concettuale degli esperti educativi.
Si dice per esempio nell'incipit di un rapporto della Commissione
europea del 2005, giocando sull'ambiguità di “speciale” (che
infatti qualcuno propone di sostituire con “specifico”): “Like
DNA each individual is unique. Being unique makes that individual
special. The word special is used to describe something that relates
to one particular individual, group or environment. Special also
means different from normal. Normal is used to refer to what is
ordinary, as in what people expect.”
Nella
scuola italiana i BES sono stati introdotti con la Direttiva
Ministeriale BES (27/12/2012) dal ministro Profumo. Il ministro
Carrozza ha poi diramato una circolare ministeriale (n.8 del
6/03/2013) nella quale precisava (non senza qualche vaghezza) in che
modo dovrebbe avvenire l'implementazione del dispositivo normativo.
Profumo, per chi non lo sapesse, è il ministro dell'infelice frase
sul bastone e la carota per gli insegnanti1.
Era considerato un “tecnico”,ambigua etichetta che sembra quasi
oler giustificare l'aggressività rivolta versi i propri stessi
dipendenti (il ministro Brunetta chiamava “fannulloni” i
dipendenti pubblici, ma l'espressione di Profumo mi sembra peggiore,
connotata com'è in senso bellico-fascista2).
L'attuale
ministro Mariagrazia Carrozza, invece, esperta mondiale di
meccatronica
e già direttrice del Sant'Anna è un ministro politico, espressione
del PD, pur continuando la breve serie dei ministri dotati di
expertise
(a differenza di Mariastella Gelmini che poco o niente aveva a che
fare con istruzione università e ricerca). Da lei, dunque, qualcuno
poteva forse aspettarsi una qualche sensibilità “di sinistra”
riguardo alla scuola, ma. Suppongo che quel qualcuno sia rimasto
deluso dalle recenti notizie: per fare solo due esempi, secondo il
ministro il liceo di quattro anni andrebbe benissimo, così come il
meccanismo della cooptazione per l'arruolamento dei docenti
universitari, introdotto dalla riforma Gelmini e sostenuto anche da
molti professori universitari di centrosinistra (perché affaticarsi
a fare concorsi truccati quando si sa che la cooptazione di fatto già
avviene?).
Insomma,
i BES sono stati introdotti da due ministri che non sembrano avere
molto a cuore il sistema educativo pubblico così come consegnatoci
dalla Costituzione.
Tornando
ai BES, la Direttiva Profumo rinvia all'elaborazione teorica
dell'Organizzazione Mondiale della Sanità relativa al
“funzionamento” degli esseri umani (e qui si potrebbe discutere
parecchio della legittimità di tale concetto). Dice infatti quanto
segue: “[...] è rilevante l’apporto, anche sul piano culturale,
del modello diagnostico ICF (International
Classification of Functioning)
dell’OMS, che considera la persona nella sua totalità, in una
prospettiva bio-psico-sociale. Fondandosi sul profilo di
funzionamento e sull’analisi del contesto, il modello ICF consente
di individuare i Bisogni Educativi Speciali (BES) dell’alunno
prescindendo da preclusive tipizzazioni.” C'è insomma un tentativo
di coniugare il tecnicismo di una razionalizzazione mondiale
con
il contrasto alle stigmatizzazioni di chi si trovi in situazione di
bisogno. La
Direttiva Ministeriale di Profumo in pratica ha esteso a tutti gli
studenti in difficoltà il diritto alla personalizzazione
dell’apprendimento.
L'area dei Bisogni Educativi Speciali comprende infatti: “svantaggio
sociale e culturale, disturbi specifici di apprendimento e/o disturbi
evolutivi specifici, difficoltà derivanti dalla non conoscenza della
cultura e della lingua italiana perché appartenenti a culture
diverse”. La Direttiva riconosce che esistono tanti tipi di disagi
oltre a quelli già classificati come “diversabilità” (Ianes) e
come “Disturbi Specifici dell'Apprendimento” (DSA:
dislessie, discalculie, disgrafie, disortografie).
Da
questo punto di vista mi pare che il testo della Direttiva ponga un
problema reale, perché la natura pervasiva e sociopolitica del
disagio non può essere ignorata da nessun insegnante. Ogni classe è
un piccolo mondo che riflette in qualche modo il vasto mondo sociale,
attualmente in forte crisi, come ben noto. Che la scuola possa
prendersi cura del disagio dei giovani cittadini, istituzionalmente e
non solo in maniera volontaristica e asistematica, come da sempre
avviene, è positivo. È una potenziale apertura della scuola verso
la società e le sue tensioni, che troppo spesso filtrano all'interno
in maniera asettica, come se ci fosse per davvero una separazione tra
dentro e fuori, tra incluso ed escluso.
Con
la nuova normativa BES è responsabilità degli insegnanti e del
consiglio di classe individuare a tutela dell'alunna o dell'alunno in
situazione di disagio la possibilità di tenere conto dei “livelli
minimi attesi per le competenze in uscita”, per ciascun ciclo di
studi (primo biennio, secondo biennio, quinto anno). Questo non
significa poter “promuovere tutti” (l'eterna paura di certi
insegnanti un po' reazionari) ma significa evitare che un* giovane
con . Farò un solo esempio personale: a metà ottobre il
coordinatore di una classe mi parla di una alunna con BES certificato
(possono esserlo o non esserlo) e mi dice che non ha speranza di
farcela nella nostra scuola. Ma durante il primo collloquio con la
madre della ragazza si scopre che alle medie era abituata a usare un
pc portatile, per compensare la sua disgrafia: fino a quel momento
nessun insegnante aveva pensato di chiederglielo e ci si accingeva
già a “riorientare” la ragazza verso un'altra scuola. Non per
cattiveria ma perché a scuola spesso si ragiona ancora sulla base di
una semplice logica binaria: ce la fa/non ce la fa, è da
promuovere/è da bocciare, è bravo/non è bravo. Il concetto di
inclusività potrebbe forse scardinare questa logica, o almeno
indebolirla (non dirò “decostruirla” perché questo mutamento,
se avviene, non avviene affatto da sé, c'è anzi bisogno di molto
lavoro culturale sul campo).
I BES sono stati recepiti abbastanza male: molti insegnanti li hanno identificati come un potenziale “bastone”, non certo come una carota. Si è temuto un carico supplementare di lavoro unito a una subdola manovra per diminuire gli insegnanti di sostegno (è questa la prima interpretazione che si è levata da sinistra, da parte sindacale e sui siti specializzati).
Non
ne sanno quasi nulla, o forse proprio nulla, i cosiddetti "utenti"
(squallido lessema neoliberista), cioé alunn* e famiglie. Del resto,
in apparenza questo è un cambiamento normativo che riguarda soltanto
il corpo insegnante: per gli "utenti" dovrebbe manifestarsi
come surplus di tutele. Invece... Invece è nell'interesse di tutti i
cittadini italiani che hanno a che fare con la scuola conoscere bene
questo nuovo dispositivo (che si potrebbe chiamare “biopolitico”,
per scomodare il concetto di Foucault ultiamente molto di moda): in
certi casi potrebbe essere un'utile arma difensiva contro certe
inerzie nocive di un'istituzione fortemente in crisi come la scuola.
I
BES sarebbero un indubbio bene se venissero effettivamente usati per
aumentare l'inclusività della scuola. Sulla carta sono progettati
così, naturalmente come dispositivo propositivo e non come
“grimaldello” decostruttivo dell'esclusione scolastica. Ma è
questa una prospettiva che si può aggiungere da una posizione
militante, diffidente verso le buone intenzioni
meccatronico-ministeriali.
I
BES possono anche essere un rischio: come ogni rivoluzionario sa, il
fallimento è sempre in agguato. Con il prodigioso (e misterioso)
aumento dei disturbi specifici e aspecifici dell'apprendimento, nei
prossimi anni si avranno scuole che per ingrandirsi accetteranno
alunni con problemi, mentre altre potrebbero scegliere una politica
di “pulizia”: nonostante si parli di scuola pubblica statale, le
scelte dei dirigenti possono infatti esssere diametralmente opposte,
grazie a quell'altro flagello neoliberale che è la cosiddetta
Autonomia scolastica3.
La percentuale di BES nelle scuole potrebbe anche diventare uno
stigma socialmente divisivo: qualcuno non vorrà iscriversi in una
scuola con troppi bisogni speciali.
C'è
ovviamente anche un'altra possibilità, e cioé che i BES non abbiano
nessuna efficacia, non servano ad aumentare l'inclusività e lascino
tutto così com'è, solo con qualche modulo compilato in più. In
questo caso l'ominimia col personaggio egizio, omino piccolo e brutto
ma vestito di piume di struzzo, risulterebbe profeticamente e
tristemente azzeccata.
Bisogna
soprattutto tenere conto che l'introduzione dei BES avviene in un
contesto scolastico gravemente degradato, a causa della riforma
Gelmini ma non soltanto: c'è un fil
rouge abbastanza
evidente che collega il finanziamento anticostituzionale della scuola
privata, avviato dal ministro di centrosinistra Luigi Berlinguer enl
1998, con le tre "I" berlusconiane e la riforma Gelmini
("la prima e unica dopo quella di Gentile"), e con la
tecnicizzazione anche della politica scolastica propria agli ultimi
due governi. La criticità della situazione si manifesta in modo
molto concreto: cominciano a essere frequenti le cosiddette “classi
pollaio” con trentacinque alunni di cui magari, per semplice
statistica, circa tre con DSA, uno o due con BES, un diversamente
abile e almeno uno straniero. E poi ovviamente con molti altri disagi
psicologici, sociali ed economici non facilmente formalizzabili. Si
aggiunga che una simile classe-polveriera, sempre per semplice
statistica, viene spesso lasciata in mano a un insegnante - più
spesso una
insegnante - mediamente ultracinquantenne, sovente sull'orlo del burn
out
anche solo per semplici ragioni anagrafiche e sociali (ho visto
diverse colleghe con genitori anziani e malati faticare per fornire
loro un'assistenza ormai quasi insostenibile sul piano economico).
I
BES vengono dunque gettati nella mischia senza aver prima fornito ai
lavoratori della scuola gli adeguati strumenti, dato che il taglio
degli investimenti per la scuola pubblica non soltanto ci condanna a
stazionare in edifici non a norma (e talvolta crollano) ma anche a
non poter svolgere appieno e serenamente la nostra funzione.
Ma
nonostante tutto questo, io penso che i BES possono comunque essere
un'opportunità. Non vedo infatti che cosa dovrebbe trattenere gli
insegnanti che non rinunciano all'utopia di una rivoluzione
nonviolenta da attuarsi giorno dopo giorno, dall'impegnarsi per far
funzionare questo dispositivo normativo in modo rivoluzionario.
Mentre la nave Scuola affonda, insomma, non vedo perché dovremmo
rinunciare a estendere il dominio della lotta. Mi rendo conto che la
scuola come nave che affonda non è certo un'immagine rassicurante e
sembra implicare che qualcuno non si salverà. L'inclusività può
essere una buona scialuppa di salvataggio? Io lo voglio sperare: è
un ideale che parla di una scuola aperta, forse addirittura di una
futura società aperta, nel senso capitiniano dell'apertura al
tu-tutti.
Bisognosi
di tutta la società unitevi (dentro e fuori la scuola)!
Edoardo
Acotto
1
“Il Paese va allenato. Dobbiamo usare un po' di bastone e un po'
di carota e qualche volta dobbiamo utilizzare un po' di piu' il
bastone e un po' meno la carota. In altri momenti bisogna dare piu'
carote, ma mai troppe”.
2“Pare
che in questo senso la frase sia stata usata anche da Winston
Churchill, in due discorsi alla Camera dei Comuni nel maggio e nel
luglio del 1943, in merito al modo in cui secondo lui andava
trattato il popolo italiano. Nel 1945 Benito Mussolini riprese il
tema e la
locuzione
in una serie di articoli sul Corriere della Sera.”
(http://dizionari.corriere.it/dizionario-modi-di-dire/B/bastone.shtml#6)
Onto-teo-logia della pigrizia (Intuizione, 10)
Se fosse per me, l'Essere (anche Dio) se ne starebbe quieto a non far nulla, si metterebbe eventualmente in azione solo quando richiesto.
Vantaggi e svantaggi.
Vantaggi: apertura fondativa all'altro, grande o piccolo. Disponiblità all'ascolto della chiamata.
Svantaggi: l'assenza d'opera è un'opzione come un'altra. Si rischia il nulla di fatto.
Vantaggi: quiete della possibilità, potenza di non creare, non agire, non essere.
Vantaggi e svantaggi.
Vantaggi: apertura fondativa all'altro, grande o piccolo. Disponiblità all'ascolto della chiamata.
Svantaggi: l'assenza d'opera è un'opzione come un'altra. Si rischia il nulla di fatto.
Vantaggi: quiete della possibilità, potenza di non creare, non agire, non essere.
giovedì 7 novembre 2013
Invecchiare, 1
Oggi alla fermata del bus c'era un gruppo di adolescenti alternusi che parlavano di un viaggio a Firenze come se fosse stato un luogo esotico, dove la gente è simpatica e a quelli che vendono il fumo puoi anche dire di no, che non si offendono, cioè puoi pure permetterti di scegliere se un altro spacciatore ha del fumo migliore.
E se chiedi dov'è la piazza, mettiamo che sia l'equivalente di Piazza Castello, ti dicono: è di là ma ti ci accompagno, devo andare anch'io in quella direzione.
Mi sembravano completamente deficienti, quasi in modo da farmi pena.
E se chiedi dov'è la piazza, mettiamo che sia l'equivalente di Piazza Castello, ti dicono: è di là ma ti ci accompagno, devo andare anch'io in quella direzione.
Mi sembravano completamente deficienti, quasi in modo da farmi pena.
Intuizione, 9 (La differenza intellettuale)
Differenza intellettuale di classe: in Italia, chi è colto è troppo colto, o si coltiva in modo da esserlo, come se la cultura fosse un valore in sé, a-sociale.
Chi non è colto, invece, è davvero troppo ignorante.
Chi non è colto, invece, è davvero troppo ignorante.
mercoledì 6 novembre 2013
Intuizione, 8
L'angoscia per il dover far fare a mio figlio i compiti di musica mi ha ora riportato alla luce un ricordo ben rimosso: l'angoscia di quando pre-adolescente mi recavo a lezione di musica senza essere riuscito a preparare bene un solo pezzo.
Provavo a suonare lo stesso ma li fallivo miseramente uno dopo l'altro. (Come reagiva la maestra? Mi consolava? Mi sgridava? Se ne fotteva?)
Non capivo perché ciò accadesse: perché il tempo non mi era stato sufficiente per studiare quei dannati pezzi (Bach, Clementi, Mozart, Czerny) che tra l'altro mi piacevano moltissimo? Erano troppo difficili? Avevo perso tempo senza accorgermene? Mi ero distratto? Non sapevo proprio suonare ed era inutile insistere?
Non v'è dubbio che la pratica della musica possa comportare molte passioni tristi.
Provavo a suonare lo stesso ma li fallivo miseramente uno dopo l'altro. (Come reagiva la maestra? Mi consolava? Mi sgridava? Se ne fotteva?)
Non capivo perché ciò accadesse: perché il tempo non mi era stato sufficiente per studiare quei dannati pezzi (Bach, Clementi, Mozart, Czerny) che tra l'altro mi piacevano moltissimo? Erano troppo difficili? Avevo perso tempo senza accorgermene? Mi ero distratto? Non sapevo proprio suonare ed era inutile insistere?
Non v'è dubbio che la pratica della musica possa comportare molte passioni tristi.
Appunti sui BES (per Doppiozero, Educazione Democratica)
- Non sono (più) un amico della filosofia cosiddetta continentale, ma da quando ho scoperto l'esistenza dei Bes ho subito pensato che si trattasse di ciò che chiamano un “dispositivo” e per di più “biopolitico”.
- Il meccanismo normativo si vorrebbe tecnicamente neutro, e tuttavia fondato su una logica valoriale (“inclusività”) che non può non essere – nel bene e nel male – ideologico.
- Inutile dire che tale dispositivo non è stato condiviso, ma imposto dall'alto, dallo stesso ministro intenzionato a trattare gli insegnanti col bastone e la carota. I BES sono perciò stati recepiti inevitabilmente come bastone.
- speciale = specifico = singolarità (Kierkegaard, Derrida, Deleuze)
- inclusione = descolarizzazione? (se tutto è incluso nulla è incluso e nulla è escluso). Questo è un punto su cui molti critici radicali della scuola capitalista dissentiranno, e doppiamente. Innanzitutto qualcuno potrebbe dire "anziché descolarizzare la società, io vorrei scolarizzarla" (Enrico M.). Altri, più sospettosamente, potrebbero dire "Tutta la scuola è un "dispositivo biopolitico". Come la chiesa, la scuola si presenta come una istituzione salvifica. Extra Scholam nulla salus. I BES corrispondono al perdono cattolico: il dispositivo che abbraccia gli esclusi, riaffermando l'universalità della salvezza - e quindi l'universale potere dell'istituzione." (Antonio V.). Quindi, chi vuole un radicale engagement dell'insegnante-intellettuale può vedere troppo poca scuola nella società; chi invece, più anarchicamente, colloca l'impegno emancipativo al di fuori delle istituzioni può vedere troppa scuola nell'attuale società. Lo scolarizzatore dovrebbe sperare che i BES scolarizzino la società, ma dato il degrado sociopolitico non si fida dell'ennesima mossa tecnocratica. Il descolarizzatore, per parte sua, non crede per principio che un dispositivo possa portare a una buona pratica, e vede nei BES un nulla agghindato in ricche viste burocratiche.
- In entrambi i casi, i BES appaiono come un dispositivo minaccioso e potenzialmente negativo.
- Non voglio per forza fare quello della "terza via", per quanto, con l'avanzare dell'età, la mediazione hegeliana intesa come dialettica negativa mai riconciliata, mi appaia come un orizzonte sempre più nobile. Ma voglio provare a guardare la cosa stessa, ossia i BES nella concreta pratica lavorativadegli insegnanti italiani, nel 2013.
- Inutile fingere che il contesto scolastico non sia gravemente degradato a casua della riforma Gelmini, ma non soltanto (c'è a mio parere un fil rouge abbastanza evidente che collega la violazione della Costituzione da parte di Luigi Berlinguer, ministro del governo Prodi, con le tre "I" berlusconiane, la riforma Gelmini ("la prima e unica dopo quella di Gentile" e la boutade dell'ex ministro tecnocratico, a metà tra gaffe e slogan liberalfascista: ''Il Paese va allenato. Dobbiamo usare un po' di bastone e un po' di carota e qualche volta dobbiamo utilizzare un po' di piu' il bastone e un po' meno la carota. In altri momenti bisogna dare piu' carote, ma mai troppe''.
- Il Ministro Profumo disse la sua infelice frase proprio mentre pareva voler imporre l'orario di 24 ore settimanali di lezione anziché le attuali 18. Ora si parla invece di ridurre a 4 gli anni di scuola superiore: un provvedimento che porterebbe alla perdita netta di quasi 40mila cattedre con un risparmio per le casse del ministero di oltre un miliardo e 300 milioni di euro all'anno. 40mila posti di lavoro in meno, praticamente un'ecatombe per la classe insegnante, che colpirebbe soprattutto gli utlimi arrivati, i precari e i giovani.
- Neoliberalismo e volontà politica distruttiva della scuola pubblica: per quello che posso giudicare direttamente, la riforma dell'università abbia prodotto un incredibile esodo di giovani cervelli verso l'Europa. Penso che relativamente alla scuola, la strategia di distruzione sistematica delle risorse pubblica sia meno evidentemente vittoriosa che per l'università: il servizio offerto dalle scuole private non giustifica ancora l'investimento da parte di chi se le potrebbe permettere. I ricchi continuano a mandare i loro figli nella scuola pubblica, e continueranno a farlo ancora per un po' di tempo.
- Ma le cose cambiano rapidamente. Cominciano a essere frequenti le cosiddette classi-pollaio: 35 alunni, di cui, per semplice statistica, circa 3 DSA, 1-2 BES, 1 diversabile, 1 straniero + altri disagi socioeconomici non formalizzabili. Una classe simile, sempre per semplice statistica, viene spesso lasciata in mano a un lavoratore mediamente 55enne, sovente sull'orlo del burn out per una molteplicità di ragioni psico-socio-economiche. Senza strumenti didattici e culturali adeguati. Chi insegna la materia CLIL subisce un corso di 150 ore (magari sulla linguistica dei corpora, un argomento importante in ambito universitario: del tutto inutile per una scuola superiore); ci impongono (nel Piemonte a governo cattoleghista) un costoso test alcolimetrico ma ho delle colleghe ultracinquantenni, pur molto brave, che non sanno fare un powerpoint. (Man mano che descrivo la situazione mi sembra di scrivere un libro di fantascienza distopica. Invece è la scuola italiana del 2013: da giovane, seppur apocalittico, non la immaginavo certo così).
- BES: paradosso e ipocrisia.
- potenziale pregio: l'attenzione alla responsabilità condivisa degli insegnanti
- “resistenze”, secondo Ianes
- Io per ora non vedo resistenze attive, semmai passive e inconsce. Persino la collega di destra, nonostante in collegio docenti sbraitasse chiedendo garanzie per cui i BES non si sarebbero trasformati in un arma scassa-bocciatura, mi ha con la massima calma documentato delle critiche interessanti e costruttive sulla questione della programmazione per competenze, altra innovazione europeista gelminata alla quale si stenta ad adeguarsi per la vaghezza e la mancanza di linee guida.
- Un'opportunità: perché no? Non vedo che cosa dovrebbe trattenerci, noi insegnanti che non rinunciamo all'utopia di una rivoluzione nonviolenta da attuare giorno per giorno, dall'mpegnarci per far funzionare questo dispositivo IN MODO RIVOLUZIONARIO.
- Un rischio: come ogni rivoluzionario sa, il fallimento è sempre in agguato. Ma mentre il Titanic affonda non vedo perché dovremmo rinunciare all'abolizione di qualche ingiustizia, e non dico "piccola", perché stiamo parlando di biopolitica, ossia, pià semplicemente, delle vite degli altri. Anche se sappiamo che le scialuppe di salvataggio non basteranno per tutti, se qualcuno pretende di non far salire un ragazzo perché quella scialuppa non è adatta a lui, io insorgo con tutto me stesso e faccio di tutto per far salpare questo potenziale escluso.
- La scuola come scialuppa di salvataggio, mi rendo conto, non è un'immagine rassicurante, sembra implicare che qualcuno non si salverà affatto. Ma l'inclusione è un ideale che mi piace. Mi piace perché sembra parlare di una scuola aperta, probabile nucleo originario di una società aperta. Aperta in senso assoluto, non nel senso formale di un qualsiasi neoliberalismo popperiano (con tutto il rispetto per Popper, non per i neoliberali).
- Bisognosi di tutta la società unitevi!
lunedì 4 novembre 2013
Musica come pensiero (Scrivendo la tesi)
Se non ascolto una buona musica, il mio cervello si impalla rapidamente e rallento il ritmo.
Ascoltare musica (in realtà senza ascoltarla) mi aiuta a concentrarmi, sembra dare impulso al movimento del mio pensiero.
Potrebbe essere una caratteristica peculiare del mio cervello, ma ovviamente non lo è: e l'osservazione converge con l'interpretazione della musica come arte più metafisica (Schopenhauer).
L'impalpabilità della metafisica altro non è che la vita della menta vissuta dall'interno.
***
Quando lo stress psicofisico da scrittura è massimo (con effetto di inspiegabile stanchezza quasi morbosa) non basta più ASCOLTARE. Devo mettermi al pianoforte e leggere qualche pezzo nuovo, che so piacermi all'ascolto.
In questo caso, il n.3 della Musica Ricercata di Ligeti.
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Il pop-rock invece è fortemente distraente. Posto che lo ascolto solo quando mi sento nel giusto mood, ma la presenza del testo, ancorché in inglese, e ancorché io per decenni non mi sia impegnato a comprendere nessun testo, tuttavia interferisce oggettivamente con la scrittura. Forse anche perché sto scrivendo in inglese.
Insomma, non posso ascoltare la colonna sonora di Until the End of the World.
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E poi il minimalismo. L'ossessività del Glass degli anni Settanta, per esempio North Star: un perfetto sottofondo dinamico del pensiero.
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Mozart no! Ti rilassa troppo, ti rende felice, ma tu non devi essere felice: devi PENSARE E SCRIVERE!
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(2 dicembre)
Mi sembra incredibile ma durante i giorni del congedo mi sono SAZIATO di musica, ne ho ascoltata tantissima, in continuazione. Alla fine non ne volevo più. C'è un limite anche alle droghe.
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(19 dicembre)
RUSH FINALE: su Spotify sto ascoltando tutti i dischi di Nico Muhly da circa 6 ore. Lo ascolterò per tutta la notte. L'ho scoperto due giorni fa e la sua musica mi sembra PERFETTA. Perfetta, è senza dubbio perfetta.
Il mio ideale musicale è una specie di postmodernismo non manieristico, profondo, intelligente e fruibile. Nuova musica per le masse
La musica di Muhly è un flusso discreto che punta a una sperimentazione rilevante, alla pura ascoltabilità dell'oggetto musicale.
La sua dimensione strutturante sembra essere quella melodica (violino e archi), nonostante le sovrapposizioni di molti timbri. nulla sembra artefatto, nulla sembra puramente intellettuale-spirituale o puramente meccanico-naturale.
Musica universale hegeliana!
sabato 2 novembre 2013
In memoriam magistri mei dilectissimi
Scrivo di Leo per fissare i miei ricordi. Così facendo forse gli disubbidisco per l'ultima volta, perché sottraggo tempo allo studio e alla mia tesi di dottorato. Del resto lui non potrà più leggerla.
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La prima volta che l'ho visto, non potevo sapere che Leonardo sarebbe diventato per me una figura paterna, l'unica figura paterna che mi rimanesse. Quando l'ho conosciuto aveva 55 anni: l'età che aveva mio padre quando è morto.
***
Una volta andavo a correre di domenica insieme a J. e avevo insistito perché venisse anche Leo. Volevo convincerlo della bellezza della corsa. Lui giocava a calcetto tutte le settimane, ma non andava mai a correre perché la cosa non lo attraeva per nulla. La prospettiva di venire con me e J, però, alla fine lo aveva convinto.
Io e Leo raggiungemmo il luogo della corsa ognungo con la propria auto. Prima di posteggiare gli telefonai - mancavano dieci minuti circa all'appuntamento - e lui mi disse che aveva trovato traffico e che non c'era parcheggio, perciò avrebbe tardato un po'. Ma uscendo dalla mia auto dimenticai il telefonino.
Raggiunsi J. che non aveva avuto alcun interesse particolare per coinvolgere Leo nell'impresa domenicale. Anzi, J. aveva lavorato con lui all'università, ma non si erano lasciati molto bene.
J e io iniziammo a saltellare aspettando Leo: i minuti passavano e io mi accorsi di non poter comunicare con lui perché avevo dimenticato il cellulare in macchina.
J., che aveva un appuntamento di lì a poco, iniziava a manifestare il desiderio di iniziare a correre, io ero imbarazzato e non sapevo che fare. Avrei potuto aspettare Leo, ma mi dispiaceva anche lasciare J. da solo. Aspettammo un quarto d'ora e poi partimmo per la nostra corsa, mentre mi dicevo che avremmo forse incontrato Leo al ritorno...
Il giorno dopo, in università, andai da Leo per scusarmi dell'incidente. Lui mi bloccò subito, e con una delle sue facce più serie e raggelanti mai viste mi disse: "di questa cosa non parleremo MAI PIÙ".
Perciò non ho mai saputo che cosa abbia fatto Leo una volta arrivato all'appuntamento, non vedendoci. Me lo immagino che quando realizza di essere stato abbandonato si adira e senza nemmeno fare due passi nel parco si accende una sigaretta e torna in macchina.
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Leo tifava Inter e per almeno tre compleanni di fila ho cercato di regalargli "Interismo, leninismo" (Manifestolibri). Ma ogni volta mi sono mosso all'ultimo momento e non l'ho mai trovato in libreria. E non ho mai compiuto il semplice gesto di ordinarlo.
Ci tenevo a regalargli quel libro, ma forse avevo paura che a lui non piacesse e che me lo criticasse spietatamente come faceva spesso, anche con certe mie trovate che a me sembravano buone, mentre per lui erano evidenti stronzate.
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Leonardo leggeva molti libri. Un paio di anni fa disse che stava terminando l'Orlando furioso. Io mi stupii e lo invidiai molto, perché da giovane ho letto d'un fiato la Gerusalemme Liberata, ma l'Orlando mai.
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Una sera siamo andati insieme alla festa di un centro sociale anarchico: i partecipanti portavano da bere, si mettevano le bevande in frigo e poi ci si serviva del proprio.
Il frigo stava dietro un bancone e alcuni visitatori che non avevano ben chiara la modalità auto-organizzata di fare festa chiedevano da bere a chi stava vicino al bancone. In questo modo, Leo servì alcuni ragazzi di birre e cocktails. Un tizio volle lasciargli dei soldi per il centro sociale: evidentemente aveva preso Leo per uno dei padroni di casa e lui si era comportato come tale, servendo tutti e infilando dentro al frigorifero i soldi non richiesti.
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Questa è una delle mail piene di humour che inviava sempre a tutto il Dipartimento: "Sono felice per il nostro laureando, ma non comprendo bene questo flusso di messaggi. A me pare che sia IBM research a dover essere onorata di aver un nostro laureato presso di loro, piuttosto che viceversa. Questo, se non altro, perchè la ricerca che si fa in Dip non ha nulla da invidiare a quella di IBM (a parte la quantità di soldi). Leonardo
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Questa è una delle mail piene di humour che inviava sempre a tutto il Dipartimento: "Sono felice per il nostro laureando, ma non comprendo bene questo flusso di messaggi. A me pare che sia IBM research a dover essere onorata di aver un nostro laureato presso di loro, piuttosto che viceversa. Questo, se non altro, perchè la ricerca che si fa in Dip non ha nulla da invidiare a quella di IBM (a parte la quantità di soldi). Leonardo
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L'ultima volta che ho parlato della mia tesi con Leo e' stato un mese e mezzo fa. Gli ho detto che stavo aggiungendo vari paragrafi man mano che mi venivano in mente questioni connesse al topic, ma che il rischio era di divagare troppo. "Si' - mi disse - ormai ho capito come funziona la tua mente".
***
Quando un mese fa ho visto Leo per l'ultima volta al matrimonio di A., lui disse a Viviana: la prossima volta che ci vediamo in chiesa potrebbe essere quella buona
***
Davanti alla camera
ardente facemmo un po' di conversazione con la dolcissima
figlia di Leo. Non sapevamo se lui avesse lasciato indicazioni per la
sua sepoltura e lei disse che quando l'argomento saltava fuori Leo
rispondeva che potevano fare come volevano, non era affar suo:
“quando siamo morti siamo solo carne per i vermi”.
Il suo humour poteva
essere anche molto nero, come in questo caso, ma Leo non era mai
cinico, tutto quello che diceva per ridere lo diceva con un sorriso
autentico che testimoniava quanto fosse forte in lui la vis comica
(tanto quanto la vis polemica).
Penso che non sia vero
che dopo la morte non ci sia niente: ci sono i cari superstiti, il
loro ricordo vivo e molteplice è una forma di vita del defunto, una
forma molto simile alla verità, al senso della vita estinta (solo)
fisicamente. L'anima esiste nelle tracce, e perciò non è mai individuale.
***
Pensavo ormai di conoscerlo da un'infinità di tempo, da sempre, come un parente più grande. E invece ora che è morto mi accorgo che lo conoscevo soltanto da 6 anni.
Ezra Pound dixit, 1
[...]
Here did they rites, Perimedes and Eurylochus,
And drawing sword from my hip
I dug the ell-square pitkin*,
Poured we libations unto each the dead,
First mead and then sweet wine, water mixed with white flour
Then prayed I many a prayer to the sickly death's-heads,
As set in Ithaca, sterile bulls of the best
For sacrifice, heaping the pyre with goods,
A sheep to Tiresias only, black and a bell-sheep
Dark blood flowed in the fosse,
Souls out of Erebus, cadaverous dead, of brides
Of youths and of the old who had borne much,
Souls stained with recent tears, girls tender,
Men many, mauled with bronze lance heads,
Battle spoil, bearing yet dreory arms,
These many crowded about me, with shouting,
Pallor upon me, cried to my men for more beasts,
Slaughtered the herds, sheep slam of bronze,
Poured ointment, cried to the gods,
To Pluto the strong, and praised Proserpine.,
Unsheathed the narrow sword,
I sat to keep off the impetuous impotent dead,
Till I should hear Tiresias
[...]
(Cantos, I)
* Stupidi lettori che non apprezzano: "All the characteristic early pathologies are there in this later piece - the pointless inversions - 'poured we', the invented archaisms - 'the ell-square pitkin', the invented words which add no extra meaning or force to what they evidently mean - 'swart', and words which have not been used outside 'poetry' in English for generations - 'unto'. This is what makes Pound a case for diagnosis rather than a poet for understanding or appraisal."
Onorare i Morti ascoltando musica a palla
A mio padre i musical americani piacevano moltissimo: quando li facevano vedere in televisione lui se li riguardava sempre tutti. La consideravo una sua idiosincrasia, ma doveva essere piuttosto condivisa dalle persone della sua età e della sua estrazione sociale piccoloborghese.
I suoi preferiti erano quelli con Fred Astaire, forse il suo eroe spettacolare insieme a Frank Sinatra. Aveva una vera venerazione per Gershwin, in particolare I got Rhythm (lui non era molto portato per la musica, nonostante qualche tentativo giovanile. Del resto da bambino si era rotto l'anulare destro e il dito gli era rimasto rigido, povero papà, da bambino mi sono fatto mostrare la rigidità di quel dito un'infinità volte).
I suoi preferiti erano quelli con Fred Astaire, forse il suo eroe spettacolare insieme a Frank Sinatra. Aveva una vera venerazione per Gershwin, in particolare I got Rhythm (lui non era molto portato per la musica, nonostante qualche tentativo giovanile. Del resto da bambino si era rotto l'anulare destro e il dito gli era rimasto rigido, povero papà, da bambino mi sono fatto mostrare la rigidità di quel dito un'infinità volte).
Gli piaceva anche molto West Side Story di Leo Bernstein.
Oggi non vado al cimitero, dove non c'è un cazzo da ascoltare: per ricordare il mio papà morto. Me ne sto a casa e mi ascolto a tutto volume West Side Story e Un americano a Parigi.
Se alzo molto il volume magari si sente pure aldilà.
PS: forse è la sua passione americanista che mi ha reso facile appassionarmi alla speculare passione di Woody Allen per i musical e i "vecchi film".
Se alzo molto il volume magari si sente pure aldilà.
PS: forse è la sua passione americanista che mi ha reso facile appassionarmi alla speculare passione di Woody Allen per i musical e i "vecchi film".
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